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The Seven Deadly Sins: Recensione della serie animata disponibile su Netflix

Tratto dal manga di Nakaba Suzuki, l'anime di The Seven Deadly Sins è disponibile su Netflix. Riscopriamolo insieme in attesa della seconda stagione.

recensione The Seven Deadly Sins: Recensione della serie animata disponibile su Netflix
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Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

Quando l'immaginario orientale incontra la mitologia occidentale il risultato non può che essere un centrifugato di suggestioni tanto eterogeneo quanto originale. The Seven Deadly Sins, fortunato manga partorito dalla matita di Nakaba Suzuki, è esattamente questo: il punto d'incontro tra due diverse concezioni dell'epica cavalleresca che, ispirandosi apertamente al ciclo arturiano, rielabora e reinventa la materia bretone, innestandola con contaminazioni di matrice squisitamente nipponica. Ne nasce un potpourri sui generis, una giostra di invenzioni visive e narrative particolarmente divertente, in costante bilico tra leggerezza ed intensità. L'opera di Suzuki, poco alla volta, sta iniziando a diffondersi a macchia d'olio anche al di fuori dei confini del Sol Levante, grazie soprattutto ad una serie animata disponibile su Netflix, il cui inaspettato successo ha dato vita di recente ad un tie-in videoludico, Kights of Britannia, che approderà in Europa nei primi mesi del 2018 sotto l'ala protettrice di Namco-Bandai. Per giungere preparati all'appuntamento, vale la pena quindi riscoprire questo piccolo diamante grezzo dell'animazione giapponese: nei 24 episodi della prima stagione veniamo così introdotti ad una saga che, dietro un paravento umoristico e grottesco, nasconde un lato profondamente oscuro ed affascinante.

Peccati senza redenzione

Nella taverna semovente Boar Hat, eretta sul dorso di un gigantesco maiale, un giorno irrompe d'improvviso una graziosa, avvenente ed ingenua fanciulla, Elizabeth: la ragazza dai capelli argentei è alla disperata ricerca dei Sette Peccati Capitali, leggendari e potentissimi guerrieri che - dieci anni prima - erano stati accusati di aver provato a sovvertire il glorioso regno di Lionesse. Sulla loro testa pende ora una taglia piuttosto succulenta, ma Elizabeth, fermamente convinta della loro innocenza, non è certo desiderosa di denaro: il suo scopo è quello di chiedere aiuto a questi valorosi condottieri per salvare suo padre, il Re Bartra, tenuto prigioniero dai Cavalieri Sacri, l'armata reale che ha preso il controllo del paese.

Fortuna (o destino?) ha voluto che il proprietario della locanda fosse proprio Meliodas, il capitano dei Sette Peccati Capitali: sul suo braccio è impressa l'immagine del drago, che simboleggia il peccato dell'ira. Nonostante abbia l'aspetto di un semplice ragazzino indifeso e possegga un carattere (quasi) sempre allegro e sornione, Meliodas nasconde in sé un potere immenso e devastante, che non tarderà a palesarsi nel corso della serie. Insieme ad Elizabeth, verso la quale nutre un'immediata "simpatia", e al buffo maialino parlante Hawk, il protagonista s'imbarca così per un'impresa ardua e pericolosa, col duplice scopo di ritrovare i propri compagni e ristabilire l'ordine sul trono di Lionesse.

"The pain and the plaesure all come together, there is no reason why"

Sebbene le premesse possano risultare piuttosto prevedibili e banali, l'ordito costruito da Suzuki va ben oltre le fondamenta iniziali. Quella di The Seven Deadly Sins è, prima di tutto, una vicenda corale di (anti)eroi, dolore, morte e rimpianti. Tutti i guerrieri posseggono una propria "quest" personale, un fine ultimo cui adempiere, un peccato da espiare. Il loro passato, le loro ambizioni, i loro tormenti ci vengono raccontati con un tocco a metà strada tra la favola ed il dramma: ne è emblema, innanzitutto, il peculiare stile del disegno, che alterna un tratto tondeggiante, fanciullesco e addirittura caricaturale ad un piglio più squadrato e ruvido.

