Recensione Cage: Colori di guerra

Un uomo antiproiettile alla ricerca di un assassino

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Intro

Parlare di un personaggio vecchio, che a suo modo ha segnato il passaggio ad una nuova epoca per una delle più grandi case di produzione di fumetti, non è di certo un’operazione semplice. Ci provano il controverso autore Brian Azzarello e una delle leggende della rappresentazione fumettistica Richard Corben.

La storia

La vita giù nei bassifondi di New York è davvero dura: da Harlem fino al Bronx valgono solo le regole della sopravvivenza nella continua lotta tra gang per la conquista del territorio, della supremazia e del rispetto dei più deboli. Il denaro sporco è l’unico carburante a far girare i marci meccanismi di questa cultura delinquenziale; la legge è individuale e relativa e le tregue tra le bande sono solo vane illusioni, preludio di un nuovo e imminente scontro a fuoco. Il piombo vola saturando l’aria, ma l’unico a non temerlo è Luke Cage; un tempo un furfante, finito in gattabuia per un crimine che non ha commesso, riesce a riconquistare la libertà dopo essersi sottoposto come cavia a taluni esperimenti scientifici. Le alchimie che lo hanno violato, tuttavia, gli hanno donato una incredibile muscolatura e una pelle resistente, al di là di ogni possibilità umana. Ora Cage vaga nei vicoli più bui e paurosi come eroe mercenario, disposto a prestare la sua forza a quanti possano raggiungerlo con i loro soldi. Ma al di sotto di quella scura pelle più dura del titanio, si cela un animo pronto a redimersi per il suo passato da gangster.

The roots of a streetwise hero

Inutile specificare cosa significasse essere un uomo di colore negli anni ’70 ed è inutile anche spiegare quale sia stata in quegli anni la realtà dei bassifondi e dei ghetti, che continua a trascinarsi tremendamente fino ai giorni nostri. Appellare gli scontri tra gang come “guerre” non è per niente metaforico o eufemistico, anzi garantisce la dimensione più giusta per quella realtà taciuta a buona parte del mondo e, purtroppo, raccontata fin troppo nel dettaglio dalle cronache americane. In questa atmosfera tutt’altro che serena si può capire come non sia stato facile l’inserimento di un personaggio afro-americano in un mondo così sensibile alla critica com’è quello del fumetto. Con la decisone nel ’72 di Goodwin e Romita Senior di creare un supereroe che provenisse dal ghetto newyorkese, la MARVEL venne posta dinanzi ad una sfida particolare e ad una scommessa con la critica mondiale; gli anni daranno ragione all’approvazione di Cage, il primo supereroe afro-americano, e al sorpasso di quella censura che sembrava inevitabile. Di certo i modelli più moderni dell’eroe del ghetto cercheranno di superare l’edulcorazione delle prime edizioni, che paradossalmente lo descriveranno come un mercenario che non accetta soldi! Anche il costume, per come appare nelle stampe di “Luke Cage, Hero for hire” (nome della prima serie creata da Goodwin e Romita), cambierà negli anni, passando dal più scampanato vestiario anni ’70 allo streetwear ereditato più di recente dalla cultura hip-hop. Le apparizioni di Cage nelle ultime sceneggiature MARVEL sono tuttavia brevi e marginali, come nelle pagine di “Alias” di Brian Michael Bendis e nel discusso lavoro del 2002 del collega Brian Azzarello.

