Recensione Un'estate con Coo

Hara stupisce tutti col suo primo lungometraggio

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Un’estate con Coo è il primo lavoro di rilievo di Keichi Hara, finora solo codirettore di serie TV non particolarmente brillanti anche se comunque memorabili (v. Doraemon). Di Hara, classe 1959, finora si parlava poco e anche giustamente: vuoi per mancanza di fondi, vuoi per mancanza di ispirazione, non aveva infatti mai firmato alcuna opera di spessore. D’ora in poi, se proseguirà e migliorerà sulla strada che ha iniziato a battere con Un’estate con Coo, se ne parlerà molto più. Il film, sebbene privo di un’atmosfera magica e con qualche situazione già vista, ricorda per le tematiche i lavori di Studio Ghibli ed ha raccolto vari premi a cavallo tra 2007 e 2008, spianando la strada al suo autore e giungendo alcuni mesi fa in Italia grazie a Kaze. Non è forse il caso di strapparlo all’immeritato oblio in cui sta inesorabilmente cadendo?

Fiaba anti-progressista

“Un film spontaneo e caloroso, una gioia immensa” Isao Takahata

Nell’epoca Edo il giovane Coo e suo padre, mitologici kappa della palude del drago, decidono di parlare a due samurai per dissuaderli dal bonificare la zona nella quale vivono. Questi ultimi però, invero due brutti ceffi corrotti fino al midollo, non intendono acconsentire e uccidono addirittura il padre del piccolo kappa (ma più per paura che per “reale cattiveria“, e complimenti al regista per aver rimarcato quest’aspetto). Mentre la spada del samurai sta per abbattersi anche su Coo avviene però una forte scossa sismica in seguito alla quale Coo precipita nel sottosuolo dove sarà intrappolato e fossilizzato. All’inizio di un’estate dei giorni nostri Coo verrà ritrovato da Koichi, simpatico adolescente che lo accoglierà nella sua benevola famiglia e che trascorrerà con lui delle indimenticabili vacanze. In un crescendo di avventure Coo rivaluterà parzialmente il genere umano e farà anche da spettatore alle vicende del suo giovane amico, che con lui imparerà a considerare più attentamente la natura umana e si avvierà alla sua prima storia d’amore.
Il film dura quasi 2 ore e mezzo ma non annoia mai; è invece sempre interessante ed emozionante, tanto nella prima parte, in cui i due si conoscono meglio e tentano di trovare qualche simile di Coo, quanto nella seconda, un po’ sottotono se paragonata al magico inizio, che vede i personaggi ed il loro rapporto a confronto con la volgarità moderna, volgarità che s’esprime nella degradante TV, nelle fredde e inquinate metropoli e soprattutto nella maggiorparte degli uomini ansiosi di parassitare linfa vitale dalle vite altrui, essendo la loro di un’imbarazzante vacuità.

Echi ghibliani

Nel corso della visione, avendo guardato Un’Estate Con Coo senza prima informarci adeguatamente sul regista, siamo stati man mano persuasi che egli avesse collaborato, o fosse comunque legato, con lo Studio Ghibli. Raccolte un po’ d’informazioni a fine visione siamo rimasti alquanto stupiti che non fosse così; eppure siamo certi che Hara abbia preso ampiamente spunto dalla produzione ghibliana, tanto coincidono alcuni temi e il tentativo di giocare colle mistiche forze della natura (nel caso di Hara riuscito a metà però). Seguendo Coo nel suo risveglio dai tempi dell’antica epoca Edo ci accorgiamo che, di tutto il pianeta logorato e devastato dal progresso, solo la natura umana non è stata intaccata dagli anni trascorsi: prima codardi samurai, corrotti e pronti ad uccidere per una sorta di paura del diverso (paura che si comporti al nostro stesso modo? Che sia altrettanto spietato e non abbia pietà come noi?); oggi, privati della legge del più forte e frenati dalla civiltà nel ricalcare le orme degli avi, subumani che sfogano i malvagi istinti un po’ come possono: maldicendo e sparlando, facendo della TV e dei suoi personaggi la latrina ove scaricare le frustrazioni e le invidie respresse, e talvolta prendendosela anche con gli animali, che tanto non sono tutelati e a sfogarsi su di loro non ne viene niente...
E Hara, nella sua furia camuffata da apologo per bambini - ci ricorda tanto il primo Miyazaki, quando di scuse agli umani ne lasciava ben poche e del gruppo ne assolveva pochissimi -, volta anche le spalle (questo il gesto di astioso rifiuto che compie Koichi) a quei falsi templi della natura e dell’antichità: i luoghi di villeggiatura oggi più ambiti, strappati al loro fascino selvaggio o arcano per farne orrendi parchi vacanza frequentati da inetti che, un po’ per ingenuità ma molto più per malafede, non s’accorgono che delle loro belle immagini viste sulle pubblicità non è rimasto che un cadavere dilaniato dagli scatti delle macchine fotografiche, sacrificato ai nuovi idoli senz’anima divinità dei turisti.

Molto insolite sono le animazioni che si distaccano chiaramente dai canoni cui ci ha abituato l’animazione giapponese. Merito o colpa? Decidete voi, a noi rimane l’impressione che Yuichiro Sueyoshi, il character designer, che pur nel suo curriculm vanta una collaborazione con Miyazaki per Ponyo, abbia in tal modo dato un tocco occidentale ad un anime che era ad un passo dal raggiungere la magia nipponica delle produzioni Ghibli.

Edizione DvD

L’anime è stato pubblicato in Italia da Kaze, casa editrice francese che ultimamente sta entrando nel mercato italiano pubblicando opere di qualità (recentemente ci è giusto capitato di recensire La Ragazza Che Saltava Nel Tempo, forse lo stendardo dell’intera operazione). Ci vengono proposte due edizioni: standard da 23 euro e special che supera i 35. Cominciamo la breve analisi dalle tracce audio e video, uguali per entrambe le edizioni. Pulita e praticamente impeccabile quella video, ma era pur dovuto per un prodotto così recente; tutto ok anche per quella audio che, oltre al 2.0 DD, offre per l’italiano anche il 5.1 DD (di cui, ad esempio, non godeva La Ragazza Che Saltava Nel Tempo).
Nulli gli extra dell’edizione standard, sono invece abbondanti per la special che oltre a cartoline, interviste e anteprima ( inserite in un secondo DVD) contiene anche un insolito papercraft.

Un'estate con Coo Il film, con sempre costante spirito critico, affronta ed esamina la modernità nelle sue più varie sfaccettature, evitando quasi sempre di cadere in abbozzi critici senza mordente e dall’affondo superficiale. Merito della sua ampia durata, 2 ore e 20 minuti che passano veloci ma insegnano molto.