Intervista a José Villarrubia da Planeta DeAgostini

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Alcuni giorni fa, la casa editrice Planeta DeAgostini, ha pubblicato, tramite sito ufficiale, l' intervista fatta da David Fernández a José Villarrubia, colorista del fumetto Batman: Gotham County, l' intervista è stata pubblicata in tre parti ma noi ve la proponiamo in un' unica volta in questo portale.

Intervista a José Villarrubia

José Villarrubia (Madrid, 1961) è un artista che vanta una lunga carriera professionale, non solo in ambito fumettistico (dove si è imposto come uno dei più famosi coloristi contemporanei) ma anche in quello pittorico e fotografico. Avido lettore di fumetti sin dall'infanzia e dichiarato ammiratore di Richard Corben e Moebius, tra gli altri, ha all'attivo vari progetti personali e un incarico come insegnante presso l'Istituto d'Arte del Maryland. José, inoltre, si occupa della colorazione di numerose serie americane collaborando con alcuni dei più insigni professionisti del settore.   


Sei cresciuto in un ambiente familiare che ha favorito il tuo interesse verso qualsiasi tipo di espressione artistica, dato che i tuoi genitori avevano contatti con il mondo della pittura (attraverso la Galleria d'Arte Momediano) e della fotografia. Che ruolo hanno avuto nella tua formazione e sviluppo artistico? 

José Villarrubia: Mia madre è fotografa ed è stata direttrice della galleria. Mio padre lavora nella pubblicità e, quando io ero piccolo, il suo migliore amico era un grande pittore e illustratore che ha mosso i suoi primi passi proprio nel mondo del fumetto, Ezequiel López

Ovviamente, il fatto di essere cresciuto in un ambiente di questo genere è stato fondamentale per la mia carriera artistica. Mia madre ha sempre sollecitato la nostra curiosità per quanto riguardava la cultura, l'arte, la fotografia, la lettura... Da piccoli, abbiamo sempre avuto a disposizione ogni tipo di materiale per disegnare, dipingere e fare lavori manuali. A me piacevano tantissimo gli origami, al punto che avevo vari libri sull'argomento. Mia madre decise di lasciare lo studio di ceramica dove lavorava per dedicarsi all'educazione dei figli. Di tanto in tanto prendeva i pennelli e realizzava qualche dipinto a olio. Si è occupata anche di fotografia pubblicitaria, anche se in modo saltuario... A essere sincero, sono cresciuto in una famiglia davvero molto mediatica. Ricordo che ci piaceva tantissimo vedere la pubblicità alla tv; compravamo tantissime riviste e mio padre, spesso, discuteva con noi su alcune idee per campagne, slogan, ecc.

Ezequiel, oltre a essere un grande pittore, all'epoca della rivista "La Trinca", aveva anche iniziato un adattamento a fumetti de La Divina Commedia. Ricordo di aver visto le sue pagine dipinte a guazzo: erano davvero impressionanti... Quando "La Trinca" chiuse i battenti, Ezequiel abbandonò il progetto... A lui non piacevano i fumetti di supereroi come al sottoscritto, però apprezzava il lavoro di (Frank) Frazetta e (Richard) Corben. Mi ricordo che una volta mi spiegò perché una certa copertina di Conan di Frazetta (quella in cui compaiono i tre ladri in casa) aveva qualcosa di speciale. Mi disse: "È perché ha una sua atmosfera". La cosa, mi spiegò, non aveva niente a che vedere con la tecnica: era una qualità tanto auspicabile quanto intangibile...


Hai avvertito presto una speciale attrazione per il mondo del fumetto, diventando un avido lettore dei classici TBO, Mortadelo y Filemón, Asterix, Tintin, Lucky Luke, ecc. Se però dovessi indicare un solo fumetto come "colpevole" della tua passione per questo mezzo d'espressione, quale sceglieresti? E perché? 

José Villarrubia: Questa è una domanda difficile, visto che c'erano molti fumetti che mi piacevano. Da piccolo, leggevo di tutto, come ogni bambino. Ma nessun fumetto ha colpito particolarmente la mia immaginazione fino all'adolescenza. Potrei menzionarne tre o quattro che per me sono state letture fondamentali: 

- Haxtur di Víctor de la Fuente è stato ed è un modello insuperabile per quanto riguarda la padronanza della tecnica, il tratto e l'immaginazione. Ciascuna tavola è un perfetto esempio delle capacità artistiche del maestro. Ciascuna vignetta è un'opera d'arte a sé... Anche se alcuni capitoli e in particolare la conclusione peccano, a mio avviso, di alcune ingenuità. La realizzazione, lo spirito e il progetto dietro quest'opera sono così straordinari che ancora oggi, quando lo rileggo di tanto in tanto, rimango affascinato. 

