Recensione L'Uomo che Cammina

Slice of life di Taniguchi: seguiamo un uomo ordinario nelle sue passeggiate serali

recensione L'Uomo che Cammina
Articolo a cura di
Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

A questo punto non resta che sperimentarlo voi stessi. A maggior ragione ora che ci avviciniamo all'estate, la giornate si allungano, i tramonti odorano di caldi profumi.
Dovreste proprio fare come L'uomo che cammina partorito dalla fantasia di Jiro Taniguchi, che apre la porta, si infila le scarpe, respira a pieni polmoni la brezza vespertina e si avvia per fare una passeggiata.
Pronto per entusiasmarsi, stupirsi, emozionarsi di fronte alle piccole cose che la vita sa regalare; pronto a meravigliarsi di fronte ad ogni incontro, sia esso un amorevole micino o un temprato nonnetto. Pronto di fatto ad incuriosirsi, ad accogliere nel palmo di una mano il sottile, magico, fascino del creato.

Hakuna Matata

Quando tra il 1990 e il 1991 Morning Party accoglie i diciassette capitoli de L'uomo che cammina, Jiro Taniguchi è già un autore affermato, forte in particolare di uno stile inconfondibile e di una maniera peculiare di parlare direttamente al cuore del lettore. Eppure non ha la minima intenzione di arrestarsi e il volumetto qui recensito (di recente ristampato da Planet Manga in un elegante edizione) ne è la concreta riprova: una delicata atmosfera slice of life si fonde con una pura narrazione per immagini. Le parole sono risicate, graffiate sulla carta a fatica per non perdere l'attimo prezioso di silenzio; dominano sulla scena i rumori della natura, il soffio del vento, il pigolio degli uccellini, lo scroscio del fiume. Il resto, il rumore del traffico cittadino, viene o annullato o premiato all'interno di una graduatoria al cui primo posto è situata la spensieratezza.
"Non si preoccupa del tempo che passa - spiega Taniguchi - "Possiede un corpo e uno spirito lievi. Perciò riesce a notare diverse cose. Persino in un paesaggio quotidiano che nulla ha di particolare, trova motivo di interesse e ne gode": potete stare lì a poltrire oppure calzare le strade di città o i viottoli di campagna e scoprire il fascino delle piccole gioie, quelle che spesso la gente trascura perchè insignificanti, e proprio per questo colgono un fascino ancora maggiore per il singolo individuo.
Ciascun capitolo del fumetto si apre con il protagonista, un salary man occhialuto di mezza età, fuori di casa che si avvia per fare una passeggiata, spesso non avendo fissato alcuna meta. A volte si fa accompagnare dal cane, che la moglie ha insistito per chiamare Neve, altre volte è solo: e così percorre l'isolato, devia verso una collina, si avvicina alla piscina comunale, striscia faticosamente all'interno di una stretta intercapedine tra due abitazioni. Passo dopo passo la città si rinnova, cambia al cambiare delle stagioni, si modifica di ora in ora, si capovolge in una giornata piovosa.
In L'uomo che cammina c'è il gusto per la spensieratezza e la tranquillità, certo, ma c'è una certa dose di ingenua incoscienza che porta il nostro a compiere gesti catalogabili come estremi: non disdegna ad arrampicarsi sopra un irto albero per agguantare l'aeroplanino telecomandato che due bambini hanno malauguratamente impigliato tra i rami. E una volta assolto il compito non resta che godersi un solidale tramonto a venti metri dal suolo.
Oppure rincasare a casa troppo tardi per godersi una lenta alba dalla sommità di un palazzo. C'è quindi una insospettabile dose di incoscienza, diciamo pure di stramberia, frutto inevitabile di chi ha scelto di prendere la vita un po' alla leggera, senza pensare troppo alle conseguenze.
Come osserva Marco Lupoi nella prefazione all'edizione italiana, "sono le piccole cose che costituiscono la filigrana della quotidianità, il suo spessore, sapore, odore: sono i bambini che camminano su un sentiero, un rossetto dimenticato su una panchina, un albero, una nuvola, la sensazione dell'aria sulla pelle". Viene da chiedersi molte cose, ma il lettore certo resterà meravigliato di fronte a stupore e meraviglia mostrati dall'uomo che cammina. Finchè per magia non se ne coglierà l'intima logica dietro le sue azioni...

Un manga universale

Jiro Taniguchi lo abbiamo celebrato per la sua narrazione pacata, istante per istante, per i suoi lunghi preparativi ad un momento topico: un acquazzone si carica di vignetta in vignetta, da una lieve e fastidiosa pioggerellina, poi isolati scrosci e infine l'impeto definitivo. Il gioco di sguardi è serrato, ma Taniguchi mai tenderà a caricare eccessivamente una vignetta con onomatopee o infinite frasi di testo. Una visibile controtendenza al classico manga nipponico, uno shonen come Naruto in particolare, dove lo stile grafico è calcato, ricco di ombreggiature, anche se poi si tende a stereotipare il tratto. Le linee dell'Uomo che cammina - ma certo anche dell'intera produzione di Taniguchi - sono minuziose, scarsamente ombreggiate, minimimaliste, tendono a rarefarsi, a diventare espressione di un ambiente metafisico, onirico.
E infatti non è realisticamente possibile individuare un sobborgo urbano così evocativo, ma è certo che l'autore voglia rappresentarne una visione estrema portatrice di un ben definito messaggio; il suo tratto concorre con rigogliosa efficacia a ciò, in un rinnovato ossequio al fumetto europeo, alla "linea chiara" della scuola franco-belga.
Lo strappo grafico con il retroterra nipponico ha condotto l'intera opera di Taniguchi verso uno sdoganamento planetario, un trasversale apprezzamento dei suoi contenuti che trascende le distanze geografiche e culturali.

L'Uomo che Cammina Si apprezza veramente L'Uomo che Cammina di Jiro Taniguchi dal momento in cui si coglie il suo insegnamento, la sua morale. Dal momento in cui si esce di casa e si apprezza con rinnovato stupore il circondario, sia che si tratti di campagna che di città. L'uomo che cammina può essere ciascuno di noi, colui che “ogni tanto si ferma, si incanta - scrive Taniguchi - accarezza gli alberi, ci si arrampica, raccoglie dei ciottoli”. Insomma, qualora non lo aveste capito L'Uomo che Cammina è uno dei punti più alti della narrativa taniguchiana, un gran pezzo fumettistico di fama mondiale: un superbo esempio di racconto per immagini (le parole sono poche e misurate), impreziosito da uno stile universale che compendia sapientemente la chiarezza europea con l'agilità nipponica.