Simile differenziazione è rappresentativa anche delle due "anime" del prodotto, una più incline alla visione scorrevole e "pruriginosa" (con non pochi ammiccamenti sessuali), ed un'altra decisamente più violenta, disperata e crudele. In The Seven Deadly Sins saremo testimoni di un crescendo di notevole spessore tra la prima e la seconda parte della stagione: se le puntate d'esordio sono dedicate alla presentazione di alcuni esponenti dei Sette Peccati Capitali, le ultime fungono da terreno preparatorio per la battaglia finale che, pur nel suo manierismo, riesce a riservare qualche piacevole sorpresa, sia a livello meramente visivo e registico, sia sul fronte del racconto. L'anime si prende dunque tutto il tempo necessario per farci conoscere a dovere ogni singolo membro del gruppo, scavando nel suo passato, ed analizzandone alla perfezione sia la psicologia sia i rapporti con i propri compagni di squadra: attraverso una narrazione ad incastro che fa largo uso dei flashback, la storia di The Seven Deadly Sins prende le forme di un puzzle ancora incompleto, abilissimo nel disseminare lungo gli episodi tanti piccoli indizi che, quando messi insieme, rendono più chiaro il background dei protagonisti e la vera natura delle loro abilità. Non tutto, ovviamente, viene svelato al termine di questa prima serie: chi segue il manga, del resto, conosce già alcune, bellissime rivelazioni che i fruitori dell'anime possono soltanto presagire. La qualità del ritmo ed il dosaggio ben bilanciato tra ironia e pathos riescono pertanto ad accendere nello spettatore la scintilla della curiosità: occorre però soprassedere dinanzi ad alcuni "peccati" di grossolanità, tra momenti di nonsense forse troppo accentuati e concessioni al fanservice non sempre giustificate. Sul finale, poi, la presenza di plot twist non proprio impeccabili impoverisce un po' l'intreccio della storyline, lasciando al sequel il compito di riprendere in mano le redini dell'epica e condurle al galoppo verso nuovi e più entusiasmanti sentieri.

Presagi di una Guerra Sacra

La conclusione di The Seven Deadly Sins ci lascia con un pizzico di amaro in bocca: si ha come l'impressione che tutto ciò cui abbiamo assistito non sia altro che un prologo ad eventi di importanza esponenzialmente maggiore: per alleviare l'attesa della seconda stagione, su Netflix potrete allora immergervi nella visione di Signs of Holy War, una miniserie di quattro puntate che funge da interludio al seguito vero e proprio.

Il tono della narrazione si fa ancora più vivace, scanzonato e scacciapensieri: le puntate si focalizzano in particolare sul lato "emotivo" dei protagonisti, e si preoccupano di approfondire la loro intimità ed i loro legami interpersonali senza evolvere, se non in minima parte, la trama principale. Una visione disimpegnata che, tra un tocco di malinconia ed un altro di romanticismo, rappresenta chiaramente la tipica "quiete prima della tempesta". Un temporale che speriamo possa inondarci il più presto possibile.

The Seven Deadly Sins The Seven Deadly Sins propone una visione tutta personale del poema cavalleresco: uno shonen “bipolare”, in perenne equilibrio tra il serio ed il faceto, la commedia e la tragedia. È grazie al fascino medievaleggiante riletto in ottica nipponica, alla pregevole resa grafica degli scontri e all'eccellente caratterizzazione di tutti i protagonisti se l'opera di Suzuki mantiene intatto il suo appeal pur dinanzi ad alcune ingenuità narrative, ad un uso del fanservice non sempre ben dosato e a qualche (forse inevitabile) cliché di genere. Sarà difficile, tuttavia, non lasciarsi coinvolgere dall'avventura di Meliodas ed Elizabeth, appetitoso preludio a sviluppi indubbiamente accattivanti, che troveranno a breve piena concretizzazione in Revival of the Commandments, sequel ufficiale di The Seven Deadly Sins, la cui premiere è prevista in Giappone all'inizio del prossimo anno. Perdersela sarebbe davvero un imperdonabile peccato capitale.

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