- Quando uscì per la prima volta Bloodstar, io ero già un grande ammiratore di Richard Corben, in particolare dei suoi lavori per la Warren. Ma Bloodstar fu di fatto il suo primo capolavoro. Per me rimane un fumetto perfetto, sia a livello di sceneggiatura che di disegno. Ricordo di aver letto un capitolo in un libro di Javier Coma dedicato ai fumetti che confermò questa mia impressione. In seguito, scoprii che a Corben non piaceva particolarmente Howard e mi resi conto che i cambiamenti introdotti in questa storia erano davvero azzeccati. 

- Arzach è stato ed è tuttora un fenomeno unico nella storia del fumetto mondiale. Ricordo Moebius descrivere il processo di creazione della sua opera come una "scrittura automatica portata a un altissimo livello di perfezionismo". È un autentico gioiello, sia dal punto di vista narrativo che grafico. L'ultimo capitolo, con quegli accostamenti così sorprendenti, indicava una serie di possibilità per il mondo dei comics che, secondo me, non sono state sfruttate appieno. 

- Infine, mi permetto di aggiungere anche Yragael, dal mio punto di vista il capolavoro per eccellenza di Phillipe Druillet. L'impostazione visiva di quest'albo (che offre la migliore versione dell'Apocalisse mai realizzata in qualsiasi mezzo espressivo) è a dir poco magistrale. Purtroppo, i disegni non sono all'altezza della storia. I testi scritti da DOM (non so chi sia in realtà) sono il perfetto completamento di questa geniale opera. 


Cosa ha significato per te, come lettore e futuro artista, la "scoperta" del fumetto commerciale nordamericano? 

José Villarrubia: Be', è stato un processo che si è sviluppato seguendo varie fasi... Da piccolo, tra le altre cose, leggevo i fumetti tradotti dalla Editorial Novaro, come Sal y pimienta, La zorra y el cuervo e anche quelli dei supereroi. In questo caso, però, le traduzioni erano molto approssimative e m'infastidivano non poco. Il mio amore per i comics è nato quando ho cominciato a leggere i fumetti Marvel tradotti dalla Editorial Vértice... Quello che mi rapì non erano tanto i disegni (i lavori del primo Kirby e, soprattutto, di Ditko e Don Heck mi sembravano terribili), ma le storie, i rapporti fra i vari personaggi e il fatto che condividessero uno stesso "universo". 

La cosa cambiò quando cominciarono ad apparire le storie di Romita, John Buscema e in particolare Neal Adams, che diventò in assoluto il mio disegnatore preferito. Dato che i fumetti pubblicati dalla Vértice non indicavano i credits delle storie, io e i miei fratelli ci inventavamo dei nomignoli con cui indicare i vari artisti. Neal Adams era così "il futurista", dato che il suo lavoro sembrava di gran lunga più moderno rispetto a quello dell'"ingessato" (Kirby) o dell'"orribile" (Ditko). 

La terza fase ha riguardato la scoperta dei fumetti americani underground, anche se in realtà mi piacevano solo Crumb e Bode. Gli altri mi sembravano tutti molto rozzi. 


Dopo vari e infruttuosi tentativi di trovare un tuo spazio come disegnatore all'interno della Marvel e della DC durante la tua adolescenza, hai ripreso i tuoi studi artistici. Con il senno di poi, questo rifiuto iniziale da parte delle due grandi case editrici nordamericane ha avuto un effetto positivo per la tua formazione artistica, non trovi? 

José Villarrubia: Non si potrà mai sapere cosa sarebbe successo se allora mi avessero accettato... Avrei continuato a studiare arte, di questo ne sono sicuro... Era qualcosa che volevo fare a tutti i costi e, visto che i miei genitori appoggiavano questa scelta, avrei potuto imparare un sacco di cose lo stesso. La mia carriera artistica sarebbe andata diversamente, ma in fondo non credo che sarebbe stata né migliore né peggiore. Chi lo sa? Magari avrei disegnato fumetti per un certo periodo di tempo e poi sarei passato alla fotografia, alla pittura o ad altri mezzi espressivi che mi hanno sempre interessato... 


