Ahiru no Sora: prime impressioni sull'anime disponibile su Crunchyroll

Abbiamo dato uno sguardo all'adattamento animato dell'omonimo manga di Takeshi Hinata: Ahiru no Sora. Ecco cosa ne pensiamo!

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Ahiru no Sora, nuovo anime sportivo incentrato sul mondo del basket, è recentemente approdato su Crunchyroll. Si tratta della trasposizione animata del manga di Takeshi Hinata: la serializzazione di Ahiru no Sora avviene dall'ormai lontanissimo 2004 e con quasi 50 volumi all'attivo. Ci siamo avvicinati all'anime con molte speranze, ma senza enormi pretese, per evitare di rimanere scottati da un eventuale fallimento qualitativo. È esattamente il contrario e vi diciamo subito il perché.

Le dimensioni (non sempre) contano

D'accordo, bisogna prenderne atto: sotto sotto Ahiru no Sora (il cui titolo inglese è Dream Team) sembra celare la classica storia a lieto fine del più debole che diventa il più forte - che non guasta mai, ammettiamolo - ma riesce a distanziarsi rapidamente dalle storie sportive "canoniche" grazie ad alcune trovate sicuramente geniali. Il protagonista della vicenda è Sora Kuramatani, il classico "primino" di turno del liceo col sorriso sempre stampato sulle labbra e una grinta da vendere.

Sora vuole a tutti i costi giocare a basket nel nuovo liceo, essendo un grandissimo appassionato della disciplina in questione, ma è ben presto costretto a prendere atto di una tremenda verità: il club di basket della scuola altri non è che un ritrovo di un gruppo di teppisti, nella fattispecie i classici studenti-bulli che con la scuola e l'istruzione sembrano avere molto poco da spartire.

Sora, però, nelle primissime battute farà subito la conoscenza di due personaggi fondamentali ai fini della comprensione di ciò che gli aspetta: il gigantesco Chiaki Hanazono e la bellissima Madoka Yabuchi, capitano e stella della squadra di basket femminile del liceo. In particolare, il primo dei due avverte molto presto il giovane Sora: giocare a basket in quella scuola è praticamente impossibile e sarebbe un'idea più adeguata quella di lasciar perdere. Il motivo, in sostanza, risiede tutto nello spettro del fallimento che ha investito, nel corso degli anni precedenti, il capitano della squadra, Momoharu Hanazono, giovane dal gran talento ma che non è mai riuscito veramente a dimostrare il suo valore.

Il fratello gemello di Chiaki, però, ha un carattere completamente opposto a quello del gigante buono e sfoggia subito la sua forza per impaurire e scoraggiare Sora. Il talento e la grande passione che spingono quest'ultimo, peraltro alto soltanto 149 cm, sono più forti di ogni limitazione fisica o morale e non gli impediscono di continuare a tentare di coronare il proprio sogno, supportato a spada tratta dalla fortissima Madoka, che sembra subito vedere nel giovane protagonista quella luce tipica dei fuoriclasse.

Tra una rissa e l'altra, una ricreazione a base di melon-pan e tanto allenamento, inizia così un lungo viaggio all'interno del magico mondo della pallacanestro e della cultura sportiva nipponica, con un piglio deciso e che sembra promettere tante belle cose per il futuro.

Un "quintetto" tutt'altro che invidiabile

Lo stile se vogliamo unico, o comunque molto personale, dell'opera di Hinata, si riflette pesantemente anche sui personaggi. Sia chiaro, l'ispirazione a Slam Dunk appare evidente in alcune silouhette caratteriali, ma ci fa piacere constatare quanta originalità ci sia intorno all'opera. Basti pensare solamente che la figura di Madoka è già di per sé pionieristica, se si considera l'anno in cui il manga è iniziato, così come tutta la squadra femminile, che sembra nettamente più forte e volenterosa di quella maschile.

La stessa Madoka sembra un'evoluzione in termini di grinta e voglia di fare di Haruko Akagi di Slam Dunk, e più in generale si sente fortemente la volontà di imbastire un cast e un supporting cast fuori dagli schemi. Se il protagonista finisce col rientrare nel canone degli eroi, buoni e infallibili e col cuore enorme, il resto di quello che ipoteticamente sarà il quintetto titolare della squadra rappresenta un'antitesi continua e fuori dagli schemi.

