Speciale Addio Satoshi Kon

Al nostro spiritoso compagno di viaggio...

speciale Addio Satoshi Kon
Articolo a cura di
Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

La morte non è stata improvvisa.
Preparata piano piano.
Poco a poco si è insinuata nelle viscere, ha iniziato a rosicchiare la linfa vitale e consumare il suo sempre affabile sorriso.
Satoshi Kon aveva un sorriso per tutti, per il suo staff alla Madhouse, per i tanti appassionati dei suoi film, per i suoi esigenti manager, per la critica che in certe occasioni non riuscì a digerire i suoi lavori. Per sua moglie Kyoko.
Anche per il dottore del Musashino Red Cross Hospital che gli ha diagnosticato il cancro al Pancreas: un vulnus che infine lo ha condotto alla morte martedì scorso. Mentre il primo Sole abbracciava caldamente l'arcipelago del Giappone per un nuovo giorno, il pluripremiato regista si addormentava per sempre.
Alla tenera età di 46 anni. Quasi 47.
Addio.

Questo lungo, lunghissimo viaggio

"Come dimenticarlo, il 18 Maggio di quest'anno".
Il giorno più felice della vita di Satoshi Kon. Il suo giorno più triste.
Il giorno in cui tutto è finito. In cui tutto è cominciato.
"É all'ultimo stadio di un cancro al Pancreas" gli dicono. "Si è metastastizzato sino ad alcune ossa. Lei ha al massimo sei mesi di vita".
Sono lacrime quelle che ora solcano le imberbe rughe del regista nipponico: si raccolgono appena sopra la bocca, da molte a una, quasi ad imitare la lunga coda che era tratto distintivo del suo fare sbarazzino.
Sono lacrimone quelle che ora solcano le rosse guance dell'instancabile consorte, ora in un abbraccio caldo al magro braccio del marito.
Prima di quel 18 Maggio c'è stato un 12 Ottobre. Anche questo, come dimenticarlo.
Era il 1963. Dalle parti di Sapporo veniva alla luce un frugoletto. Pesava poco, ma con le matite era fenomenale. Anche con i pennelli, eh.
Contratto il vizio del fumo, come se non dava già abbastanza grattacapi ai genitori, prova ad inseguire il suo sogno di fare il pittore e si iscrive al Musashino College of the Art. Poi verso i Novanta arrivano i manga, Kaikisen prima, World Apartament Horror su idea di Katsuhiro Otomo poi. Mica male, il ragazzo, pensa il creatore di Akira e lo testa anche nel cinema d'animazione su Roujin Z. Fa l'art director e non gli dispiace.
Lo ribecchiamo nel 1995, ancora a fianco del Maestro, con il tripartito Memories; qui segue il primo atto di Koji Morimoto, gli presta un po' del suo talento allucinato e magari impara pure qualche velleità registica.
Gli sono indispensabili d'altronde per il primo lungometraggio diretto dal ragazzo che voleva con tutto il cuore dipingere: Perfect Blue è un viaggio allucinato nel mondo delle idol, dove è il sogno a trasformarsi in melodioso incubo e il thriller determina una palette cromatica blu come la notte.