Come pittore, hai realizzato varie esposizioni dei tuoi lavori. Poi però è arrivato un momento in cui hai abbandonato la pittura con l'intento di "capire la tua vera natura artistica" e non realizzare opere che la gente semplicemente "si aspettava da te". È stato un processo molto difficile? Quando hai trovato la tua vera personalità artistica? 

José Villarrubia: No, non è stato difficile. Non sono mai stato il tipo d'artista che soffre nel realizzare le sue opere d'arte o nel trovare la sua identità artistica. Per me, fare arte (qualsiasi tipo d'arte) è sempre stata principalmente una grande fonte di piacere. Non mi sono mai identificato con gli altri studenti di Belle Arti che dicevano di "soffrire" se passavano troppo tempo senza dipingere. Ho anche pensato che forse non ero un artista, dato che io non provavo quello stesso sentimento di angustia... La scoperta del lavoro di David Hockney, così poliedrico e positivo, mi aprì gli occhi su un altro modo di fare arte e mi confermò che si poteva essere artisti anche senza essere legati a un unico mezzo espressivo o senza dover per forza provare un sentimento di sofferenza. Neanche quando sono passato dalla pittura alla fotografia artistica ho scoperto la mia vera personalità come artista. Credo che questo sia, almeno per me, un qualcosa di molto fluttuante. 


Parlando di fotografia, la realizzazione di una serie di ritocchi e la manipolazione dei negativi ti ha spinto ad approfondire quello che potremmo denominare (per quanto sia un concetto molto ampio e diffuso) "arte digitale". Dave McKean è stato una fonte d'ispirazione cosciente? 

José Villarrubia:
Per circa 10 anni ho realizzato lavori fotografici senza ritocchi. In un certo senso, la sfida che mi ero prefisso era di immortalare figure fantastiche (angeli, figure mitologiche, ecc.) senza ricorrere ad alcun ritocco. Mi sembrava il modo più semplice. Non è che non ammirassi quei fotografi che avevano fatto uso del digitale per ottenere gli effetti desiderati, come nel caso di George Platt Lynes e delle sue immagini. Non sono mai stato un purista per quanto riguarda l'utilizzo della tecnica digitale. Rifacendomi agli esperimenti che David LaChapelle eseguì prima di iniziare a lavorare con Photoshop, quando manipolava i negativi, cominciai ad alterare le diapositive e a pitturarvi sopra. Alcuni dei miei studenti erano interessati a lavorare con il computer e io decisi di aiutarli, anche se il risultato a quell'epoca era ancora molto rozzo. Con l'uscita di The Vertigo Tarot, di McKean, decisi che la tecnica digitale in generale e Photoshop in particolare avevano fatto notevoli progressi e che valeva la pena imparare a usarli.

Il famoso disegnatore Jae Lee ha rivestito un ruolo fondamentale nella tua carriera come colorista di fumetti. Potresti spiegarci come un'esposizione d'arte presso la Maryland Art Place abbia portato al tuo arrivo sulle pagine della collana Hellshock pubblicata dalla Image Comics? Lee è forse il disegnatore con cui hai raggiunto maggiore di sintonia?

José Villarrubia: Quando facevo parte del consiglio direttivo di un centro culturale di Baltimora, il Maryland Art Place, mi proposi di organizzare una mostra di disegnatori locali di fumetti. Jae all'epoca viveva in Virginia, vicino Baltimora e stava cominciando a raccogliere i primi successi come disegnatore presso la Marvel. Fui molto lieto di inserirlo tra gli espositori e, in pratica, sin da quel momento stringemmo una grande amicizia, soprattutto per telefono. Poco dopo, quando la carriera di Jae decollò, mi chiese di colorare il suo primo fumetto per l'Image Comics, Hellshock. Jae non aveva esperienza come scrittore, perciò cercai di aiutarlo con la sceneggiatura. La trama peccava di tutti i cliché del genere... in effetti, i personaggi e il tema che Jae aveva concepito in un primo momento ricordavano molto il Deathblow di Jim Lee. Dopo lunghe discussioni, alla fine venne fuori un ibrido tra le idee iniziali di Jae, i miei suggerimenti e i dialoghi di un altro scrittore anonimo... 

