Recensione The disappearance of Haruhi Suzumiya

Il ritorno della brigata SOS in grande stile!

recensione The disappearance of Haruhi Suzumiya
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"Le cose strane non sono normali in questo mondo." cit. Kyon.
Ecco servito su un piatto d’argento il sunto inappellabile dell’ultimo capitolo della famigerata Brigata SOS; ma andiamo con ordine (aggettivo definibile come paradossale se associato a tale film).
Temporalmente seguente alle due serie, composte entrambe da 14 episodi, questo OAV immerge lo spettatore sin da subito in una “normale” giornata in compagnia di Haruhi, Kyon, Asahina, Nagato e Koizumi.

Haruhi is gone?

Le danze si aprono con un palese prologo atto a riproporre i tratti caratteristici della serie e della narrazione.
Kyon (finalmente nei panni cristallini del protagonista) apre gli occhi dopo una nottata di freddo invernale.
Siamo a Dicembre inoltrato e gli studenti giapponesi si apprestano a festeggiare il Natale e le loro vacanze imminenti.
Dopo le lezioni, come tutti i giorni, Kyon si dirige verso il suo club scolastico : la Brigata SOS!
Ad attenderlo c’è la solita Nagato intenta a leggere in una insolita quiete; neanche il tempo di accendere la stufa per riscaldarsi che, con un roboante ingresso, sfonda la porta Haruhi.
Parte così la mitica sigla della prima serie al cui termine si ci ritrova col club al completo, con tutti gli effettivi componenti pronti ad ascoltare l’ennesima trovata del capo.
Ascoltata, ed approvata, la volontà di Haruhi di indire una festa di Natale e iniziati gli adobbi del club Kyon termina la giornata con un immersione sotto un fitto strato di coperte, pronto ad affrontare un’altra notte di freddo.
Stranamente si giunge ad una nuova giornata (seconda serie docet).
Nell’andare a scuola il nostro protagonista incontra Taniguchi suo amico e compagno di classe.
Grazie ad un breve dialogo fra i due lo spettatore inizia a venire a conoscenza del moto con cui il film si svilupperà.
In sostanza, nel giro di una notte, il mondo, ed i particolare tutti coloro lo componessero, sono cambiati.
Sono cambiati i ricordi, le esperienze ed i rapporti; ma non solo!
Haruhi non c’è più, è, giust’appunto, sparita, sostituita da Asakura(vecchia conoscenza della prima serie); stessa cosa dicasi per Koizumi.
Oltre queste due apparenti sparizioni, dove nessuno sembra aver mai conosciuto ne Haruhi ne tantomeno Koizumi, Asahina sembra non aver mai avuto alcun rapporto col protagonista.
Infine Nagato, oltre che manifestare anch’essa la più assoluta misconoscenza di Kyon, sembra aver acquisito un comportamento diametralmente opposto a quello sempre avuto in qualità di entità dati integrata aliena.
Cosa è successo? Chi è l’artefice di questo misfatto divino(se Haruhi è sparita)? Dov’è Haruhi? ...e Koizumi?
Sulla scia di questo incipit la trama vola, cresce, si evolve e si espande a dismisura.
Farne una trattazione ordinata sarebbe un impresa oltremodo titanica, nonché scorretta ed irrispettosa verso una storia sulle righe, che si spande al di la del tempo e dello spazio.
Pieno di colpi di scena “The disappearance of Haruhi Suzumiya” è un film intrigante , intelligente e coinvolgente; riesce a tenere attaccati allo schermo sin dal primo minuto, per ben 2 ore e 40 minuti!
Come gli afecionados della serie sapranno la normalità è un aggettivo bandito, ripudiato dall’anime, e questo film (conclusivo?) ne è la perfetta esemplificazione.
Lo spettatore si sente costantemente sospeso fra idiozia, realtà e fatiscenza; con svariati riferimenti, anche importanti, alle due serie antecedenti temporalmente(conferire una consecutio temporum all’anime è esso stesso un paradosso irriverente) rende talvolta difficile seguirne il filo conduttore.
Unico aspetto negativo del plot, quindi, è la complessità di alcuni passaggi; essa può causare uno smarrimento generale non facile da superare continuando la visione.
Il finale è un qualcosa di delizioso, finemente orchestrato; vengono lasciate libere interpretazioni e chiariti tutti i punti salienti. Vengono infine proposti spiragli di luce verso un possibile prosieguo.
Nonostante ciò, il finale risulta essere non solo godibilissimo, ma anche, e soprattutto, il colpo di grazia, in positivo, verso l’ammirazione che la trama suscita e fa nascere nello spettatore nelle precedenti ore d’animazione.

