Recensione Peace Maker

La storia di un non sedicente pistolero nell'epoca d'oro del western

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Un udon western?

C'è una generazione di mangaka intermedia in cui l'ispirazione fondamentale non era cercata all'interno degli stilemi tipici del mondo nipponico. Ad esempio Ryoji Minagawa, come anche l'autore di Berserk, parte dal fascino delle produzioni americane che hanno affascinato i giovani di quella generazione. Quando ancora la trama non era serva della tecnologia e dei primi attori, ha preso forma un cinema ricco di avventura nel senso più puro del termine (Lucas, Spielberg, Coppola...). Minagawa ha vissuto quell'epoca d'oro che ha segnato una generazione (e prodotto tanti sequel nelle successive!). Probabilmente in un altro paese sarebbe finito a fare lo sceneggiatore (e magari pittore a tempo perso), ma in Giappone c'era questo potente media, e Ryoji comincia a seguirne dei corsi all'università, riuscendo a debuttare a 23 anni. Non ci troviamo quindi davanti a una persona che intende l'arte come mezzo di espressione politico e sociale. Lo dice espressamente: "disegno quello che è gradito alle persone. Penso sia professionale. E' intrattenimento". Un paio di anni fa ha iniziato a cimentarsi nella realizzazione di questo manga ambientato nell'epoca d'oro delle sparatorie, seguendo in un certo senso le ispirazioni delle immagini viste sul grande schermo.

Un pistolero di nome Speranza

La vicenda si costruisce capitolo dopo capitolo, ma è ben chiara. Seguiamo il non sedicente pistolero Emerson Hope, figlio del celebre Peace, alla ricerca di una persona cara. Gli avvenimenti fan sì che a lui si unisca Nicola, una bambina che pare portare un pesante segreto, inseguita dagli sgherri della sua famiglia d'orgine. Il " non sedicente" sta per il fatto che non è sua intenzione di vivere come un pistolero (e quindi fare gare che spesso finiscono con la morte del perdente). Ma le sue capacità sono comunque enormi e verranno fuori solo nei momenti in cui Hope percepirà di essere davanti a una situazione estrema (tipicamente 5 secondi prima che qualche innocente possa morire!). Ovviamente gli intrighi della piccola si intrecceranno con gli obiettivi di Hope.

... ma è un "Bonelli" o no?

In effetti non è lontano dalle storie prodotte comunemente in Italia. Per quanto riguarda la realizzazione grafica, piano piano migliora, a nostro avviso, l'uso dei retini, in origine abusato e troppo spalmato omogeneamente sulla tavole. Gli ambienti sono abbastanza ben definiti, come anche i personaggi, a parte alcuni visi (ma certo non tutti sono Inoue, no?). Mentre per quanto riguarda Hope non possiamo non notare un design in cui chiaramente deve far posto un'immedesimazione da parte del pubblico di riferimento, che ovviamente è quello giapponese. Mentre per quanto riguarda lo sviluppo degli intrighi e dell'azione è simile alle produzioni nostrane, anche se chiaramente si possono sempre intravedere i topoi giapponesi del protagonista "tontolone" o della bambina furba (e mangiona). Ciò non toglie che gli amanti dei tecnicismi di lotta potranno sfamare la loro voglia grazie allo sviluppo delle questioni che riguardano i duelli con la pistola e alle ampie tavole che sempre le accopagnano (colpire di lato, piegato, abbassato...)

Peace Maker Peace Maker è certamente un seinen d'azione, ma il modo molto leggero in cui i vari aspetti vengono miscelati (duelli, intrighi, momenti comici...) fan sì che un po' tutti possano trovar piacere nella lettura. Lo si potrebbe consigliare anche a una ragazza o a una persona avvezza solo alle produzioni nostrane.

7.6