Recensione Dylan Dog - Ritratto di Famiglia

L'indagatore dell'incubo festeggia il numero 300

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Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

Un segnale del fato, di più un appuntamento con il destino. La coincidenza che ha voluto l'albo (celebrativo) 300 di Dylan Dog lo stesso mese in cui l'indagatore dell'incubo spegne venticinque candeline si può spiegare solamente in termini esoterici. Una fitta trama ha condotto una delle superstar del fumetto italiano ad un siffatto traguardo, tale da tramutare un simpatico azzardo del duo Sclavi-Stano in uno dei maggiori successi della casa editrice di via Buonarroti.
Lo ricordiamo con nitidezza, il Settembre del 1986: un horror a fumetti colto, suggestionato e suggestionabile, come a dire un affronto ai Bonelli che con Tex e Zagor erano divenuti paladini dell'avventura a fumetti.
E lo ricordano con una nitidezza maggiore gli autori del numero 300, Pasquale Ruju alla macchina da scrivere e Angelo Stano ai pennelli. Tant'è che Ritratto di Famiglia suona come un omaggio - sincero senz'altro - ai primi albi del personaggio, alla maniera di scrivere di Tiziano Sclavi, di cui Ruju ne fa un calco metafisico.

Freddura di Groucho N°300

Una volta si è fermato un tizio in macchina e mi ha chiesto se conoscevo la strada più corta per andare al camposanto. “Certo” gli ho risposto io, “alla prima curva, sempre dritto”.

Una giusta fine

Numeri unici, autoconclusivi e a colori. Per gli albi dai numeri o dagli anniversari importanti la Bonelli è sempre pronta a spezzare quella tradizione altrimenti ossequiata ogni 30 giorni.
L'idea resta sempre quella di celebrare il personaggio, di omaggiare l'icona che è o che è diventata mese dopo mese, avventura dopo avventura. Il Tex numero 600 di dodici mesi fa chiamò a sé tutti i caratteri del personaggio per divenire una storia alquanto stantia tra le mani di Mauro Boselli, a suo dire scritta in fretta e furia. Per il Zagor del cinquantennale del Giugno scorso si è riassunto tutto il mezzo secolo di avventure utili per gustare le belle novità del debuttante Speciale annuale e del nuovo ciclo di storie.
Ma Dylan Dog non è né un ranger né un guerriero, è un ordinario cittadino della tentacolare metropoli degli Sherlock Holmes e dei Jack lo Squartatore. Il viso piacente nasconde l'incredibile noia di chi non smette mai di guardare gli stessi film, di chi si spazientisce sempre alle freddure del maggiordomo Groucho, di chi delizia il clarinetto della solita melodia.
Da un quarto di secolo corre dietro a un modellino di galeone, senza mai riuscire a terminarlo. Da un quarto di secolo s'infila nei talami di sventole infedeli, ma ne ama una soltanto. Morta (??) più di venticinque decenni or sono.
Un membro dello staff di Dylan Dog, lo sceneggiatore Luigi Mignacco non molti mesi fa era pronto a rivalutare tale morbosità con la bellezza di un amore consumato in edicola ogni 30 giorni. Episodi fine a sé stessi, senza continuity, ripetizione di quello "stato d'animo per cui la vita è sempre uguale, per cui non c'è una crescita, uno sviluppo, eccetera".
Ma c'è la certezza che ogni albo fa parte di un ciclo narrativo più grande, "c'è un passato che viene ripreso, viene approfondito, c'è un futuro che è uscito nel numero cento a cui noi in qualche modo puntiamo senza arrivare mai". Ecco il punto: gli albi celebrativi di Dylan Dog hanno sempre aggiunto inediti tasselli al passato del protagonista, puntualmente celato e mistificato quasi quanto il suo futuro, sempre rimandato e sempre incerto: lo scontro edipico tra l'old boy e la nemesi Xabaras, metà oscura del padre. Attesi spasmodicamente dai fan, questi appuntamenti imprescindibili hanno spiegato e rivelato l'infanzia seicentesca del nostro, il rapporto con la madre Morgana e il padre futuro Xabaras, ma si sono imbattuti volentieri anche nei primi passi come detective e nel controverso incontro con l'ispettore Bloch di Scotland Yard.
Al 300 spetta il compito di ricollocare nella giusta sequenza narrativa (non necessariamente cronologica né coerente) cotanta eredità, premurandosi nelle ultimissime pagine di veleggiare verso quella favoleggiata conclusione del numero 100, probabilmente mortificatrice del personaggio. Ad oggi ancora rimandata: grazie al cielo nell'ultima pagina c'è solo scritto "fine dell'episodio"...