In quel periodo, si stava cominciando a usare il computer come metodo di colorazione, con risultati molto pittoreschi e, in generale, dal tono abbastanza "sintetico". Jae e io nutrivamo una grande ammirazione per color che dipingevano fumetti, come Bill Sienkiewicz, Kent Williams e Jon J. Muth. Il loro lavoro c'entusiasmava entrambi e Jae mi chiese se fossi in grado di ricreare quello stile per questo nuovo fumetto che aveva in mente. Gli risposi che potevo dipingere copie delle pagine a mano, con acquerelli e tecniche miste; queste pagine poi potevano essere scannerizzate e i colori aggiunti in un secondo momento. Jae contattò un "esperto" di computer il quale gli disse che scannerizzare direttamente le pagine era impossibile. La cosa migliore che si poteva fare era copiare le mie "guide di colore", ovvero dipinti ad acquarelli sulle fotocopie, e riprodurre in digitale i tratteggi, le pennellate e gli effetti. Personalmente, mi sembrava una soluzione assurda ma, dato che non sapevo come usare il computer, non ero nella posizione di discutere. Jae parlò più e più volte con questo "esperto", ma senza successo. 

Alla fine la serie uscì. Si trattava del mio debutto come colorista su un fumetto americano. Hellshock era caratterizzato da questa tecnica per me molto approssimativa e da disegni realizzati da Jae in modo alquanto frettoloso, con pesanti ritocchi e aggiustamenti alla sceneggiatura per cercare di ovviare ad alcune scelte troppo complicate o tecnicamente difficili da realizzare. Insomma, credo che Jae fosse troppo giovane e immaturo per assumersi una responsabilità del genere. Ma quella era l'epoca "Image", in cui disegnatori dal tratto spettacolare stavano creando tutti la propria serie con personaggi e sceneggiature francamente discutibili e risibili. Hellshock, in effetti, non era nemmeno tra i peggiori. 

Quando si concluse la prima serie, Jae ripudiò la propria creazione. Provò vergogna per la scarsa qualità e consistenza della serie e, invece di dare vita a un sequel, decise di ricominciare la storia di Hellshock dall'inizio. Il progetto lo tenne impegnato alcuni anni e nel frattempo io imparai a lavorare con Photoshop, mi comprai un computer nuovo e, quando Jae ricominciò a scrivere e a disegnare la serie (questa volta con una maggiore maturità e dimestichezza) ebbi modo di colorarla utilizzando la tecnica che avevo in mente già all'epoca della prima serie... All'inizio ci fu qualche problema. Brian Haberlin mi aiutò a capire come si prepara una pagina per la stampa, visto che avevo ancora molto da imparare. E infatti il primo numero venne stampato troppo scuro. Era però qualcosa di completamente diverso da quello che si pubblicava in quel periodo e attirò l'attenzione di molti. Warren Ellis elogiò i miei colori su quella serie, non me lo dimenticherò mai. Gli altri numeri vennero stampati meglio, ma Jae decise di interrompere il progetto a causa dei suoi crescenti dubbi sullo sviluppo della trama. 

Jae quindi tornò alla Marvel per lavorare sulla collana Marvel Knights, la migliore proposta Marvel di quel periodo, creata da Joe Quesada e Jimmy Palmiotti. Jae decise di disegnare la serie The Inhumans e richiese la mia collaborazione ai colori. La casa editrice però preferì una colorazione più "tradizionale" rispetto ai miei dipinti; ho avuto modo di lavorare nuovamente con Jae sulla sua seconda serie Marvel, The Sentry. A quell'epoca, il tipo di colorazione dipinta che realizzavo sembrava già più accettabile e così mi venne offerta la possibilità di lavorare su altri titoli... Il rapporto con Jae continuò fino a quando mostrai a June, sua moglie e pittrice di talento, la mia tecnica di colorazione. Sapevo che questo avrebbe comportato la fine del mio rapporto lavorativo con Jae, ma mi sembrava giusto così: è molto meglio lavorare con qualcuno che hai sempre al tuo fianco e June si è rivelata un'eccellente colorista. Jae è uno dei miei migliori amici, abbiamo una grande confidenza ed è lui che in definitiva mi ha aperto le porte del fumetto americano dopo i miei insuccessi iniziali. 


Insieme al fotografo Stephen John Phillips (con il quale in seguito hai collaborato su Veils per la Vertigo), hai preso lezioni di Photoshop. Come giudichi l'influenza di questo strumento informatico nel fumetto contemporaneo? 

