Intervista Cinquemila Chilometri al Secondo

Everyeye intervista Manuele Fior

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Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

A volte il vero successo arriva solamente quando si porta a casa un notevole numero di premi. Si chiama consacrazione. E allora si diventa richiestissimi, proposte di collaborazione piovono a destra e a sinistra, le vecchie opere vengono prontamente ristampate. Impossibile sottrarsi all'attenzione della stampa, della grande stampa nazionale, che si accanisce sul malcapitato vincitore come uno sciame d'api attorno a un barattolo di miele.
Manuele Fior ha trionfato dovunque con il suo ultimo fumetto Cinquemila chilometri al secondo (Coconino press, 2010) portandosi a casa il Gran Guinigi di Lucca Comics and Games 2010 e il Premio Micheluzzi del Napoli Comicon non molte settimane fa. Più travolgente è stato il riconoscimento guadagnato all'importantissimo festival di Angouleme (Francia) in Gennaio: nientemeno che Fauve d'or du meilleur album, il più prestigioso, grazie all'intermediazione di Atrabile che lo ha pubblicato oltralpe.
Ma com'è che un autore italiano finisce sul tetto dell'Europa fumettistica che conta? Fior è nato a Cesena appena 35 anni fa, ma allo stato attuale abita a Parigi, rue du Faubourg Saint Martin. Prima di stabilirsi nel Paese delle baguette, ha girato tutta l'Europa: Berlino, Oslo, Ginevra. Da lassù guarda all'Italia con sguardo ammaliato, "di giorno ti penso, di notte ti sogno" recitava un vecchio motto fascista. Dovrebbe essere andata così con Cinquemila chilometri al secondo, anche se le due sottotrame prendono corpo in Norvegia e in Egitto. E anche il prossimo importante lavoro, al momento solo un'idea, dovrebbe coinvolgere il Bel Paese, ma chissà in quale misura e con quali finalità.

Rapporti con la stampa

Dicevamo comunque della stampa generalista che s'aggredisce sugli autori freschi di riconoscimento, specie se internazionale. Terza pagina del Corriere della Sera, 20 Febbraio: si parlava con Fior della graphic novel Blankets di Craig Thompson e si leggeva "il fumetto autoriale può parlare di tutto, di qualsiasi aspetto della realtà, anche delle vite delle persone. Dylan Dog, Tex, Diabolik vanno benissimo, ma con i fumetti si può fare anche altro". Affermazioni inventate di sana pianta, o meglio, rielaborate dal giornalista, come subito s'accinge a smentire il geniale fumettista: "Colpa mia inesperienza, il giornalista ha editato una lunga chiacchierata molto informale e poi ci ha ricamato come gli pareva giusto. Alla domanda 'su cosa ne pensassi di Blankets' (una delle poche graphic novel conosciute dall'intervistatore) ho risposto che ha sdoganato il genere graphic novel al grande pubblico. Non mi sarei mai sognato di dire che 'Blankets ha fatto capire che l'unione di disegni e parole poteva raccontare una storia compiuta', perché non mi passa neanche per l'anticamera del cervello".
Due mesi più tardi tocca a L'Espresso vedere in Cinquemila chilometri al secondo l'ennesimo affresco del berlusconismo decadente e del fisiologico precariato. Che ci volete fare, certa stampa non molla l'osso finchè non lo ha interamente rosicchiato. Alla fine, ugualmente, Fior rivela un tassello importante del suo modus operandi: il fumetto "lo si fa alla maniera in cui Truffaut dirigeva i film. Lui chiedeva sempre ai suoi attori di rifare la stessa scena, ma 'un po' più rapidi'. Come lo siamo noi, i trentenni".
Con Everyeye il fumettista è stato immensamente più gentile: gli abbiamo concesso la libera facoltà di rispondere a suo piacimento a un questionario trasmessogli via mail e - cosa fondamentale, ma sovente trascurata - abbiamo parlato di fumetti, del suo fumetto. L'intervista si può leggere di seguito, è intensa e brillante come si conviene a uno dei migliori fumettisti contemporanei (e nostrani), ricca di spunti e valide suggestioni per gustare al meglio un'opera superlativa come è Cinquemila chilometri al secondo.

