Recensione Battle Club

Quando lotta e fanservice si incontrano...

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Battle Club

Di manga, si sa, ne esistono di tutti i generi: avventura, azione, mistero, fantascienza e anche... “fan service”. Sebbene infatti la lotta sia - in linea teorica - il principale filone conduttore di questo Battle Club, il tutto appare più un pretesto per mostrare le grazie delle indubbiamente procaci protagoniste.
Autore di questa pubblicazione J-Pop è Yuji Shiozaki, già conosciuto per la sua creazione più importante e famosa, Ikkitousen, serie purtroppo ancora inedita in Italia (sebbene almeno i diritti della trasposizione animata fossero in mano ad un editore...), ma che sebbene vantasse anch’essa parecchio voyeurismo, almeno presentava un abbozzo di storia. Ma del resto, come scrive Paolo Gattone nell’introduzione: “si tratta di un manga che prende in giro se stesso e, bonariamente, il fenomeno da cui attinge, portandolo all’iperbole e arrivando quasi a saturarci, ma non senza farci sorridere”.

Tette per tutti

L’ingresso di Saito Mokichi nel nuovo liceo non è dei migliori, dato che il suo tentativo di prenderne le redini con la forza viene presto reso vano, per finire denudato, schiavizzato e umiliato per l’ennesima volta. Ma il suo sogno di diventare forte è destinato ad essere coronato grazie al club di lotta libera e in particolare all’aiuto del bizzarro vecchio maestro, Biggergate Hakashi, che lo prende in custodia e decide di introdurlo in questo nuovo mondo. Ad affiancarlo saranno solo ragazze (in realtà con una mezza eccezione su cui meglio sorvolare...), tra cui spicca la bella e sbadata Tamako, forse la vera protagonista di questo manga.
Partiranno così tutta una serie di episodi comici che faranno leva sulle debolezze e sulla pochezza di Saito nonché sulle varie deviazioni degli altri membri del club (nessuno si può definire “normale”!), verso un percorso che dovrebbe portare tutti al superamento dei propri limiti e alla vera forza. E sarà proprio per questo che l’intera ciurma partirà alla volta dei monti dello Shinshuu (Nagano), ma spesso le cose non sono come sembrano...

La prima cosa che salta all’occhio in questo Battle Club è l’altissima qualità del tratto, perfetto sotto ogni punto di vista e che, neanche a dirlo, raggiunge l’apice nella rappresentazione femminile. Pupattole ovunque insomma, spesso desnude, spesso in posizioni equivoche e spesso, per chi ancora non l’avesse intuito, la loro lotta libera si trasforma in qualcosa di più simile ad un rapporto saffico, per la gioia di tutti i lettori.
Per il resto, si dipana un intreccio - se così vogliamo definirlo - destinato ad essere abbastanza inconcludente, e basato per lo più su episodi o siparietti comici (del resto sono soltanto sei numeri) che, tutto sommato, spesso riescono anche a strappare più di un sorriso grazie alla loro natura demenziale.
Questo è Battle Club: abbondanza di tette e culi e qualche risatina qua e la. Chi cerca altro, è meglio che guardi altrove, dato che spesso i dialoghi lasciano a desiderare e i personaggi sono caratterizzati solo per la loro follia. Non è raro che alcune situazioni vengano risolte con assurdità e i protagonisti sono tutti degni di nota: sorvolando sull’abbastanza stereotipato Saito, Taki è un travestito, Shiba una pervertita e Tamako sa a malapena di stare al mondo. Un quadretto senza dubbio variopinto che non mancherà di strappare qualche risata.
Infarcito di citazionismo, Battle Club riesce comunque a risultare efficace nella rappresentazione delle scene di combattimento (qualora questo assuma un minimo di serietà, ovviamente) e va comunque dato atto dell’originalità intrinseca nella scelta di questa tecnica, sicuramente non alla prima apparizione nel mondo dei manga ma di certo tutt’altro che gettonata.

Per quanto concerne l’edizione, ci troviamo davanti ad un formato abbastanza classico per questa casa editrice. Per 5.90€ abbiamo un takobon con sovracoperta, carta spessa e di qualità, e un ottimo adattamento. Trattamento tipico per un prodotto di nicchia, dunque.

Battle Club Trarre le somme su questo Battle Club è abbastanza semplice. Se amate il fan service e la demenzialità, e non temete una storia “fine a se stessa”, questo lavoro di Yuji Shiozaki potrebbe fare al caso vostro, magari in attesa che arrivi Ikkitousen. Tutti gli altri girino al largo e non si facciano tentare dalle disinibite ragazze in copertina.