Oltre il presente

Un incubo. Sybil Browning ora è una di loro, una non morta. La cosa è perfettamente logica visto che nel numero 1 L'alba dei morti viventi finiva in pasto a famelici zombie. Ma non che ora si pappa pure Dylan Dog...
Un brutto sogno da cui ci si può svegliare. Davvero? Sybil è lì con l'old boy, affettuosa, pronta a tranquillizzarlo: "ma, Dylan, noi siamo morti!".
Ed è proprio così: il detective dell'incubo passato a miglior vita, ma ancora con il tarlo della caccia al crimine. "E fu così che Dylan Dog, da quel momento divenne un mostro dall'animo umano... a caccia di umani dall'animo mostruoso", parole incise dal fumettista sulla carta e contornate da un pancioso baloon. Sarebbe la svolta perfetta e invece Crandall Reed la cestina prontamente: soluzione scontata e banale, marveliana oseremmo dire. Chi sarebbe Crandall Reed? Morgana, Dylan Dog n.25: laggiù Angelo Stano si autoritrasse in queste vesti e si divertì ad intervenire nella storia in prima persona, forte del proprio inchiostro. Anche nel 300 si ripresenta sotto quest'aspetto: pare abitare una realtà apocalittica, sognata o reale che sia, nella cui desolazione s'intrattiene sceneggiando storie a fumetti. Un vibrante esempio di metafumetto? Molto, molto di più: Reed non solo lega i diversi intervalli della storia, ma si preoccupa di rispolverare dallo scaffale i vecchi numeri della testata e richiamarli in breve all'interno di vignette dagli angoli curvi. E per giunta sarà lui stesso a dare all'avventura quel tocco in più di cui aveva disperatamente bisogno...
Per essere più chiari basta tornare all'inizio. All'inizio dell'inizio. Londra, 1686. Al Dylan sofferente del complesso edipico, invidioso del padre e voglioso della madre. Ed è sulle tracce della genitrice che il Dylan cresciuto ora si sta dirigendo. Lui, Groucho, la nebbia, una strada scozzese e un cadavere ammuffito di tre secoli da riesumare. Destinazione ultima: Undead. Nessuna anima, viva perlomeno, e un laboratorio rimesso in piedi dopo che era andato completamente a fuoco.
Morgana? Oh, lei si risveglia con un certo languorino e azzanna senza remore il succulento petto del figlio...

Stream of consciousness

Non sveliamo ulteriori particolari della trama di Ritratto di famiglia. Vi invitiamo piuttosto ad acquistarlo in edicola, specie se siete o siete stati avidi lettori di Dylan Dog. Questo albo è sopratutto per voi! Come abbiamo già scritto, le cento pagine del fumetto traboccano di ricordi dai precedenti trascorsi del personaggio sclaviano, in particolare i primissimi. Ed è proprio al periodo d'oro della testata, quello in cui Sclavi era saldamente timoniere, che Pasquale Ruju si rifà. Ripropone con successo una scrittura onirica, incastrata su più piani narrativi, sempre in bilico tra il sogno - pardon, l'incubo - e la realtà. Assume nuovamente protagonisti del Dylan Dog che fu, anche solo per una simbolica comparsata (il gatto Cagliostro, Vita e Morte), funzionali alla costruzione di un intreccio tanto difficile da dipanare quanto praticamente scontato nel colpo di scena finale.
Sono piombate diverse critiche all'esercizio stilistico dello sceneggiatore, la cui penna - si dice - ricalca con eccessivo rigore gli stilemi sclaviani. In parte è così, ma è un omaggio che si esaurisce nella struttura generale: la lettura è scorrevole, mai banale o inutile, il che è difficile da ottenere lavorando con un passato già scritto e disegnato. Senza ombra di dubbio, il Dylan Dog che preferiamo è quello qui proposto da Ruju, non quello apatico, convenzionale, più muscoli che cervello della recente pellicola e degli albi più recenti.
Sterile a qualsiasi critica è il disegno di Angelo Stano, praticamente perfetto in questa situazione. Dopo aver a lungo firmato le copertine degli albi, in questa occasione ritorna ai disegni interni disseminando sapienza ed intensità in ciascuna tavola. Il volto di Dylan Dog vanta un'espressività assai profonda, mentre la follia di Groucho è contornata da una rinnovata maturità grafica.
E' strepitoso il modo con cui Stano danza tra la Londra di pizzi e merletti del Seicento e gli interni claustrofobici del laboratorio di Xabaras, senza dimenticare la realtà fumettistica di Reed da giudizio universale. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'aggiunta del colore in forme e sfumature impareggiabili, tali da annichilire la tinta unita di Tex 600 e l'anonimato dei Dylan Dog Color Fest.

Dylan Dog - Ritratto di Famiglia Dylan Dog 300 ci ha tenuto con il fiato sospeso durante la prima lettura, stupendoci di nuovo mentre lo rileggevamo per l'appuntamento con la recensione. Scriverla è stato uno spasso, descrivere la girandola narrativa di Ruju e disseminare lungo l'intero testo richiami alla fortunata scena finale, ci ha permesso di addentrarci maggiormente nell'atmosfera di questo albo celebrativo, che segna in un sol colpo l'ennesimo “cento” e il venticinquesimo compleanno dell'indagatore dell'incubo. Un numero dedicato ai fan perchè ricco di citazioni dai primissimi numeri, impreziosito da un folto numero di cammeo. E perchè vede Angelo Stano ritornare ai disegni in forma assolutamente smagliante, abile nel destreggiarsi con il colore che da sempre Bonelli concede agli albi mensili più speciali. L'eccellente prova del numero 300 reca con sé la speranza che dal mese prossimo Dylan Dog non ricada nell'ordinaria muffa che troppi mesi ci viene propinata.

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