Recensione Kenshin Samurai Vagabondo

Giappone, samurai, azione, dramma, gag: tante emozioni in uno stupendo fumetto

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Rurouni Kenshin

Non è mai troppo tardi per rendere giustizia ad un’opera meritevole, neppure quando sono già passati anni dalla sua pubblicazione. Kenshin - Samurai Vagabondo, non è certo il miglior manga mai disegnato, nè passerà alla storia come un capolavoro intramontabile, ma è riuscito senza dubbio a coinvolgere e catturare i cuori di chi ha seguito le vicende dei suoi protagonisti, spingendosi più in là di quanto non faccia un normale shonen e annoverando in fin dei conti come unico problema alcune ingenuità dell’autore. Forse quello che si può definire un manga “storico”, Kenshin ha comunque goduto di un buon successo, che gli ha garantito diversi film, oav, videogiochi e l’immancabile serie TV. Peccato che di tutto questo finora sia arrivato ben poco in Italia, ma la situazione è fortunatamente destinata a cambiare grazie a Dynit.

Un manga storico

La storia è ambientata in un momento critico per il Giappone: stretto nella morsa occidentale mirata a rompere una politica di chiusura quasi xenofoba, si trovava anche costretto a risolvere dissidi intestini forse ancor più gravi. Il regime feudale che regnava ormai da secoli era ormai vacillante di fronte alle sommosse rivoluzionarie di alcuni gruppi di samurai, decisi a far cadere l’oppressione dei ricchi aristocratici sulla povera gente. In questo periodo decisamente drammatico un samurai si distinse per la sua forza e per il fatto che la sua protesta consisteva nel tagliare gli avversari a metà. Per questo gli fu affidato lo pseudonimo di “Hitokiri Battosai”, l’assassino che usa la tecnica batto. Anni dopo questi eventi, lo shogunato è definitivamente caduto e il Giappone si affaccia ad una nuova era, di apertura verso l’esterno e di completa modernizzazione e metamorfosi, in cui le tradizioni si scontrano con la tecnologia d’importazione. Battosai ora si fa chiamare Kenshin Himura, ed è una persona di estrema gentilezza che non ci pensa due volte prima di aiutare qualcuno in difficoltà (cosa che comunque secondo la sua visione delle cose faceva pure prima...). In questo modo conosce Kaoru, giovane ragazza maestra di kenjutsu in un dojo, che lo aiuterà a rompere con il passato e, in un certo senso, redimersi.
Prima di soffermarsi sulle avventure di Kenshin e della sua compagine, è forse il caso di approfondire l’altra componente del manga, quella “storica” su cui Nobuhiro Watsuki punta molto e che non è solamente un teatro per i classici combattimenti come accade per la maggior parte dei manga del genere. Seppur con i dovuti cambiamenti e semplificazioni, il Giappone di Kenshin è estremamente dettagliato e interessante, e le vicende che hanno portato all’era Meiji sono un argomento centrale di tutto il manga. L’opposizione tra Shinsengumi (il corpo speciale dello shogun) e i rivoltosi, mai vista come uno scontro “tra buoni e cattivi”, ma come due schieramenti dalle differenti ideologie, costituisce il background per la caratterizzazione di molti personaggi buoni e cattivi e, raccontando diversi episodi, Watsuki centra l’obiettivo di dare al lettore una chiara rappresentazione (seppur coi suoi limiti) di un periodo così tragico, per il paese in se, ma soprattutto per le persone. E’ così che Kenshin, ora samurai vagabondo che con la spada invertita non vuole più uccidere nessuno, tenta di rimediare allo sterminio fatto per far vincere la propria fazione, anche se i suoi intenti erano soltanto quelli di aiutare la povera gente. Allo stesso modo il personaggio di Sanosuke risulterà il prodotto delle ingiustizie dei tempi di guerra, e così via, fino a toccare il segreto che si cela dietro alla cicatrice a forma di croce di Kenshin.

Hiten Mitsurugi Ryu : Ama kakeru ryu no hirameki!