I giocatori, infatti, sembrano non avere il minimo talento, né - soprattutto - il più piccolo desiderio di giocare una partita vera o semplicemente di allenarsi. Per tutti loro il basket non è il sogno di una vita o la ragion d'essere, ma semplicemente una perdita di tempo e di energie. È un po' questo il mantra in particolare del buon Chiaki, membro di vecchia data del team, che definisce "troppo faticoso" allenarsi e giocare, ma non del fratello gemello Momoharu che, attraverso alcuni flashback, risulta nettamente diverso rispetto agli altri giocatori.

Il biondo gigante di 191cm nasconde infatti un passato in cui la pallacanestro era praticamente ogni cosa, e sotto sotto si intravede quella volontà di tornare a indossare le scarpe da basket e solcare il parquet tra una stoppata, una schiacciata e l'altra. Il discorso sulla caratterizzazione dei personaggi si estende anche alla parte "giocata": Hinata-san ha imbastito un prodotto che strizza l'occhio alla parte realistica della rappresentazione dello sport, e ciò si vede nelle movenze e negli atteggiamenti "palla in mano" da parte sia del protagonista sia di Mohomaru stesso, i cui movimenti difensivi lasciano trapelare tutta la sua conoscenza dello sport in questione.

Conversione riuscita

Sul piano strettamente tecnico, l'adattamento animato di Ahiru no Sora riesce a convincere appieno, grazie ad una realizzazione davvero ben curata da parte di tutto lo staff al lavoro sulla produzione. L?adattamento della versione cartacea, curato dallo Studio Diomedéa (Domestic Girlfriend, Beatless), supervisionato da Keizo Kusukawa (Aho Girl, Fuuka, Kan Colle), Shingo Tamaki,(Aho Girl), con la collaborazione di Go Zappa e Yoshino Honda (addetto al character design), ha dimostrato già da questo primissimo contatto di avere veramente tanto da dire.

Partendo dalla premura del tratto e della scelta cromatica, sempre molto realistica e ben curata, fino alla raffigurazione dei volti, dei corpi degli atleti, ma anche di elementi come la palla da basket, il canestro e lo stesso parquet, il tutto vira univocamente in una direzione qualitativamente egregia e con pochissime sbavature. Da esperti di pallacanestro, però, quello che ci ha lasciati veramente di stucco è stata la cura delle animazioni.

Queste ultime vivono di una minuzia talmente imponente da restituire ai più attenti un feeling con la realtà veramente tangibile, e ciò si palesa ulteriormente in situazioni come ad esempio il palleggio incrociato con doppia finta di direzione del protagonista o nello "scivolamento" difensivo di Mohomaru, ma anche più semplicemente con la fisica della palla che lentamente cade nella retina del canestro.

Ci troviamo di fronte ad un lavoro encomiabile, che va a braccetto con l'ottimo comparto sonoro che accompagna la produzione. Il rumore dei passi sul parquet, della palla che entra nella rete o che semplicemente batte sul ferro è semplicemente perfetto, così come di grande livello risultano sia l'opening, "Happy Go Ducky!" della band The Pillows, sia l'ending "Tsubasa" ("ali", così come il protagonista ha rinominato le sue preziose scarpe) eseguita dai "saji".

Ahiru no Sora Crunchyroll, con Ahiru no Sora, sembra aver fatto veramente centro. L’adattamento animato del manga di Takeshi Hinata, curato dallo Studio Diomedéa, sembra promettere veramente grandi cose per il futuro, e ciò si evince sia da una storia di fondo dall’ottimo potenziale sia, e soprattutto, da una qualità decisamente alta della conversione televisiva della controparte cartacea. Ci hanno lasciato veramente ottime impressioni la qualità delle animazioni e la veridicità di fondo nelle movenze degli atleti, e siamo sinceramente curiosi di sapere come si evolverà la storia del giovane Sora, impegnato (anche per rispettare la promessa fatta alla defunta madre, ex stella della pallacanestro a livello nazionale) a diventare a tutti i costi un grande campione, in barba a tutti i luoghi comuni. Per il momento, comunque, ci sentiamo di premiare (quasi) a pieni voti la produzione, non esente da qualche situazione derivativa di troppo, ma che comunque sa risultare originale e fresca quanto basta.