Intervista Intervista ad Andrea Paggiaro

Un saluto ai valorosi patrioti da Tuono Pettinato

Articolo a cura di
Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

Le interviste dovrebbero essere momenti serissimi: intervistato e intervistatore tesi come corde di violino, l'uno preoccupato di vendere al meglio il proprio talento creativo, l'altro ansioso di strappare l'affermazione senjsazionale e intrappolare chi si ha di fronte in audaci tranelli.
Raramente, però, ci troviamo ad accantonare la massima concentrazione per sostituirla con risate a crepapelle qui e qui. Andrea Paggiaro ci ha colpiti sin da subito per la sua pacatezza, per il suo profilo sornione e poi ci ha stupiti per come sa coniugare la seria riflessione con una ironia travolgente.
Abbiamo già sottolineato come il suo ultimo fumetto, Garibaldi per la casa editrice Rizzoli Lizard, sia in grado di equilibrare l'imponenza storica dell'Eroe dei due mondi con la circostanza di un uomo ingenuo che non aveva il minimo senso dell'umorismo. Tra una presentazione in libreria e un tour nelle scuole del Regno...pardon della Repubblica, Paggiaro ci accompagna per mano alla scoperta del suo personalissimo Garibaldi, tra valorizzazione del fumetto e metacritica del Risorgimento.

Benvenuto Andrea Paggiaro sulle pagine di Everyeye.it. Puoi presentarti ai nostri lettori? Da dove deriva il tuo simpatico soprannome (Tuono Pettinato)?

Ciao amici patrioti di Everyeye.it! Sono Tuono Pettinato dei Superamici, fumettista, illustratore e chitarrista finto. Cintura nera di erudizione e karateka della cultura. "Tuono Pettinato" è un nome bizzarro che ho preso da un racconto di Borges, ma avendolo scelto in istato di ipnosi, non pretendo di fare la figura del saputone.

Garibaldi non è la prima biografia a fumetti che esce dalla tua matita. Prima di loro ci furono Matisse e Marinetti. A cosa devi tale propensione per le vite dei grandi personaggi storici? Cosa ti piace catturare di ciascuno di essi?


Dite il vero, amici. In passato mi ero occupato già di altri personaggi illustri, come Darwin, De Coubertin, Galileo, gli impressionisti e i futuristi, nonché gli scrittori stranieri in visita culturale in Italia. In alcuni casi è stato il proposito didattico e storiografico ad avere la meglio, come nel caso di Darwin, la cui storia a fumetti serviva a rendere più divertente la celebrazione del Darwin Day, oppure nel caso del libro su Galileo che aveva lo scopo di familiarizzare con alcuni dei suoi principali concetti scientifici. In altri casi, è stato semplicemente un gioco gratuito di demolizione dei clichè legati ad un personaggio, come il Matisse in salsa Matrix di "Matisse Reloaded", o l'improbabile banda dei futuristi illetterati e cialtroneschi che appare in coda al numero speciale per BilBolBul di Hobby Comics. Mi piace reinterpretare in chiave demenziale le vite di questi signori del passato, è anche una maniera per mostrare che ci si può avvicinare a loro senza troppo timore reverenziale.

E quindi veniamo alla tua ultima opera dedicata all'eroe dei due mondi. Giuseppe Garibaldi è il padre è il simbolo dell'Italia unita, il prototipo del combattente risorgimentale che animato da alti valori di patria mette a ferro e fuoco il parassitismo e il malgoverno dei precedenti staterelli italici. Se in passato nessuno osava mettere in discussione tale figura, la più recente storiografia si è interrogata più consapevolmente sulla psiche del personaggio, inneggiando al suo anticlericalismo e mettendo in luce tutta una serie di trame e sottotrame che scalfiscono in parte la solida reputazione e stime di cui beneficia Garibaldi tra gli italiani.
Come si pone il tuo fumetto in relazione a queste indagini storiche e all'ondata di revisionismo da esse derivata?


