Spider-Man

Intervista Giuseppe "Cammo" Camuncoli

La nostra intervista a Cammo, tra i fumettisti italiani più apprezzati all'estero

Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Inauguriamo una nuova serie di interviste ai grandi del fumetto italiano ed internazionale con un'ospite d'eccezione, Giuseppe “Cammo” Camuncoli, idolo di molti aspiranti fumettisti o 'semplici fumettari' italiani per essere riuscito a sfruttare il suo talento oltreoceano, andando a lavorare per “i grandi” dei comics americani. A ridosso dell'uscita nelle edicole e nelle fumetterie del numero 583 di The Amazing Spider-Man (all'interno del quale trovate una bellissima storia disegnata da lui, con protagonista Spidey contro un redivivo Avvoltoio) e del film di Marc Webb, gli abbiamo chiesto se aveva la voglia e la possibilità di fare quattro chiacchiere sulle attuali tendenze fumettistiche, sui cinecomic e, naturalmente, sul suo lavoro.
Ringraziandolo infinitamente per la cortesia, la simpatia e la disponibilità, gli auguriamo di proseguire sempre più in alto, portando avanti il buon nome della scuola fumettistica italiana.
Buona lettura a tutti voi: aspettiamo i vostri commenti e le vostre riflessioni.

Sono ormai quasi vent'anni che lavori professionalmente nell'ambito fumettistico. Cos'è cambiato nel tuo approccio al fumetto, sia da ettore che come disegnatore, rispetto a quando eri ancora studente del mezzo?
Be', intanto sono circa 15 anni che lavoro professionalmente, anche se l’esordio vero e proprio avviene credo nel ‘91 sulle pagine di Arena, la rivista nata in seno al corso di fumetto “Il Signor Spartaco” organizzato dall’Arci di Reggio Emilia. Ma là non si poteva certo parlare di professionismo, se vogliamo essere proprio pignoli. Da allora, comunque, e soprattutto da fine 2000, ossia quando ho iniziato a lavorare per il mercato americano, sono cambiate tante cose, sia in me che attorno a me. Alcune in meglio, alcune in peggio (ero molto più magro allora, ma anche molto meno bello per fare un esempio) ma tutto sommato nel fare i conti il bilancio che ne esce è largamente positivo. Tra i vari vantaggi posso ad esempio citare il conoscere tanti autori e professionisti del settore che prima leggevo soltanto nei credits degli albi (e tanti ancora ne restano da conoscere, a dire il vero). Qualche svantaggio però c’è, come ad esempio il fatto che lavorando e disegnando tantissimo, poi nel tempo che mi resta nel corso della giornata preferisco staccare completamente, e dedicarmi ad altro. Ergo, di fumetti ormai ne leggo veramente pochi. Intendiamoci, mi piacciono ancora tantissimo e mi spiace non avere più tempo come prima per potermeli gustare, ma se lo facessi rischierei di pensare di lavorare sempre. Leggo ancora tanto, ma quasi esclusivamente libri e romanzi, almeno non è il mio campo e riesco a godermeli solamente per quello che sono.

Cosa ne pensi dell'attuale meltin' pot culturale che il mondo del fumetto sta portando? Sempre più europei e orientali disegnano comics ma, al contempo, sempre più statunitensi si ispirano ai manga, ai bonelliani e alle bande dessinée. Gli stili si mescolano, e la distinzione netta che si avvertiva anche solo dieci anni fa viene oramai a mancare. Secondo te è più una sorta di 'moda' e gli stilemi tipici delle varie scuole resteranno caratteristici o c'è davvero una volontà di rendere il fumetto internazionale e fruibile per tutti, prendendo il meglio delle varie scuole nazionali?
Sono riflessioni che di solito si fanno quasi esclusivamente durante le interviste. Tra addetti ai lavori molto spesso si tende più a parlare di cose personali o di tutt’altro (anche perché il fumetto riempie già una fetta piuttosto consistente della nostra vita di autori), ma questo non toglie che singolarmente non si rifletta su queste considerazioni. Ho sempre trovato fantastico questo meticciato stilistico ed espressivo nei fumetti, credo tra l’altro che il fumetto stesso sia un’arte in sé ibrida e contaminata (e contaminante). Un autore è anche molto spesso quello che legge, o perlomeno quello che ha letto. Io per esempio sono partito con Tex, proseguendo poi con gli eroi Marvel e Topolino, quindi Bonelliani, quindi fumetto d’autore con Pratt, quindi manga con Akira e poi graphic novel e fumetto “impegnato” da ultimo. A meno che un autore/lettore sia integralista nei suoi gusti e nelle sue scelte, e quindi non consideri altro che non sia, per esempio, il fumetto franco-belga, o i supereroi e via discorrendo, di fatto la maggior parte delle persone è onnivora. Ne consegue che anche lo stile di un autore possa e debba venire influenzato da tutto quello che legge e che vede e che gli piace, anche quando si tratta di cose diametralmente opposte. Pensate ad esempio ad un regista come Tarantino... Lui stesso si nutre di sostrati, idee, visioni anche dicotomiche tra loro, ma è proprio grazie a queste forze così opposte e trascinanti che riesce a ideare i suoi capolavori. Perlomeno, io la vedo così. Poi ovviamente ho massimo rispetto anche per chi è, per dirla con una battuta, “monoteista”.