Blu come il mare, blu come il ricordo, blu come il successivo Millenium Actress: un'attrice, ma che dico, una autentica icona della cinematografia nipponica, salta di pellicola in pellicola, dal seppia alla computer grafica, per inseguire l'uomo della sua vita. Che forse nemmeno c'è, forse è già oltre la barriera della vita. Forse è più in là, proprio dove s'annida il delittuoso ricordo.
Forse sta nel fascino dell'indigenza, dello spendere la vita in semplicità, nel bandire ogni drammaticità in favore di una convinta dose di ironia. Tokyo Godfathers, ovvero la classica favola di Natale, un burbero vagabondo e un allampanato transessuale cercano di crescere un infante abbandonato chissà come tra l'immondizia: ne nasce una pellicola che mette alla berlina ogni indagine psicologica dell'animo umano per essere fedele cronista di un atto di fede, di un autentico miracolo, che può avere luogo una notte soltanto.
Proprio quella notte. Ma la realtà non è una e certo la macchina da presa non basta a raccontarla. Nemmeno un lungometraggio autoconclusivo è sufficiente. Meglio 13, tredici episodi a scandagliare la realtà, tanti quanti ne vanta Paranoia Agent. Che poi tanto reale non è: tra le nevrosi dei media, la contorta agiografia di una metropoli dei nostri tempi, un teppista col cappellino può mettere in scacco per giorni l'economia capitalistica degli anni 2000. Più che Perfect Blue, la prima sortita sul piccolo schermo si proietta in una metodica ricerca del colpevole, dell'agitatore di folle che è in tutti noi.
Prima di esplodere nell'orgia grafica di Paprika. Un orgasmo sinestetico che fa male, che inebria coi suoi sapori speziati, che ammalia coi suoi colori mai tali e quali, che assorda con parate e feste in maschera, che ubriaca con libagioni di pezza e poi di acciaio. E poi eccole svanire nell'ombra cupa.
Se aguzzi l'occhio puoi distinguere tra le tenebre due fili sottili sottili. Paralleli come binari: l'uno è il ricordo, l'altro, presta attenzione, il sogno. Su, tirali a te, non avrai mica paura?
The Dream Machine è il (possibile) risultato di questo tiro alla fune, un ritiro d'ancora che aveva il sapore di un nuovo viaggio: il dopo Paprika doveva scandagliare gli oceani dell'avventura. Un cast di soli robot per una vocazione all'intrattenimento puro sempre rammaricata per Kon, che mai era riuscito nei film precedenti a coinvolgere grandi e piccini.
Per portare a termine tale ultimo obiettivo, che per lui aveva forma e contorni di un sogno, ha messo a disposizione tutto il proprio talento, con il preciso intento di prosciugarlo interamente.
Prima di chiudere gli occhi, di sognare e fantasticare ancora un po', lo ha portato a termine.
E' proprio vero, ride, che la magia del cinema sta tutta qui: opere imperiture che possono rievocare l'uomo che fu per l'eternità.