Sopra questo sfondo storico c’è comunque la solita storia shonen, fatta di avventure, gag, personaggi carismatici e combattimenti. Senza troppe forzature si potrebbe suddividere l’intera opera in tre parti. La prima è quella di “presentazione”, in cui Kenshin fa la sua comparsa e mano a mano facciamo conoscenza con tutti i suoi amici e compagni che lo aiuteranno nelle sue avventure. Tra questi senza dubbio vanno citati il fedele Sanosuke, il rivale Aoshi e il piccolo Yahiko, giovane ma con tanta voglia di diventare forte come il successore della scuola Mitsurugi Hiten. Kenshin infatti è l’erede di tale invincibile tecnica di spada, superiore a tutte le altre e votata ad uccidere spietatamente.
La seconda parte del manga è forse quella più avvincente, senza per questo rendere le altre meno interessanti: Shishio, uno dei samurai che ha aiutato la rivoluzione, ha deciso di rimettere a soqquadro Kyoto vendicanosi dei compagni che l’avevano tradito bruciandolo vivo. Nonostante le tremende ustioni rappresenta un nemico abile, affiancato da personaggi altrettanto pericolosi, che metteranno a dura prova le capacità dei nostri eroi e del nuovo elemento che li aiuterà, Hajime Saito, ex Shinsengumi ora ufficiale di polizia, il cui scopo in realtà è quello di terminare il duello iniziato anni prima con Kenshin.
Grazie anche alla “comparsata” di Sejuro Hiko, maestro di Himura e personaggio tanto forte quanto simpatico, questa parte del manga riesce a tenere incollati dall’inizio alla fine, con dei combattimenti e delle sottotrame coinvolgenti e mai banali, a parte forse la classica serie di scontri che tuttavia, caratterizzando proprio il genere cui appartiene questo manga, non può essere oggetto di grandi critiche.
Infine, dulcis in fundo, Kenshin dovrà fare i conti con il suo passato, con l’origine della sua cicatrice a forma di croce e con un nemico che egli stesso ha creato. Forse qualche alto e basso di troppo in quest’ultima parte, ma riesce a raggiungere, soprattutto nel flashback, comunque momenti toccanti.

Qualche incertezza di troppo

Rurouni Kenshin è orchestrato sicuramente bene, l’autore riesce a conciliare in maniera quasi perfetta le avventure dell’allegra brigata e l’ambientazione del Giappone Meiji e le vicende difficilmente sanno di già visto o annoiano, tenendo sempre alto l’interesse nel lettore. Ciononostante, forse per l’inesperienza, Watsuki pecca con alcune cadute di stile che minano il giudizio generale e allontanano forse il fumetto da quella classe di manga ritenuti “grandi classici”. Spesso qualche carenza di idee nel design dei personaggi fanno abusare all’autore del ripescare dai comic americani, finendo talvolta, soprattutto nell’ultima parte, a creare dei nemici che risultano da un lato poco credibili, e dall’altro decisamente fuori luogo visto l’aspetto (impossibile non citare un ninja che assomiglia in tutto e per tutto a Venom!). Forse anche qualche capitolo risulta un po’ accessorio, ma dopotutto quale manga non ne ha? Va anche detto che in fondo il dissidio interiore del protagonista (e non solo) è reso alla perfezione, riuscendo ad emozionare, talvolta anche solo con dei disegni. Stupenda a tal proposito la copertina dell’ultimo numero.
Restando nel tema, il tratto è senza dubbio un po’ insicuro inizialmente, ma migliora costantemente fino a raggiungere un buon livello, non certo exemplum di dettaglio ma sicuramente funzionale alla storia e piacevola a vedersi.
L’edizione Star Comics è quella standard da 200 pagine circa, che per fortuna garantisce un adattamento molto buono.

Kenshin Samurai Vagabondo "Kenshin, Samurai Vagabondo" è di sicuro un grande manga, valido sotto quasi tutti gli aspetti che accenna soltanto qualche insicurezza di troppo che, sebbene possano far storcere il naso al momento, ad una visione globale scompaiono lasciando posto ad un senso di appagamento e piacere nella lettura. In un tempo in cui fumetti così sono decisamente rari, di sicuro un manga da riscoprire.