José Villarrubia: In effetti, mi ricordo di un'intervista che rilasciai a una rivista di Washington, in cui l'ultima domanda era: "Che progetti hai per il futuro?" Io, a dirla tutta, non avevo nessuna risposta e dissi al giornalista che eliminasse gentilmente la domanda... Alcuni mesi dopo, il mio amico Stephen mi disse che aveva in mente di imparare a usare Photoshop. Capii immediatamente che dovevo fare lo stesso. 

Photoshop si è rivelato un programma essenziale sia per il fumetto contemporaneo che per l'illustrazione e la fotografia commerciale. Il farraginoso metodo di produzione dei fumetti americani, dalla loro nascita negli anni Trenta fino agli anni Novanta, si è semplificato in modo radicale e le possibilità espressive si sono moltiplicate... 


Un altro dei tuoi collaboratori illustri è Alan Moore, il quale, prima per mezzo di rappresentazioni teatrali e poi attraverso un libro illustrato di fotografie, ti ha permesso di mettere la tua sensibilità artistica al servizio di un testo che devi aver trovato molto speciale. Stiamo parlando di Lo specchio dell'amore. Cosa rappresenta per te questo poema e come giudichi il tuo coinvolgimento nel suo adattamento per diversi mezzi espressivi? 

José Villarrubia: La prima volta che ho letto Lo specchio dell'amore è stato all'interno di una rivista chiamata Rapid Eye. Mi commosse molto, ma poi non ci pensai più. Mesi dopo mi fu offerta la possibilità di fare una rappresentazione teatrale e allora mi venne in mente la possibilità di farne un adattamento... Alan appoggiò la mia idea sin dall'inizio, dato che lui stesso ha interpretato alcuni dei suoi scritti e adora il mondo della performance art. Molti mesi dopo, un amico francese, François Penaud, mi suggerì di adattarlo in forma di libro. Realizzare quel libro per me significava ritornare all'estetica e al metodo di lavorazione che utilizzavo di solito quando creavo immagini da esporre in gallerie: dovevo creare illustrazioni che fossero aperte a varie interpretazioni, sia che fossero viste singolarmente, in sequenza o accompagnate da un testo... Ho lavorato molto intensamente su quel libro e, onestamente, sono molto soddisfatto del risultato finale che rispecchia l'idea che avevo in mente sin dal principio. Perciò questo poema rappresenta molte cose per me: è un manifesto politico contro la discriminazione, un canto d'amore (non a caso prende il titolo dal film di Genet) e, personalmente, una grande affermazione sul piano artistico al di fuori di qualsiasi logica commerciale del mercato statunitense. 


Hai collaborato di nuovo con Moore realizzando una serie di fotografie per una nuova edizione del suo romanzo La voce del fuoco e su Promethea (sul settimo numero hai realizzato una sequenza fotografica trattata digitalmente). Com'è stato collaborare con quello che probabilmente è l'autore di fumetti più famoso al mondo? È uno scrittore molto geloso delle proprie opere? 

José Villarrubia: Alan è un amico e lavorare con lui è stato un piacere. Le nostre collaborazioni non sono come quelle che Alan ha con la maggior parte degli artisti. Solo nel caso di Promethea ha scritto una sceneggiatura molto dettagliata. Gli altri sono tutti adattamenti miei che hanno ricevuto sempre il suo completo appoggio. Alan è geloso delle sue opere solo quando intuisce che qualcuno che non gli va a genio possa trarne profitto. Ma con gli amici non si comporta così. 


Nel corso della tua carriera professionale, hai avuto l'opportunità lavorare con due autori che ammiri tanto: Richard Corben e Bill Sienkiewicz. Ti sei sentito in soggezione? 

José Villarrubia: Sì, chiaramente. La collaborazione con Sienkiewicz è nata quando partecipai al crossover tra Sentry e Hulk. Quasi non ho avuto tempo di rendermene conto, vista la rapidità con cui è avvenuto tutto. Questo lavoro però è stato selezionato da The Society of Illustrators di New York, e poi esposto nel suo museo. Credo che Bill sia rimasto soddisfatto... per lo meno, così mi ha detto. Dopo quella volta abbiamo collaborato in un altro paio d'occasioni. 

