Recensione L'uomo che sfidò le stelle

La (vera) storia del buttero che sfidò Buffalo Bill

Articolo a cura di
Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

L'inchiesta giornalistica si ambienta nell'immediato dopoguerra nell'Agropontino, gran vanto fascista per la monumentale opera di bonifica di quelle infide paludi. Ma una volta sceso dal treno, l'inviato dell'Europeo deve scontrarsi con una dura verità: "la palude Pontina non lascerà mai del tutto questi posti e per gente come Augustarello fa parte della vita stessa". Chi sarà mai questo Augustarello? Il soprannome di un tale Augusto Imperiali. Dall'anagrafe ricaviamo che egli nacque nel 1865 e sin dall'età di dodici anni correva appresso alle vacche. Il fumo della pipa qui diviene fumo dei ricordi: "appressataro" era la sua qualifica, ma a conti fatti se la poltriva tutto il giorno sognando di poter diventare uno di quei nerboruti uomini capaci di sfiancare in quattro e quattr'otto un toro per apporre sull'animale il proprio marchio. "Questa è vera libertà"!
E poi? A diciott'anni, al servigio dei duchi Caetani, Augustarello è "troncaro", possiede un cavallo e raduna a colpi di frusta mucche in gran quantità. Racconta di quel giorno in cui cavalcò l'arida prateria alla ricerca di un capo rimasto indietro rispetto al gruppo. Scenari da Far West: mezzogiorno di fuoco, i suoi occhi piccoli piccoli colpiti dai raggi del sole, l'orizzonte sterminato. Quel giorno, il nostro uomo incappò in una vacca gemente, dolorante per le contrazioni, un vitellino che scalciava per venire alla luce: senza Augustarello probabilmente il lieto parto si sarebbe trasformato in tragedia.
A questo punto il lettore si chiederà: perchè mai stiamo raccontando la vita di un vaccaro, perchè la carichiamo dei toni dell'epica western? Perchè quando diventò "buttero" a tutti gli effetti...

Spaghetti western?

Un sogno non è realtà e la realtà difficilmente diventa leggenda. C'è, però, un luogo dell'immaginario collettivo e della letteratura popolare in cui questo può accadere, in cui "se la leggenda diventa realtà, vince la realtà", per citare una battuta dal film L'uomo che uccise liberty Valance di John Ford. Parliamo - l'avrete capito - del West, sul cui humus storico grandi registi americani e italiani hanno ricamato storie avvincenti per decenni. Grandi figure impresse nella memoria comune (basti citare il granitico John Wayne o l'astuto Clint Eastwood), richiamati con epiteti e tramandati come archetipi. Nella prefazione a L'uomo che sfidò le stelle, Sergio Bonelli (sceneggiatore di Tex e direttore dell'omonima casa editrice) scrive: in questo mondo "le leggende hanno il sopravvento sulla realtà, come dimostra la persistenza di personaggi come Billy the Kid, Wild Bill Hickok, Jesse James, Cavallo Pazzo e tanti, tanti altri, tra cui, appunto, Buffalo Bill". Tutti personaggi accertati storicamente, ma celebrati di fronte alla platea mondiale cinematograficamente.
Ritorniamo al nostro Augustarello, il vero protagonista del fumetto in analisi. Di fronte a lui s'ergeva distinta la figura di William Cody. Petto gonfio, schiena ritta: una sfida lanciata dal carrozzone del Wild West Show, in tournée a Roma nell'Inverno del 1890. Questo Cody sosteneva di essere il più abile cowboy del Mondo e per darsi un tono si faceva chiamare Buffalo Bill. Famosissimo il suo nome, celebre il suo talento, ma pochi conoscono l'uomo che si cela sotto l'abito da mandriano. Una leggenda, insomma...
Augustarello non digerisce la sua tracotanza e lo sfida in una serie di prove d'abilità. Di quel 3 marzo restano tracce fotografiche (alcune riportate come illustrazioni all'interno del fumetto), così come memorie giornalistiche, ma nulla potrà mai rinverdire l'eccitazione della tappa italiana del Wild West Show.
1000 lire alla squadra che riuscirà a sellare e montare un gruppetto di indomiti cavalli selvaggi. Come andrà a finire questa sfida Italia-America?