Vivere tranquillo è bello ! O forse no ?!?

Terminata la disamina di una trama caleidoscopica, iniziamo ad analizzare ciò che essa nasconde e vuole comunicare.
Kyon sin dalla prima puntata della serie si definisce, agisce e pensa come un passivo, un ragazzo cosparso d’olio che non ama farsi coinvolgere se non dal lento scorrere del tempo.
L’incontro con Haruhi stravolge la sua esistenza riempiendo le sue giornate con pensate geniali e situazioni sempre differenti. Questa sua nuova vita, da lui definita anormale, è sempre stata una cosa non gradita, un mero impiccio alla sua passività.
Ebbene nell’ambito del film questo suo desiderio inappagato di normalità viene esaudito; tutti gli elementi di disturbo alla sua tanto agognata quiete vengono meno, Haruhi in primis.
Nonostante Kyon veda realizzata una delle sue massime aspirazioni, si sente perso, stranito; dimostra un affetto (... amore?) per i compagni “persi” ed in particolar modo per il capo da lui tanto detestato, fonte a suo dire di tutti i suoi guai.
La sua disperazione cresce col fluire degli eventi.
In questa fase, successiva alla scoperta della mutazione globale, viene messa in risalto una tematica di indubbio spessore : la relatività della normalità.
Questo gioco di parole definisce come, in effetti, non esistano situazioni definibili come normali e come anormali; tutto và contestualizzato, tutto è frutto del nostro background, tutto è relativo al nostro passato ed alla società in cui ci veniamo a trovare.
Kyon, ragazzo fin troppo anonimo, vede la sua vita giungere ad una svolta dove l' anormalità di Haruhi diviene, per lui, il pane quotidiano; e, come un sequestrato vittima della sindrome di Stoccolma, sviluppa una dipendenza per tale sua nuova condizione.
Tutto ciò avviene durante i 28 episodi precedenti, dove tali sintomi restano latenti fino ad esplodere proprio nel momento in cui gli viene privata la sua nuova forma di vita.

Di pari passo col tema appena esposto vanno le caratteristiche psicologiche dei protagonisti, che vedono una definitiva evoluzione e chiarificazione.
Finalmente, personaggi da sempre imbalsamati per il ruolo da loro interpretato, vedono la luce con una nuova anima più umana, sensibile e palpabile.
Una Nagato in grande spolvero, dona sensibilità e tenerezza ad un personaggio da sempre costretto all’angolo da se stesso.
Kyon finalmente decide di smettere di esistere semplicemente, decidendo di vivere con tutto se stesso; inizia ad accettare ciò che in cuor suo ha sempre saputo. Viene infine messo di fronte all’impossibilità di essere passivo e di dover compiere una scelta non banale per il mondo intero.

Technique

Passiamo adesso all’analisi tecnica dell’anime.
Graficamente consono alle puntate precedenti “The disappearance of Haruhi Suzumiya” sfoggia effetti di ottima caratura, senza eccedere in elaborazioni sconcertanti e rimanendo in linea col format.
I personaggi sono modellati a regola d’arte sfoggiando nuove mise ed acconciature davvero esaltanti (Haruhi in particolar modo).
Come unico appunto negativo ci sentiamo di ammonire un uso non simpatico di una computer grafica troppo pronunciata in alcuni frangenti, che, seppur non essendo in grande quantità, sono un pugno in un occhio nel passaggio di alcune animazioni.
Passando all’audio.
Il doppiaggio è di indubbio spessore recitativo ed espressivo, mentre la colonna sonora, e gli effetti audio sono molto naturali e non eccessivi.
Infine un plauso alla scelta di riutilizzare la bellissima opening della prima serie.

The disappearance of Haruhi Suzumiya Un film indimenticabile. Appassionante, carismatico, coinvolgente, ritmico e pieno di idee. Degna opera conclusiva di una delle serie più chiacchierate, discusse ed apprezzate degli ultimi anni. Purtroppo, essendo il seguito di 28 puntate, il film può risultare criptico per i neofiti sprovvisti del background che si viene a maturare dopo la visione delle due serie. Di contro riteniamo, sia la serie che il film, due pilastri dell’animazione giapponese odierna, un must view per chiunque, dall’otaku più sfrenato allo spettatore casuale. Una storia vivibile su due piani, quello riflessivo dello spettatore accorto e meticoloso, e quello emozionale dello spettatore appassionato. In tutti i casi, e per tutti i casi, un film che riconquista i punti persi dalla seconda serie approfondendo definitivamente personaggi ed argomentazioni. Da non perdere!

8.8