La collaborazione con Corben è nata in modo diverso... Ho avuto più tempo per elaborare un progetto e sì, mi sono sentito abbastanza in soggezione, dato che Corben è, dal mio punto di vista, l'artista che ha usato il colore nel modo più geniale nella storia dei fumetti. Discutemmo il progetto varie volte e, alla fine, lui è rimasto soddisfatto del risultato e io mi sono sentito sollevato. Mi ha regalato cinque fantastici disegni che ho appeso nel mio salotto. Al momento sto colorando le sue matite (questa volta per Conan) e, come potrai immaginarti, è un'esperienza unica.

Oltre a lavorare nel mondo dei fumetti e a essere un fotografo che gode di una certa reputazione, hai insegnato come professore presso il Dipartimento di Illustrazione del Maryland Institute College of Art. Il contatto con nuove generazioni di artisti risulta stimolante dal punto di vista creativo? 

José Villarrubia:
Be', sì, molto. A essere sinceri, adoro i miei studenti. Con il passare degli anni, mi sono fatto una certa reputazione come professore esigente, perciò gli studenti che scelgono di seguire i miei corsi sono molto seri e assidui. 

Per me, il processo artistico è molto legato al contatto con i miei studenti. Durante il mio anno sabbatico che ho trascorso a Parigi, l'unica cosa che mi è mancata è stato il fatto di non poter condividere le mie esperienze con loro. 


In che modo si completano e si relazionano i tuoi ruoli di fotografo, colorista e docente? Qualche volta hai avuto delle difficoltà a trovare un equilibrio tra i tuoi vari impegni professionali? 

José Villarrubia:
L'unico problema è il fatto che l'insegnamento ti porta via non poco tempo. Lo stesso dicasi per il lavoro sui fumetti e per gli altri progetti artistici. Per fortuna, all'università, ci sono abbastanza vacanze e ogni sette anni abbiamo uno sabbatico. Per il resto, i diversi impegni si completano alla perfezione, dato che insegno quello che in fondo faccio professionalmente. 


Concentriamoci sugli aspetti tecnici del tuo lavoro come colorista: come valuti l'influenza delle nuove tecnologie? Che strumenti informatici usi di solito? 

José Villarrubia:
Sin dall'inizio ho usato quasi esclusivamente Adobe Photoshop. Ho giocato un po' con Painter e conosco Illustrator, ma Photoshop è per me il programma più utile e ogni nuova versione ha sempre interessantissime novità. 

Lavoro da sempre con i Mac. A dirla tutta, non ho fatto altro che copiare quello di cui si serviva McKean. Inoltre, utilizzo una tavoletta Wacom e da circa un anno anche la tavoletta Cintiq, che trovo davvero formidabile. 


Colori in modo tradizionale e poi lavori le pagine digitalmente, o applichi il colore direttamente attraverso programmi informatici? 

José Villarrubia:
All'inizio dipingevo le pagine con gli acquerelli, poi le scannerizzavo e le sistemavo con Photoshop. Con gli anni, ho cambiato procedimento e ora uso esclusivamente Photoshop. Raramente coloro qualcosa a mano. 


Quando svolgete il vostro lavoro, voi coloristi dovete tenere in considerazione sia l'ambientazione spaziale e drammatica che lo stile narrativo utilizzato e il tono dell'opera. Come si fa a rendere compatibili le richieste di editor, sceneggiatori, disegnatori e inchiostratori senza rinunciare alla propria sensibilità artistica? 

José Villarrubia:
La mia sensibilità artistica è una cosa quasi intuitiva. Arriva un momento in cui avverto che tutte le pagine di un albo sono complete. Quando effettuo dei cambiamenti, di solito faccio in modo che non pregiudichino l'intero risultato, anzi, spesso lo migliorano. Gli editor, gli autori e i disegnatori con i quali collaboro, di solito, conoscono il mio modo di lavorare (e i miei gusti) e sanno cosa possono aspettarsi da me. Il vantaggio di aver lavorato per tanto tempo nell'industria del fumetto è proprio il fatto di essermi cimentato su progetti di natura abbastanza diversa... 


Nonostante l'importanza del vostro ruolo, troppo spesso i coloristi vengono eclissati dai nomi degli sceneggiatore e disegnatori. Hai la percezione che il tuo lavoro sia sufficientemente apprezzato e riconosciuto? Come giudichi le due nomination ricevute agli Eisner Award come Miglior Colorista e il Premio Comicdom ricevuto per il tuo lavoro su X-Factor (Marvel Comics)? 