Questa si ricollega alla precedente, ma è più personale. Fai parte della generazione che ha vissuto, contemporaneamente, di Dylan Dog, Tex, Alan Ford e Diabolik da una parte, di Topolino, dei classici Marvel dell'era Corno e delle varie ondate di anime e manga in tv e nelle librerie specializzate. Come hai vissuto questa pluralità fumettistica in gioventù e come la stai vivendo ora?
Sono sempre stato onnivoro, nel senso che ho sempre letto e guardato di tutto, dall’umoristico all’autoriale, dal manga al bonelliano, dal supereroistico alla fantascienza. Per me più ce n’era e meglio era, non ne avevo mai abbastanza. Ho sempre vissuto questa pluralità come ricchezza, sia all’inizio da lettore che in seguito quando ho iniziato a pensare di formare un mio stile,

"Per me si tratta ancora della realizzazione di un grande sogno che avevo da bambino, e che sto continuando a vivere."

andando a pescare qua e là, dalle scuole e dagli autori che più amavo, quello che più si addiceva al mio modo di disegnare. Come stare di fronte ad un banchetto in cui puoi mangiare di tutto... Poi la scelta la fai tu, ma questa apertura che per certi versi è solo italiana per me e per il fumetto in generale è solo ricchezza. E il fatto che continui ad essere così, anzi essendosi ampliato ancora di più il raggio d’azione (webcomics, autoproduzioni, motion comics, blog, etc.), è sicuramente un buon segnale. Più stimoli si mettono in giro, più i fumettisti di domani saranno nutriti visivamente e mentalmente, e sapranno rimettere in circolo questo fervore creativo.

Hai cominciato lavorando sull'autoprodotto, ma sei arrivato presto, con una grande dose di talento e caparbietà, fino in America, lavorando per Vertigo/DC e poi anche per la Marvel. E' diverso l'approccio con le due storiche case? Come ti poni rispetto al lavoro con committenti così importanti?
No, quello che dico sempre è che non ci sono differenze sostanziali tra i metodi di lavoro dei due colossi americani, così come a grandi linee non c’è un abisso tra le stesse e un editore francese e uno italiano. Forse, da quello che mi aveva raccontato Igort, l’approccio al fumetto degli editori giapponesi è l’unico che potrebbe essere davvero radicalmente diverso. In ogni caso il mio approccio al lavoro con un editore è frutto dell’esperienza accumulata in questi quasi quindici anni, ormai ho trovato un certo metodo e un certo equilibrio, ma sono pronto a modificarlo in base a come cambia la gente con cui lavoro, e a come cambio io. Per esempio, ora che sono diventato (quasi da un anno) papà, le mie priorità e i miei tempi si sono modificati. Non radicalmente, ma sono giustamente cambiate un bel po’ di cose. In ogni caso, cerco sempre di smorzare la serietà e il rigore con un po’ di humour e di buonsenso... Alla fine è un lavoro e come tale va affrontato, ma al tempo stesso non ci si può perdere la salute. Nonostante tutto e nonostante gli anni, comunque, non sono ancora riuscito a trovare un ritmo fisso di produttività, nel senso che non ho orari e non riesco mai a mettermi al tavolo, per dire, dalle nove alle diciotto ed esser certo di produrre un tot di tavole. Non sono molto disciplinato, sono molto più irregolare e ondivago nei miei ritmi e tempi produttivi, ma alla fine alla scadenza di riffa o di raffa ci arrivo sempre puntuale.

Preferisci lavorare su soggetti tuoi, anche indipendenti e su cui hai più libertà, o su serie superfamose, ma per questo più 'limitanti', come Hellblazer o le punte di diamante Marvel?
Veramente non ho preferenze. Mi faccio guidare dall’entusiasmo del ragazzino che ho ancora dentro. Quando mi viene proposto un progetto, che sia una copertina o una graphic novel, indipendente o mainstream, l’importante è che l’idea di farlo scateni in me una reazione emotiva. Da fanboy, insomma. Guardo più a questa cartina tornasole, più da esaltato e da appassionato che da lucido professionista che cerca di individuare il percorso più remunerativo o efficace per il prosieguo della mia “carriera”. E la metto tra virgolette perché so che c’è ed è tangibile, ma io ancora faccio fatica a crederci, o perlomeno a prendere in considerazione l’idea che sto lavorando professionalmente. Per me si tratta ancora della realizzazione di un grande sogno che avevo da bambino, e che sto continuando a vivere. Essendo onnivoro, come ti dicevo prima, mi piacerebbe idealmente negli anni cercare di fare un po’ di tutto, di disegnare un po’ tutti i personaggi che mi piacciono. Tante soddisfazioni già me le sono levate, ma tante altre restano ancora da afferrare, e questo è anche il bello di questo mestiere, perlomeno per come me lo vivo io.

