Recensione Battle Royale

Il manga più violento mai arrivato in Italia!

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Tutti contro tutti

Sei un ragazzo di scuola media giapponese, 15 anni. Vivi in una parte di mondo dove non esiste la libertà, dove un regime Orewelliano sopprime sul nascere ogni tuo istinto creativo, dove è proibito suonare Rock...

... e devi ammazzare brutalmente tutti i tuoi compagni di classe.
E' lo stesso governo a chiedertelo: in un gioco che viene organizzato ogni anno, una classe viene sorteggiata. I "fortunati" vengono spediti su un'isola deserta, ad ognuno di loro viene dato un diverso armamentario, tutti hanno un collare che esplode se non si uccide qualcuno... E il gioco può cominciare.

Survival Program

Questo l'incipit di Battle Royale, uguale tanto per il manga quanto per il film o per il romanzo: si tratta infatti di uno degli ultimi "fenomeni" della fiction giapponese, un vasto campionario di brutalità, sofferenza, mutilazioni, crudeltà, violenza più o meno gratuita, oscenità, sesso, e altro ancora.
Detto così può sembrare molto appetibile, ma se dovessi usare una parola per descrivere BR non sarebbe nessuna delle sopracitate. Battle Royale, perlomeno il manga, è "grottesco": la violenza è talmente tanta e talmente esagerata da risultare più spesso demenziale che repellente. I rapporti tra i personaggi vanno dal forzato al ridicolo, e ogni singola pagina è intrisa di una retorica e un buonismo esagerati, che stridono notevolmente coi fiumi di sangue e interiora che strabordano dalle vignette.
La classe sorteggiata per il Battle Royale è molto numerosa, egualmente ripartita tra maschi e femmine, e una quarantina di ragazzi e ragazze garantiscono parecchia varietà al lettore avido di "violenza creativa". Tra gli involontari protagonisti del survival game ci sono comuni adolescenti, teppistelli da due soldi, criminali veri e propri, ragazzi apparentemente anonimi fissati con la giustizia, sportivi incalliti e altra varia umanità. E, credetemi, nessuno di loro si comporta come un quindicenne. Chi si avvicinasse alla lettura di questo manga dovrà prima fare i conti con una importante considerazione: bisogna totalmente dimenticarsi delle parole "coerenza" e "realismo", qui va in scena un lungo polpettone splatter con protagonisti tanti piccoli Rambo in miniatura. I dialoghi e le situazioni, da un certo punto in poi, diventano del tutto deliranti, spingendo il lettore a proseguire più per la curiosità di vedere dove riesce a spingersi l'autore che per il reale interesse alla trama.
I combattimenti, poi, sono totalmente inverosimili: passi quando la morte viene dispensata da normalissimi proiettili, ma con l'andare avanti nella trama assisteremo ad arti marziali impossibili, capriole e piroette, ragazzini che schivano proiettili, piccoli assassini che imparano a uccidere semplicemente leggendo libri di anatomia umana.
I disegni sono volutamente sgradevoli ma comunque mai affrettati o parchi di dettagli, soprattutto quando si tratta di rappresentare un cranio spappolato o altre cose graziose del genere; il tratto ricorda parecchio quello de "Il destino di Kakugo": all'inizio si può fare un pò di fatica per abituarsi, ma per tutti i quindici numeri della serie il disegnatore MASAYUKI TAGUCHI fa egregiamente il proprio lavoro. Molto buona la rappresentazione di sfondi e ambientazione: trattandosi di unìisola deserta, si tratta perlopiù di alberi e vegetazione assortita, una piccola giungla teatro di un delirante massacro.
L'edizione Play Press è davvero buona, e contiene una lunga e interessante intervista agli autori, un gradito extra considerando che dalle edizioni Play Press la prima cosa che il lettore chiede è che le serie vengano anche solo concluse.

Battle Royale Grottesco, dicevo prima. Il lettore amante dello splatter che voglia imbarcarsi nella lettura di questi volumi, deve tenere ben presente che si tratta di 15 numeri di trovate assurde, di situazioni impossibili e personaggi a credibilità zero. Però è divertente. E la lettura scorre veloce, tanto è carico di azione, senza particolari pensieri verso la fine (ma ci sarà poi un lieto fine?), seguendo una cara e vecchia legge che abbiamo imparato anni fa al cinema: ne resterà soltanto uno. Forse.