José Villarrubia:
Be', è un gran elogio ma, allo stesso tempo, è un giudizio abbastanza arbitrario. I membri della giuria degli Eisner Award sono quasi tutti proprietari di negozi di fumetti e distributori... e la cosa si nota. Il premio per X-Factor è stata una piacevole sorpresa... 


Tenendo presente l'ingente quantità di progetti nei quali sei attualmente coinvolto, quanto tempo impieghi a colorare un intero albo? 

José Villarrubia:
Dipende, dato che a volte alcune pagine sono molto dettagliate, altre no. A volte uso colori piatti, altre li modello, altre ancora ricorro alla pittura... Perciò, direi tra le due e le quattro ore a pagina... più o meno. 


Quali progetti ti aspettano prossimamente a livello professionale? 

José Villarrubia:
Sto lavorando su un nuovo progetto segreto per la Marvel, che verrà annunciato alla ComicCon di San Diego a luglio e che farà parlare molto di sé. Sono inoltre il colorista ufficiale di Conan e di Kull, e me la sto passando alla grande, soprattutto perché collaboro con il grande Corben. Per la DC, lavoro come colorista regolare della nuova serie
Manhunter... Sono poi impegnato su vari one-shots par le tre major del mercato fumettistico statunitense... In futuro, terminerò The Book of Copulation, di Alan Moore, e Tarot che scriverà appositamente per me. 


Paul Pope è probabilmente una delle personalità più forti a essersi imposte nel mondo dei comics durante gli ultimi dieci anni. Che ne pensi del suo stile e del suo ruolo all'interno dell'industria contemporanea? 

José Villarrubia:
Paul è un caso unico nel mondo dei fumetti contemporanei. Seguendo una carriera molto singolare, diversa da quella di tutti gli altri disegnatori americani, Paul ha intrapreso un cammino indipendente dai colossi del fumetto d'oltreoceano. Inoltre, Paul ha lavorato per vari anni in Giappone, e questa cosa si riflette molto nel suo modo di narrare; ha una grande conoscenza del fumetto europeo, come si può notare dall'impostazione estetica delle sue opere. In un certo senso, Paul combina aspetti del fumetto globale, l'energia creativa dell'americanissimo Jack Kirby, l'atmosfera europea degna di un Blutch e la narrativa frenetica dei manga di Katsuhiro Otomo


Hai lavorato insieme a Pope su titoli come Project Superior, l'antologia SOLO e, prossimamente, La Donna Bionica, e siete quasi diventati collaboratori fissi. Condividete affinità artistiche? C'è una bella intesa? 

José Villarrubia:
Oltre a essere un mio caro amico, Paul ha i miei stessi gusti. Abbiamo un'ottima intesa; a Paul piace descrivere quello che vuole in modo davvero unico, facendo riferimenti all'arte classica e alla cultura popolare, e credo che si senta molto a suo agio sapendo che io conosco tutti i riferimenti culturali e artistici che menziona. 


Com'è nata la possibilità di partecipare a
Batman: Anno 100

José Villarrubia: Paul era al lavoro su questo fumetto da vari mesi, quando lo incontrai al festival indipendente di fumetti SPX di Bethesda. Avevo con me alcune foto che avevo fatto per il libro di Alan Moore, Lo specchio dell'amore, all'epoca ancora inedito. Paul osservò quelle foto nei dettagli. Mi disse che quella che gli piaceva di più era, non a caso, la più astratta (alcune gocce di sangue sulla neve) e che era interessato a collaborare con me su questo progetto. Rimasi lusingato da tanta fiducia artistica e, ovviamente, accettai all'istante.


Parliamo di
Batman: Anno 100. Si tratta di una miniserie sceneggiata, disegnata e inchiostrata da Paul Pope: immaginiamo che avesse delle idee ben precise sulle tonalità da usare nella ricostruzione della "sua" Gotham City. Hai ricevuto istruzioni molto dettagliate o ti ha lasciato lavorare con libertà? 

José Villarrubia: Entrambe. Una volta ci siamo ritrovati nella stazione ferroviaria di Washington e abbiamo sfogliato alcuni vecchi numeri di Heavy Metal, una rivista su cui venivano pubblicati fumetti francesi negli anni Ottanta. Mi mostrò il look che voleva in generale: colori piatti, concentrati, di forte impatto grafico e in grado di suggerire una certa atmosfera. Parlammo molte ore della trama. Inoltre, mi diede altri spunti di riferimento, dal mondo del cinema, dell'illustrazione e della pittura. Ma a parte i colori di Batman e degli altri personaggi principali, Paul mi ha dato carta bianca facendomi fare quello che ritenevo più appropriato e non ha chiesto quasi nessuna correzione. 