Il nuovo film sul nostro amato Spidey, The Amazing Spider-Man, sta avendo un grosso successo. Cosa te ne sembra del lavoro di trasposizione operato da Marc Webb? Quali tratti distintivi di Peter e Gwen pensi che Andrew Garfield ed Emma Stone portino meglio sullo schermo?
Anche se non sono riuscito ancora ad andare a vederlo, ho potuto farmi un’idea grazie ai commenti visti in rete e ai pareri dei miei amici. In genere sono tutti molto contenti, anche i più scettici e critici (ovvero, chi ha visto il film e non l’ha trovato questa gran cosa) di solito riconoscono che il film è migliore dello Spider-Man di Sam Raimi. Ovviamente sospendo il giudizio finché non l’avrò visto, ma la sensazione è che il film sia davvero molto valido, anche a livello di effetti speciali e di fotografia. Credo poi che l’alchimia che si è creata tra Garfield e Stone, sia sul set che poi nella vita, non faccia che creare un alone speciale attorno a questo film, e alle performance dei due attori che sono state osannate da tutti. Sembra quasi una storia del periodo Lee/Romita del nostro Ragnetto.

Qual è stato il tuo cinecomic preferito di questi ultimi anni? E quale personaggio ancora non portato al cinema ti piacerebbe vedere sul grande schermo?
Forse il primo Batman di Nolan, e forse il primo Iron Man di Favreau. Per quanto riguarda un personaggio ancora non portato sul grande schermo, forse Pantera Nera? O Flash? O la Justice League? Davvero non saprei, mi piacerebbe (nelle giuste dosi) vederli tutti prima o poi.

Cosa c'è nel tuo futuro imminente? E cosa vorresti che ci fosse? Su quale personaggio/serie vorresti lavorare?
Ancora Spider-Man e Hellblazer (che si avvicina al traguardo del N. 300) nel futuro prossimo e medio/immediato. Nel senso che non conto di allontanarmi in tempi brevissimi da due delle serie più prestigiose del panorama americano e per me fonte di grandi soddisfazioni nel corso di questi ultimi anni. Ultimamente in Marvel mi è anche capitato di illustrare qualche numero di altre testate qua e là, come Thor e Fantastic Four, e questo quando capita è sempre figo. Inoltre ho un paio di progetti in mente che potrebbero partire da un momento all’altro come tra un sacco di tempo, quindi inutile parlarne ora. Diciamo che mi piacerebbe continuare a non annoiarmi ancora per un bel po’.

Ultima domanda, d'obbligo, sempre gettonatissima dal nostro pubblico: che consigli puoi dare ad un giovane fumettista per arrivare ai massimi livelli, come te? E pensi che, prima o poi, le porte della Marvel si apriranno agli italiani anche per scrivere le storie, e non solo disegnarle?
Questo è già molto più difficile. Io ad esempio, pur parlando e scrivendo inglese/americano ormai da moltissimo tempo, non mi sentirei in grado di affrontare, per dire, dei dialoghi in inglese. A livello di trama e storia non ci sarebbe nessun problema, ma lo scoglio più grande resta sempre la lingua. Infatti l’unico per ora che ci sia riuscito è proprio il mio compare Matteo Casali, sia per Marvel che per DC, ma lui è uno che per stessa ammissione degli americani, per dirne una, parla praticamente senza accenti o inflessioni. Il che è molto, molto raro. Il consiglio che do agli aspiranti fumettisti è quello di non mollare mai nei momenti più difficili,

"Più stimoli si mettono in giro, più i fumettisti di domani saranno nutriti visivamente e mentalmente, e sapranno rimettere in circolo questo fervore creativo."

ovvero quando si ricevono dei “no” o quando si aspettano delle risposte o dei feedback dagli editori che non arrivano. Occorre restare concentrati sul proprio scopo, fiduciosi e cocciuti e continuare imperterriti per la propria strada anche quando nessuno sembra credere in te, o volerti dare fiducia. Al tempo stesso occorre essere molto umili, e questo badate bene occorre esserlo sempre, anche quando si lavora da tanto. Quindi significa tenere le orecchie aperte quando un editor magari ti fa delle critiche, anche dure o opinabili: ascoltare e fare tesoro di quello che ancora non piace per migliorarsi e arrivare al livello richiesto da chi un domani ti potrà assegnare il tuo primo lavoro da professionista. E anche non puntare per forza a tutti i costi direttamente ai colossi come Marvel e DC. A volte incaponirsi con loro se non funziona può anche peggiorare la situazione, meglio a questo punto puntare più in basso, a case editrici medio/piccole, farsi la gavetta e un nome lì e a quel punto venire notati dalle Big Two è molto più facile. E poi, da ultimo, cercare come dicevo prima di divertirsi sempre nel disegnare. Altrimenti questo mestiere diventa molto meno affascinante di come può apparire dall’esterno.