Recensione Cinquemila Chilometri al Secondo

Cinquemila chilometri al secondo: l'amore, la pioggia, gli scoiattoli

Articolo a cura di
Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

Piove. Piove a catinelle. Piero e Lucia si (re)incontrano, ma non si (ri)conoscono. La fredda stretta di mano come la prima volta, il primo appuntamento.
La prima volta che fecero l'amore faceva caldissimo e si conoscevano appena: il gialloverde dell'arsura estiva distinguevano i suoi timidi seni, mentre la mano li carezzava lentamente. Nicola era geloso, era geloso che l'amico Piero, l'imbranato Piero, si era scopato l'introversa Lucia, la stessa introversa ragazza di cui s'era segretamente innamorato. Ahi se l'avesse saputo, se avesse colto nei suoi occhi da bullo la lucida scintilla dell'amore, del languore erotico. Se l'avesse guardata con gli occhi giusti...

Dolce partire

In Cinquemila chilometri al secondo, Manuele Fior sfodera il triangolo amoroso non per mancanza di idee, ma per suggellare una struttura narrativa limpida e perfetta: l'adolescenza, la maturità, la sciocca senilità e il ritorno all'adolescenza. Un percorso necessario, in circolo, a fare della propria vita la più banale delle strade: quella dei ricordi.
L'autore di Cesena, 35 anni, gran parte dei quali vissuti all'estero, sappiatelo, in cerca della vocazione artistica, suggella così la propria fama facendo di Cinquemila chilometri al secondo un caso letterario, inorgogliendo l'editore Coconino con una valanga di premi conquistati in Italia e in Europa (importantissimo il Best Price ad Angouleme 2011, mica pizza e fichi!). Incredibile se si pensa alla statura di fumetto d'autore tout court.
Il tema della distanza, del viaggio, della lontananza fisica/geografica/sentimentale, tutti evocati dal potentissimo titolo, diventano metafora di una generazione, quella degli odierni trentennio, quella di Fior, fluida, rapida, melliflua, in perenne ansia di comunicare, incapace di sapere davvero cosa dirsi.
Così accade anche ai tre trentenni del fumetto: alla sbandata giovanile segue l'abbandono, l'opposta separazione. Lei va in Norvegia e qui si costruisce una vita, un compagno autoctono e un figlio, lui segue una spedizione archeologica in Egitto mentre a casa la moglie scalda in grembo un pargoletto. Estromesso Nicola, qui nel ruolo di "cattivo", di deus ex machina sopra cui tacere.
Cinquemila chilometri tra la Scandinavia e la riva del Nilo: si salutano, abiurano il fragile incantesimo dell'amore giovanile, ma l'uno pensa all'altro. Non ne fanno menzione, evitano accuratamente il pensiero eretico, nascosto nei loro sospiri verso l'Italia: Piero pensa alla madrepatria e immagina le coste della penisola come fossero i fianchi di Lucia.
Lucia brama la salsedine marina cingere le sue forme, ne accompagna il respiro ondoso col crescere dell'affiatamento sessuale. Eppure i due non hanno che da spartirsi i cocci di un'amore al sole dell'Estate, di una cocente infatuazione; scappano, scappano lontano, perchè semplicemente hanno smarrito la strada. Hanno frantumato i loro cuori, ma non vogliono risarcire la parte lesa: "noi non apparteniamo - si consiglia a Piero - veramente a questo posto, ma del resto non apparteniamo più a quello che lasciamo. Agli occhi di queste persone rimaniamo degli estranei. Col tempo finiamo per diventarlo anche ai nostri cari. E questo non vuol dire essere liberi. Persi semmai". Soli, nudi dinnanzi al mondo. Non profeti in patria, ma stranieri in casa nostra. I trentenni, nella metafora di Fior, vivono esistenze inespressive, taciturne, introversi verso sé stessi: una struttura di relazioni sentimentali inappagabile, meschina, più per disperazione che altro. L'autore parla di "generazione precaria", incapace di amare genuinamente, spossata dall'odiare veramente, conosce l'annullamento degli affetti e lo contempla con il sorriso.

Frutti spremuti

Belle, bellissime, quindi dannate, velenosissime. Le bacche dello Spolebusk gelosamente nascondono col loro mortifero nettare un colore elettrizzante. La metafora curata da Fior è profondissima, ma ancora di più ci preme sottolineare il suo riutilizzo grafico. Tempere spremute, gettate sulle tavole del fumetto e spalmate con un occhio più registico che artistico. Fior guarda alle inquadrature, al significato autonomo dei disegni: intere sequenze narrative sono raccontate prescindendo dai baloon, altre si legano alle sinuose inflessioni della parlata araba o colgono il rigido tentennamento del norvegese. Vi è ad un certo punto la compresenza tra i pensieri di Lucia, il farfugliare di due scoiattoli sullo schermo televisivo e un incontro inaspettato nel cuore della notte. La stesura del colore è altrettanto coinvolgente: per ogni capitolo Fior designa uno o due colori dominanti e li diluisce costantemente lungo tutte le vignette. Qualche spruzzatina finisce sugli accigliati visi dei protagonisti, qualcun'altra diventa un batuffolo nel cielo, un'altra ancora rallegra il design del mobilio. L'espediente lo avevamo già visto nel rosso e nero, destrutturante e al tempo stesso motivo d'ordine, di Rosso Oltremare, una precedente graphic novel di Fior, e poi ancora ne La signorina Else, adattamento a fumetti del racconto di Schnitzler, per quanto gli sfuggenti contorni conferivano il necessario tono ovattato da belle epoque viennese.
Non ci piace spiegare Cinquemila chilometri al secondo come il raggiungimento della maturità da parte dell'autore di Cesena: sarebbe irrispettoso verso le opere precedenti, già ottime al loro tempo. Di sicuro il trentacinquenne con l'opera qui recensita può affermare di aver scovato il proprio stile distintivo; lo si vede sia dalla padronanza con cui stende il colore e scolpisce i contorni, sia dalla concentrazione con cui cura la regia delle vignette. La matita schizza via, è spada di chi vuole infilzare la ruvida carta, scalpellare a futura memoria la spessa brossura.

Cinquemila chilometri al secondo Grazie a Cinquemila chilometri al secondo Manuele Fior scardina e struttura a proprio modo l'angoscia esistenziale della generazione precaria, non tanto nel lavoro, quanto negli affetti. Piero, Lucia e Nicola: un trittico amoroso li lega, un filo rosso sia temporale (dall'adolescenza all'età adulta) sia spaziale (Norvegia-Egitto-Italia). Lo stile narrativo è rapido, fulmineo, il colore è steso con continuità, lega tutte le tavole assumendo ogni volta sfumature diverse. Le vignette sono disposte con una maniacale perizia registica, perfetta nel modo di compattarsi con la narrazione. Vincitore di importanti premi in Italia e all'estero, Cinquemila chilometri al secondo ci ha prontamente conquistati per la capacità di declinare le grandi tematiche del fumetto autoriale (al quale Fior orgogliosamente appartiene) con gusto, originalità e un pizzico di rock.

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