Recensione Cloth Road

La strada del successo è un tappeto rosso di fili, microchip e budella

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Testi di Alessandra Zanetti
Quante cose immaginiamo potrebbero accadere tra cento, duecento o più anni? Quanti manga, romanzi, film sono stati ambientati nel futuro? Abbiamo visto ogni genere di scenario, dal post-apocalittico dove le macchine hanno sostituito l'uomo alla fantascienza delle auto volanti o astronavi... insomma, tutto ciò è entrato un po' nel nostro immaginario. Riuscire a trovare qualcosa di innovativo in questo settore, inizia a diventare alquanto complesso ed è ciò che Hideyuki Kurata, con i disegni di Okama, cerca di creare con Cloth Road. Vediamo come.
In un futuro non meglio identificato, in una città di nome Colonet, vive Fergus, un giovane designer di moda e programmatore sfortunatissimo, a cui non ne va bene una. Ma su questo torneremo dopo, vi starete chiedendo che c'entri l'essere uno stilista col saper far funzionare programmi per computer. Ebbene in Cloth Road, le nanotecnologie si sono evolute a tal punto da render possibile l'utilizzo di circuiti e cavi come fili per confezionare abiti, permettendo ai modelli di indossare veri e propri computer, da loro controllati. In tale realtà, sono i ricchi stilisti a governare il mondo e precisamente a controllarlo sono le sette grandi marche, che imperano sia sull'umanità che sulla natura stessa: sette torri delle sette grandi marche reggono un "vestito" che ricopre l'intero pianeta e lo protegge dalle intemperie nocive (non si sa a chi, cosa o perché) creando un clima artificiale interno.

Talvolta, nelle zone più povere e meno curate si creano degli strappi nell'involucro terrestre che fanno trapelare acquazzoni tremendi, uragani o altri fenomeni naturali devastanti.
Attraverso questo mondo futuristico poco definito e descritto in modo un po' superficiale, sembra esserci un tentativo inefficace di cercare di proporre qualcosa di nuovo, ma purtroppo come spesso accade, l'originalità forzata scade nella mediocrità se non addirittura nel ridicolo. Le incongruenze, gli avvenimenti inspiegabili e le scelte non giustificate del manga penalizzano ancora di più un setting che già di per sé ha poco da offrire. Ma lasciamo la possibilità di redimersi nei prossimi volumi, alla fine siamo solo al primo, magari compariranno più spiegazioni accettabili in seguito.
Dopo aver scandagliato lo scenario complessivo, torniamo alla trama, in cui c'è qualche barlume positivo. Sotto questo aspetto, senza dubbio non v'è traccia di novità: Fergus è un ragazzino a cui capitano solo disgrazie, abbandonato dai genitori alla nascita, allevato da uno stilista un tempo glorioso ma ora un vecchio alcolizzato in fin di vita. Un giorno scopre di avere una sorella gemella da cui è stato separato alla nascita e di cui gli è sempre stata nascosta l'esistenza; senza speranze di avere un destino migliore nell'atelier dov'è cresciuto, decide di partire in cerca dei suoi veri genitori insieme alla sorella appena conosciuta. Nonostante sia una trama più che scontata, tuttavia è piacevole da leggere, perché vi sono momenti divertenti e momenti drammatici, affrontati sempre con leggerezza.

Quindi la superficialità che compromette la resa dell'idea di ambientazione, si trasforma in frivola vivacità ai fini della trama, favorendo la lettura di un manga che altrimenti sarebbe solo una storia banale in un contesto poco chiaro.
Ma veniamo alla peculiarità fondamentale di questo manga: l'azione. Già, perché Cloth Road non è un semplice shounen, ma presenta combattimenti quasi violenti, limitati per ora all'area suburbana di Colonet. Infatti, il divario tra ricchi e poveri è diventato così estremo che l'unico modo del popolo povero delle baraccopoli di partecipare alla (presunta) lussuosa vita di modelli e stilisti, è assistere a sfilate underground chiamate War King.

Non staremo a svelarvi le regole delle sfilate (che sono minuziosamente spiegate nel volume), vi basti sapere che due modelli si sfidano su una passerella, massacrandosi a colpi di vestiti ipertecnologici. Fa un po' sorridere come idea, ma lo stile di disegno di Okama, molto accurato e ben fatto, rende le sfide piacevoli da osservare, sebbene spesso difficili da decifrare, e soprattutto salva l'insieme di un manga che se avesse avuto anche disegni scadenti, sarebbe stato da cestinare senza indugio.
Ultima nota (e questo può essere un punto a favore o sfavore, a seconda dei punti di vista) le tavole si compongono spesso di una serie di espedienti volti a fornire solo fan service di mutandine e corpi semi svestiti. Accanto a questi però, compaiono corpi così svestiti da essere atrocemente mutilati e martoriati, ma questo accade solo ai personaggi esteticamente brutti, tranquilli!

Cloth Road Poco originale ma ben illustrato, sembra quasi che il volume stesso sia metafora della superficialità e frivolezza della società “schiava della moda” di cui si narra. E' interessante prenderne visione, se non altro per la bizzarra resa dei combattimenti.

6