Durante il lavoro di preparazione al libro e di documentazione, mi sono accorto subito che scegliere quale punto di vista adottare non sarebbe stata una cosa semplice. Se da un lato il ricordo scolastico delle vicende garibaldine è ancora quello ammantato di retorica del Libro Cuore, allo stesso tempo una nuova storiografia proponeva un'interpretazione radicalmente opposta e ferocemente critica nei confronti dell'avventura dei Mille e delle ripercussioni che la politica piemontese ha provocato sul Sud Italia. Per farla breve, da un lato Garibaldi ne usciva come un santo, dall'altro come un mercenario senza scrupoli. La mia fortuna è stata quella di trovare nella biografia tracciata da Mack Smith la conferma di un'impressione che avevo istintivamente avuto fin dall'inizio sulla figura dell'eroe dei due mondi, quella cioè di un volenteroso entusiasta, tanto facilmente incline all'azione eroica quanto completamente incapace di cogliere le malizie della politica, della quale sarebbe alla fine stato strumento inconsapevole. Il protagonista che ne esce è una specie di Don Chisciotte, perennemente in lotta per cause al di fuori della sua portata. In fondo, quel che mi interessava era il far risaltare il suo lato umano, fatto anche di debolezze, a discapito di quello mitologico, che ormai credo non gli porti più alcun vantaggio. 

Sfogliando Garibaldi ci si accorge immediatamente che quello da te rievocato non è un quadretto alla Hayez o alla Cammarano, due dei pittori più importanti del Risorgimento in mostra attualmente alle Scuderie del Quirinale, impregnato di impetuosità e abnegazione.
Oggigiorno si direbbe una rilettura punk, financo geek, della Storia, sospesa tra dissacrante ironia e spirito distaccato. Come hai aggiustato il tuo tratto alle vicende risorgimentali?


Due sono state le scelte stilistiche principali che ho cercato di portare avanti, e che credo emergano tanto dal lato grafico quanto da quello narrativo e del linguaggio: Anzitutto, specie dopo aver letto i testi dell'epoca, le memorie scritte da Garibaldi e i passi del Libro Cuore più pertinenti, avevo voglia di cimentarmi coi toni ottocenteschi, un po' per un mio gusto un po' camaleontico alla parodia e all'emulazione sacrilega di modelli riconoscibili; d'altro canto - consapevole anche del fatto che mai sarei riuscito a mimare lo stile pittorico dei dipinti d'epoca - ho realizzato che per svecchiare maggiormente la materia trattata, avrei dovuto dare un taglio netto con l'immaginario d'epoca, optando per esempio su questa triade di colori pop molto sparati, in luogo delle abituali atmosfere soffuse all'acquerello, dei toni seppia e delle tinte pastello proprie della rievocazione dei tempi andati. Dopotutto, c'è poco da suscitare effetti amarcord quando si sta demolendo il più tradizionale ed intoccabile dei miti con le armi dell'umorismo. Fermo restando che "impetuosità e abnegazione" me li vado a tatuare sul petto domani stesso.

Le prime pagine vedono un delizioso bambinetto, grembiule nero, colletto bianco, sporgersi dal banco scolastico e iniziare a decantare le glorie dell'eroe dei due mondi, dalle battaglie in America Latina alla Repubblica Romana e quindi alla Spedizione dei Mille.
Il ritratto guarda espressamente al Cuore di De Amicis, dove l'amor di patria e le narrazioni dei coraggiosi italiani spesso mistificava l'integrazione tra ceti e popolazioni dello Stivale. La chiave è ironica senza dubbio, ma in tempi in cui il patriottismo è sfoderato solo per le partite della Nazionale non si dovrebbero ripescare questi valori
celebrativi post-unitari?