Intervista a Manuele Fior

Quando presi in mano il fumetto pensavo che il titolo avesse a che fare con una storia su due ruote, una di quelle estenuanti sfide tra gli assi della bicicletta, Coppi-Bartali, Gimondi-Merckx. Invece si parla al massimo di motociclette, ricordo dell'adolescenza che si perpetra nel presente: che ruolo hanno le due ruote all'interno del fumetto?
In realtà sono solo un espediente per immergere il primo capitolo in un contesto spensierato ed estivo. Andare in giro in vespa d'estate è la mia attività preferita.

Il titolo esemplifica bene lo spirito dell'opera: destinazioni opposte, vite in direzioni opposte, che tentano di ricongiungersi. Cinquemila chilometri al secondo da dove? Verso dove?
Non lo so bene dove. La generazione in Cinquemila - la mia - è in un certo senso la testa di ponte di una serie di cambiamenti sociali, di cui si sta prendendo pian piano coscienza: il nomadismo, la flessibilità lavorativa, la non appartenenza esclusiva a un paese e per cui la ridiscussione del concetto d'identità. Ho cercato di osservare cosa questo cambi negli aspetti più intimi e che noi giudichiamo personalissimi e impermeabili al contesto, come i sentimenti.

Qual è il cancro che attanaglia la gioventù d'oggi? Non molti mesi fa è uscito Il Treno di Andrea Laprovitera, il quale raffigurava la generazione che ha fatto il sessantotto come precaria negli affetti, nella politica? Cosa accomuna queste due fasi storiche e cosa le differenzia?
Non parlerei per niente di cancro. La generazione del '68 ha molto poco a che fare con la nostra. Chi ha trentanni oggi parte da una base molto meno ideologicizzata, procede a tentoni, senza buttarsi avanti un manifesto o un programma. Se da una parte la precarietà economica resta il minimo comun denominatore di molte persone della mia età, dall'altra restano molte più possibilità di seguire un sogno o un'ambizione in un altro paese - per esempio - di quante ne avessero i nostri genitori. C'è meno coesione rispetto alla rivoluzione culturale degli anni sessanta, ognuno corre per sé; non esistono proclami, ma molta gente ha capito che può prendersi le cose che le interessano senza urlare o manifestare, solamente usando un po' più di astuzia.

Abbiamo molto apprezzato le soluzioni grafiche, in particolare il modo con cui i colori raccordano le diverse sequenze narrative o altrove sfuggono verso l'orizzonte. Cosa puoi dirci delle tecniche di disegno utilizzate?
Ho cercato di usare il colore in maniera strutturale, non come una decorazione ma come uno strumento di narrazione, alla pari del disegno e della storia. Il resto è venuto da sé, il disegno si è aperto e velocizzato, ho scoperto cose nuove. Ho preferito rifare molte vignette piuttosto che fermarmi troppo tempo sulle stesse, volevo correre più possibile per acchiappare quello che rimane in aria solo un istante.

Cinquemila chilometri al secondo ha ricevuto una miriade di premi, in Italia (Lucca, Comicon) e all'estero (Angouleme). Quali virtù pensi abbiano convinto le diverse giurie?
Chi lo sa? Cinquemila è un libro fatto col cuore in mano, qualcosa deve essere passato. Ho cercato di rimanere alla stessa altezza dei miei personaggi, facendogli del bene e del male allo stesso tempo. Senza indorare al pillola e allo stesso tempo cercando in loro quell'umanità normale, banale, la bellezza di fondo che trovo nelle persone.

Come risponderesti a coloro che non ritengono le opere che scrivi un'affermazione artistica?
Gli chiederei la definizione di affermazione artistica.

Come risponderesti a coloro che non considerano il lato entertainment delle graphic novel?
Non sono abituato a pensare ai miei fumetti come una forma d'intrattenimento, anche se senza dubbio possono esserlo e non mi dispiace. Per me ogni libro è un tentativo di capire qualcosa d'importante e fondamentale, meglio se insieme a un lettore.

Progetti futuri? Lavori nel cassetto? Ci è giunta voce che stai preparando un fumetto sull'Italia nell'immediato futuro...
E' vero, anche se non ho ancora capito quanta Italia in effetti ci sarà dentro. Vedremo.
Ultimamente ho ricevuto delle proposte di collaborazione che mi fanno molto piacere: The New Yorker, Le Monde, Sole 24 Ore. Sono alla base un fumettista, ma illustrare quelle riviste è proprio una pacchia.

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