Tex in famiglia

Il Wild West Show, carrozzone itinerante di figuranti indiani e cowboy, è spesso citato come il principio della decadenza del West. La sua stessa genesi è richiamata nel western crepuscolare di Red Dead Redemption, videogioco di Rockstar Games ambientato negli anni '10 del Novecento, epoca in cui la frontiera iniziava a scomparire.
Certo, si dileguava come realtà sociale e politica, ma dava il benvenuto alla sua stessa immortale leggenda: il Wild West Show inaugura l'aspetto entertainment del discorso Far West e Buffalo Bill ne è l'uomo più rappresentativo. Una figura celeberrima, per quanto non indenne a un certo revisionismo sia da parte degli storici, sia dalla più recente cinematografia (Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman). Di fronte a lui, sguardo contro sguardo, sta il suo pari Augusto Imperiali, ma i due non potrebbero essere più diversi. Gli antitetici stili di vita sono un nodo cruciale de L'uomo che sfidò le stelle, il quale "esalta i valori della quotidianità e del coraggio - scrive ancora Sergio Bonelli - vissuti senza clamori, senza ostentazione, con incrollabile tenacia. Qualità che Augusto Imperiali detto Augustarello conosceva alla perfezione, essendo nato e vissuto in un mondo antico e selvaggio, dove non c'era tempo da perdere con i sogni né, tantomeno, con le leggende". L'umiltà dell'uno, l'adesione ai valori della famiglia, dell'amicizia e del lavoro sono in conflitto con la propensione allo spettacolo, l'esuberanza e la sicurezza di sé dell'altro. Ancora una volta è realtà contro leggenda.
La sceneggiatura di Alessandro di Virgilio e Andrea Laprovitera pongono in rilievo questo rapporto, selezionando quindi un confronto più mentale, psicologico, che fisico: è lo stile di vita, l'esistenza genuina, l'abnegazione nel lavoro a supportare Augustarello; tutti valori che Buffalo Bill di certo non ha presente. Proprio per questo motivo la sfida finale è tratteggiata in maniera tutto sommato approssimativa, schizzata in poche tavole: da questo aspetto si percepisce l'abisso che sussiste tra L'uomo che sfidò le stelle e il fumetto western italiano per eccellenza, Tex Willer. I disegni di Davide Pasciutti rafforzano tale prospettiva: lunghe fasi statiche (l'intervista al giornalista dell'Europeo) e una forse eccessiva ridondanza del racconto della giovinezza. L'agilità richiesta da un western viene comunque riconfermata da molte tavole di pura azione, sorretta da inquadrature dal taglio cinematografico e da azzeccate linee cinetiche. Difficilmente però, i profili dei personaggi convinceranno il lettore, poiché la matita di Pasciutti ne congelerà gli sguardi e le emozioni che cercano di trasmettere.
Vogliamo dedicare l'ultima riflessione ai 150 anni della nostra Patria: L'uomo che sfidò le stelle racconta di un riscatto, di un improvviso risorgere della abilità italica contro lo straniero dichiarato invincibile.

L'uomo che sfidò le stelle L'uomo che sfidò le stelle ragiona sull'antitesi tra realtà e leggenda: con la sfida tra un buttero romano e un cowboy statunitense Laprovitera e di Virgilio analizzano la decadenza del West, nonché il riscatto italico prendendo spunto da un fatto storico realmente accaduto nel 1980. Lo spunto è ottimo, ma lo svolgimento dimentica spesso gli elementi tipici di un western. Gli stessi disegni di Pasciutti si rivelano piuttosto statici, risollevatisi solo di rado con guizzi ispirati direttamente dalla cinematografia di genere.

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