Lo stile di Pope si impone per il suo tratto vigoroso, energico e inconfondibile. Il suo è un modo per catturare immediatamente l'attenzione del lettore. Ti risulta difficile realizzare i colori per un artista con una personalità e un approccio visuale così marcato? 

José Villarrubia:
No, tutt'altro. Il fatto che la linea sia molto marcata e lo stile particolarmente definito e netto, permette di giocare con il colore ed esagerare con i contrasti mantenendo però un'armonia generale. 


Questa non è stata la prima volta che ti sei misurato con il Cavaliere Oscuro. Cosa puoi dirci del tuo approccio cromatico alla mitologia dell'Uomo Pipistrello, considerando che hai preso parte a progetti molto diversi fra loro come l'adattamento di Batman Begins,
Batman: Gotham County e Batman: Anno 100

José Villarrubia: Ciascun progetto è differente, perfino quando si lavora con lo stesso team. Per quanto riguarda i miei contributi al personaggio di Batman, gli altri progetti avevano un carattere molto diverso da
Batman: Anno 100. L'adattamento cinematografico ha richiesto una riproduzione il più fedele possibile dei colori del film. Mi hanno dato molte foto e guide per poterci riuscire e, come accade abitualmente a Hollywood, è stato un lavoro che ho dovuto realizzare dall'oggi al domani. Quando ho visto il film sono rimasto sorpreso dal fatto che alla fine avessero deciso di cambiare i colori di alcune scene. Però sono molto contento del risultato e anche della possibilità di aver lavorato al DVD del film, fatto con uno stile molto vicino a quello del fumetto (non a caso, nella versione in DVD c'è una scena extra che non appare nel film...).

Per quanto riguarda
Batman: Gotham County, sono un grande ammiratore di Scott Hampton. L'ho visto all'opera per la prima all'opera su New Talent Showcase. Poter lavorare con lui è stato un sogno che si avverava. È una storia che oppone Batman a un'orda di zombie, tra il kitsch e il morboso. Scott aveva idee ben precise di come dovevano essere i colori. Nel primo numero mi ha fatto lui stesso alcune correzioni con Photoshop, ma nel resto dei numeri quasi non ci sono stati interventi. Come nella collaborazione con Paul, una volta capito quello che voleva, sono riuscito a lavorare nel modo migliore per quel tipo di estetica. 


Trattandosi di un personaggio la cui mitologia si è costituita attraverso varie opere ritenute dai fan del mondo del fumetto dei veri e propri capisaldi, ti ha messo in soggezione lavorare su una miniserie come questa? 

José Villarrubia:
No, assolutamente. Al contrario... Batman è un personaggio di cui sono state scritte, e soprattutto disegnate, grandi storie. Ce ne sono però moltissime altre che nessuno ricorda... Senza dubbio le migliori sono quelle realizzate negli ultimi anni... Altre sono apparse, senza arte né parte, ma sono comunque da ammirare. Ieri notte ho letto Secrets, di Sam Kieth, e mi è piaciuta molto... Quest'estate lavorerò con lui su una nuova miniserie di Batman: non sto nella pelle al pensiero... 


Su
Batman: Anno 100 si possono notare richiami più o meno evidenti a opere come Il ritorno del Cavaliere Oscuro e Batman: Anno Uno (entrambe pubblicate dalla Planeta DeAgostini Comics). Ti sei ispirato al lavoro realizzato da Lynn Varley e Richmond Lewis, o hai preferito mantenerti impermeabile a qualsiasi tipo di influenza che potesse "contaminare" il tuo stile? 

José Villarrubia:
È buffo che le mogli di due artisti siano state anche i loro migliori coloristi... Ma, al di là di tutto, no. Non ho studiato il lavoro che Lynn e Richmond avevano realizzato, ma non per paura di contaminarlo, piuttosto perché lo conosco a memoria. In fin dei conti, possiedo quelle opere in almeno tre edizioni diverse... 


Bene, non ci resta che ringraziarti per la tua cortesia e l'infinita pazienza che hai dimostrato. In bocca al lupo per i tuoi futuri lavori. 

José Villarrubia:
Grazie a voi.

 

Intervista a José Villarrubia da Planeta DeAgostini

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