Alcuni dei passaggi più estremi, e spesso i più suscettibili di ilarità, son proprio presi da De Amicis, assieme altri di simile slancio indomito, presi pari pari dalle memorie dello stesso Garibaldi. Si è trattato di uno di quei felici casi in cui per far ridere non c'è bisogno d'inventare niente, ma basta solo mettere i testi e i documenti originali sotto una luce ironica. In molti casi questo significa un po' fare il gioco sporco, inteso come il leggere in modo malizioso qualcosa che è stato scritto o detto con le migliori intenzioni, pur se con quell'innocenza o ingenuità che lascia per l'appunto una porta aperta al lavoro dell'umorista.
Sicuramente i valori fondanti del movimento unitario andrebbero raccontati nuovamente oggi, calandoli in un quadro complesso che non dipinga i suoi eroi come dei Superman senza macchia e senza paura, ma come dei vulnerabili esseri umani alle prese con una forte passione ed un'enorme sfida al loro tempo. Il mio fumetto, per quanto giochi a minimizzare persino alcuni personaggi centrali delle vicende risorgimentali, nutre una grande simpatia per il candido Beppino, un po' meno per tutto l'apparato retorico e di potere che nel corso di anni di storiografia e di didattica ha finito per intrappolarlo.

Non c'è momento migliore e peggiore per pubblicare Garibaldi. Da un lato i 150 anni dall'unificazione dovrebbero rifondare lo spirito patriottico di noi italiani, dall'altro il paese è attraversato da profondi inquietudini. E a questo bisogna aggiungere spinte separatiste gridate da ometti che remano contro lo Stato Centrale, che mal digeriscono le sue istituzioni.
In vista di un anniversario così importante è lecito chiedersi se condividiamo ancora un'idea di nazione: come risponde alla questione Andrea Paggiaro? E come risponderebbe Giuseppe Garibaldi?


Credo che la maniera migliore di riassumere il mio modesto punto di vista sull'argomento, stia nelle due pagine del fumetto che illustrano i festeggiamenti per l'avvenuta Unità d'Italia: nel nuovo stato, i suoi rappresentanti di potere cominciano subito a dividersi e a scannarsi per le faccende più inutili e insensate, tra il rassegnato sconforto di Mazzini e D'Azeglio. Allo stesso tempo, però, in quella stessa pagina ho scelto di far comparire, per una sola volta in tutto il libro, un quarto colore, il verde di uno sventolante tricolore, in modo che all'evento raccontato fosse associata la seppur piccola emozione e sorpresa visiva del nuovo colore inatteso. Capisco però che il ragionamento forse è un po' contorto. Fortunatamente, mi vengono in aiuto D'Azeglio, che in una tavola promozionale del libro pronunciava la seguente frase: "Abbiamo fatto il fumetto d'Italia, ora dobbiamo fare i
lettori italiani". O come lo stesso Garibaldi, che in un'altra tavola del fumetto ad uso propagandistico così incita gli animi: "Coraggiosi compatrioti, se mi chiedessero d'esser protagonista di codesto libro, financo ivi mi si prendesse a zimbello, senz'esitare offrirei il mio petto alla Storia, gridando a gran voce: Obbedisco!".


Quale accoglienza ti aspetti per il suo ultimo lavoro da parte della critica e dei lettori, ma anche da parte del mondo politico e delle istituzioni?

Spero intanto che il fumetto piaccia, per adesso ho ricevuto delle buone impressioni da chi l'ha letto. Spero che i discendenti di Garibaldi siano dotati di quel senso dell'umorismo del quale il prode nizzardo, stando alle cronache, era privo. Nonostante i miei propositi vagamente didattici (più relativi al modo in cui credo si possa raccontare la Storia, che non alla precisione dello storico che non pretendo di avere), non mi aspetto che il libro venga adottato nelle scuole, anche per via di tutta la parte di difficile digestione sul marcato e pittoresco anticlericalismo di Garibaldi, sul quale come mio solito non ho affatto lesinato. Ovviamente sarei lieto di essere
smentito, e che alle future generazioni per esempio l'imbalsamazione di Garibaldi fosse spiegata con l'immagine di Han Solo di Guerre Stellari ibernato nella grafite. Se questo mio fumetto servisse a far leggere altri testi inerenti all'argomento con una diversa sensibilità ed un rinnovato spirito critico, sarebbe già un'enorme vittoria. Sarebbe
carino infine se le istituzioni mi dedicassero almeno una statua equestre sotto casa, e attendo con ansia una telefonata di plauso dal Presidente Napolitano.


Grazie molte per le risposte. Alla prossima!

Grazie a voi! La Patria vi renda merito!