Colori di guerra

Una corsa ad alta velocità senza cintura di sicurezza quella che gli autori Azzarello e Corben hanno dovuto intraprendere nella stesura di “Cage: Colori di guerra”, edito in Italia dalla MARVEL in edizione Max Comics. Un viaggio incerto e pieno di alti e bassi, giustamente sottolineati dalla critica.
In questa miniserie di cinque capitoli, dipartiti in cinque numeri, Cage si troverà assoldato da un povera donna, la cui figlia Hope è stata uccisa, probabilmente per un semplice errore, da qualche gangster del quartiere; compito del mercenario è cercare l’assassino e giustiziarlo per pochi soldi, quelli che la madre disperata è riuscita a racimolare. Nel corso delle indagini, tuttavia, Cage si ritroverà dinanzi ad una realtà più grande, composta di intricati progetti disposti dai più importanti boss locali, e non potrà far altro che entrare dentro a questa labirintica pianificazione per risalire fino al suo uomo.
Come al solito Azzarello mette a dura prova la capacità di interpretazione del lettore, ponendolo dinanzi ad un complesso sistema di scrittura, volto alla creazione di una trama semplice, con lo stampo tipico del romanzo giallo, e al suo sconvolgimento in una vicenda al limite del complotto cospirativo. Come si può ben capire, le sceneggiature di Azzarello non sono facilmente comprensibili dal punto di vista strutturale: con “100 Bullets” l’autore già ci pone davanti ad uno stile non immediatamente intendibile nel continuo intreccio di storie e nella progressiva proposta di indizi; con il lavoro su “Hellblazer” (di recente stampato per intero in Italia dalla Magic Press) la sfida alla linearità continua e con il più recente “Batman/Deathblow” si arriva a livelli a dir poco paranoici, che portano ad ambiguità di significato e vicoli cechi all’interno della narrazione. Questi dedali possono sicuramente affascinare nella loro geniale concezione, ma tendono in taluni punti a peccare di presunzione, rendendosi ostili al lettore. I dialoghi, inoltre, sono gestiti attraverso frasi brevi e spesso enigmatiche che, sebbene garantiscano l’effetto suspance, possono spazientire se trascinate per lunghi periodi narrativi. Va posta una certa attenzione anche alla caratterizzazione del protagonista: taluni lo definiscono troppo stereotipato, secondo il modello del gangster di colore che ascolta musica rap, e altri addirittura considerano questa visione di Cage eccessivamente razzista. È un discorso che interessa, in maniera generale, anche il resto dei personaggi che appaiono nel corso della miniserie. Un discorso che, tuttavia, deve essere preso con le pinze, poiché non si può discutere sulla libertà visionaria dell’autore.
Indiscutibile, invece, è l’arte figurativa di Richard Corben. La critica maldicente ha già avuto modo di risultare sconfitta da questo stile particolareggiato e nostalgico delle linee rappresentative undergound. Corben ha già avuto modo di dimostrarci le sue potenzialità a partire dalla metà degli anni ’70, quando iniziò a disegnare per la rivista “Heavy Metal” (franchise americano del francese “Métal Hurlant”, al quale parteciparono artisti come Möebius e Dionnet). Il suo contributo ha reso grandi titoli che rischiavano di finire in secondo piano, nonostante il carico letterario posseduto (come ad esempio “La casa sull’abisso”, adattamento a fumetto del romanzo di William Hope Hodgson), e volumi come “The End of Punisher” (in cui Garth Ennis conclude la vita del Punitore in un inquietante scenario apocalittico) o “Hellblazer: Tempi duri” (nel quale si ritroverà a collaborare ancora con Azzarello). Un dieci e lode quindi ai disegni, che non solo hanno valenza stilistica, ma sanno anche ricreare l’atmosfera giusta e, nel caso di “Cage: Colori di guerra”, le giuste tinte espressive ai personaggi. Sembra quasi di fare un salto nel passato e nei ghetti cinematografici de “I guerrieri della notte” (“The Warriors” di Walter Hill) e di “Beat Street” (manifesto hip-hop degli anni ’80 diretto da Stan Lathan). Un lavoro eccellente quello di Corben, che può accontentare i nostalgici e lettori pronti a sperimentare qualcosa di unico.

Cage Questa miniserie di Cage, come già detto raccolta nel volume di “Cage: Colori di guerra” proposta in edizione Max Comics nella linea 100% MARVEL, non è di certo una lettura consigliata a tutti: bisogna aver pazienza, propensione alle scritture intricate ed un certo gusto per personaggi, per così dire, “seconda scelta” della MARVEL.