Sayonara

É un infinito abbraccio, un lungo commiato, una interminabile sequela di inchini. L'arrivederci di Satoshi Kon a questo mondo arriva sotto forma di una bellissima lettera, commovente, una sfumatura di lacrimata ironia. Alla fine ringrazia tutti quelli che hanno "sopportato" la lettura del "lungo documento".
Un addio masticato troppo a lungo, "un destino così inaspettato e insostenibile", un fardello impossibile da portare da solo. E proprio per questo gli viene da chiedere scusa per il suo triste egoismo a tutti coloro che ha incontrato, per l'incapacità a volte di carpire ansie e timori del prossimo. Per una certa paura del morire. Per la credenza di essere infine una metora, un corpuscolo che sorvola questo grigio pianeta e - come arrivata - poi se ne va: "quando ho sviluppato la polmonite e mi trovavo in punto di morte, per mettere la mia firma finale sul destino, ho pensato che se fossi morto lì e subito, non potevo essere d'aiuto".
Il disperato ottimismo allontana lo spettro della dipartita, ma alla salute che pian piano abbandona la lucidità dei nostri pensieri viene da pensare a Caronte e alla sua pertica gettata al largo dello Stige: "quando non riuscivo a pensare ad altro che alla morte, ho pensato che in effetti si può morire una volta sola. Nel recondito della mia mente, il mondo 'rinato' oscillò più volte".
Un macigno trascinato a forza da pochi, da coloro che potevano anche sopportare di vederlo triste, con la bocca cucita e non il simpatico sorriso che dispensava costantemente: "non volevo che la gente vedesse il mio corpo emaciato. Volevo che la maggior parte delle persone che conoscevo mi ricordasse come il Satoshi che era pieno di vita".
Il fatale silenzio con i genitori: impossibile andarli a trovare a Sapporo, possibile invece che questi si inginocchino al suo capezzale. É uno dei passi più struggenti della lettera d'addio: "non potrò mai dimenticare le prime parole che uscirono dalla bocca di mia madre quando mi vide lì disteso.
'Mi dispiace tanto, per non averti fatto con un corpo più forte!'.
Ero completamente senza parole.
Ho potuto dedicare solo un breve periodo di tempo con i miei genitori, ma era sufficiente. Sapevo che se avessi visto le loro facce, ciò sarebbe sufficiente, e fu davvero così.
Grazie, Padre, Madre. Sono così felice di essere nato in questo mondo come figlio di voi due. Il mio cuore è pieno di ricordi e di riconoscenza. La felicità è di per sé importante, ma io sono così grato che che voi mi abbiate insegnato ad apprezzare la felicità
". Ringraziamenti sentiti anche al fondatore dello Studio Mad House, Maruyama-san, committente di gran parte dei lavori di Satoshi Kon. "Appena ho visto il viso di Maruyama quando è venuto a trovarmi a casa, non riuscivo a trattenere il flusso di lacrime o il mio sentimento di vergogna. 'Mi dispiace tanto, per finire così...'. Maruyama-san non disse nulla, e si limitò a scuotere la testa e strinse entrambe le mie mani. Ero pieno di gratitudine. Sentimenti di gratitudine e di gioia, di aver avuto la fortuna di lavorare con questa persona, sono esplosi in me come una frana. Può sembrare egoista, ma mi sentivo come se fossi stato perdonato in quell'istante". Il rimpianto di non avere forze sufficienti per terminare degnamente la pellicola in lavorazione era grande, la preoccupazione di dover abbandonare uno staff così affiatato indescrivibile. "C'è un forte possibilità che gli storyboard che sono stati creati con il (nostro) sangue, sudore e lacrime non saranno mai visti".
Ma Maruyama aveva una soluzione anche a questo: alle innumerevoli preoccupazioni lui rispose pacatamente: "Non ti preoccupare. Faremo capire qualcosa, quindi non preoccuparti".
Eccolo il pianto. Il pianto adesso appena accennato che diventa incontrollabile, uno sfogo infinito, lunghissimo. Eterno.

Ricordi ininterrotti

Sarebbe impossibile ricordare in uno spazio così breve tutti coloro che in vari modi hanno salutato il regista nipponico. Possiamo almeno raccogliere gli omaggi più sentiti e sinceri...
La moglie Kyoko innanzitutto, quella donna che gli disse negli ultimi giorni di vita: "Sarò al tuo fianco fino alla fine", ora ringrazia quanti hanno dimostrato affetto in questi giorni così duri: "Vi siamo profondamente grati per la vostra gentilezza durante la sua vita".
Ma è anche il mondo del cinema a mobilitarsi. Marco Muller, direttore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, che volle il cineasta all'edizione 2006 per presentare Paprika, così si è espresso: "Il cinema, tutto il cinema non solo il cinema giapponese o il cinema di animazione, e' improvvisamente piu' povero. Continueremo a guardare a lui, ai suoi film, per pensare il futuro della cultura visiva e digitale".
Lo saluta anche la redazione di Yamato Video: "Che rabbia la morte quando ti sottrae un amico dell'animazione (e del buon fumetto) con così tanto ancora da condividere. Satoshi Kon non era l'altezzoso autore che se la tirava, visto il successo internazionale e il fatto - molto umano - di sapere di essere uno in gamba. [...] Che ingiusta la vita, quando ti fa sentire un poco più solo in quel mondo così spazioso e colorato che è l'animazione".

Animeye Biographies Con il cuore pieno di gratitudine per tutto il bene del mondo, metto giù la penna. Ora scusatemi, devo andare. Satoshi Kon