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Baki: Recensione della Parte 1 dell'anime di Netflix

Giunti alla prima metà della prima stagione del sanguinoso Baki, tiriamo le somme sulla nuova serie anime targata Netflix.

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Il concetto di "superuomo" o "oltreuomo", elemento centrale del pensiero del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, ha una lunga storia. Ne parlavano, con intenzioni diverse, già Dionigi di Alicarnasso e Luciano di Samosata, mentre in tempi più recenti il termine fu impiegato da von Herder, Goethe, Gabriele D'Annunzio, gli anarchisti spagnoli, Jack London, George Bernard Shaw. Ognuno di questi artisti, pensatori e uomini politici, usò il termine a proprio piacimento, con differenti scopi e sfumature di senso, ma un concetto resta fisso e immutabile: un superuomo è un individuo che è riuscito a trascendere i propri limiti, è un uomo che è andato "oltre" l'uomo. Per chiarire quanto il concetto di uomo-oltre-l'uomo abbia avuto - e abbia tuttora - presa su tutti noi basterebbe citare l'importanza che ebbe nel contesto della propaganda nazista, che contrapponeva l'ubermensch alla massa informe degli untermenschen appartenenti a razze considerate inferiori; e che dire del "primo fra tutti i supereroi", quel Superman creato proprio da due ebrei il cui nome Kal-El significa "Voce di Dio"? Rimasticato in chiave pop, il concetto di oltreuomoè ormai al centro di un'ampia fetta dell'entertainment contemporaneo con i suoi Kenshiro, i suoi Naoto Date, i suoi Son Goku. In un certo senso Baki, per quello che possiamo giudicare dalla visione della sua prima metà, si pone ancora oltre questi celebri oltreumani, in una gara alla scena e alla facoltà fisica più esagerata e inverosimile.

Razza superiore

Tratto dal popolare franchise di Baki the Grappler, manga shonen di Keisuke Itagaki, e precisamente dalla sua seconda serie intitolata New Grappler Baki (pubblicata dal 1999 al 2005 sulle pagine della rivista shonen Weekly Shonen Champion), Baki è una serie anime in 26 episodi realizzata da TMS Entertainment per la regia di Toshiki Hirano (celebre per aver diretto fra gli altri Angel Heart, Magic Knight Rayearth, Vampire Princess Miyu e il lungometraggio Ken il guerriero - La leggenda di Raoul). L'anime, che rappresenta di fatto il sequel della serie classica realizzata nel 2001 da Hitoshi Nanba, ha debuttato su Netflix Japan nell'estate del 2018. Pochi giorni fa è stata messa a disposizione, doppiata in varie lingue fra cui l'italiano e disponibile anche in giapponese sottotitolato, la prima metà della serie, composta da 13 dei 26 episodi totali. Abbastanza per farsi un'idea di come sarà la serie completa. Come dicevamo, questa nuova serie di Baki the Grappler parte dalla conclusione della precedente: Baki Hanma, diciassettenne dotato di forza sovrumana, è riuscito a vincere il più grande torneo di arti marziali di sempre, venendo incoronato "Lottatore più forte del mondo". Se quella vittoria aveva come primo e più evidente significato l'attestazione della superiorità di Baki rispetto agli altri lottatori, essa era legata anche - freudianamente parlando - all'uccisione rituale del proprio padre, Yujiro Hanma, lottatore sanguinario in grado, ad esempio, di fermare un terremoto con un pugno (la verosimiglianza non è uno dei punti di forza del franchise).

Tutto questo non è raccontato nella serie se non in parte tramite dei brevi flashback, il che comunque non ne inficiano più di tanto la visione: Baki Hanma è un superuomo, la sua potenza - certificata dalla vittoria del Tournament - è tale da intimorire i suoi compagni di classe spingendoli a tremare senza motivo. Questo è tutto ciò che ci è necessario sapere. Fra lui e gli untermenschen, in questo caso gli umani "fisicamente deboli", c'è la stessa differenza che sussiste fra un uomo e un animale. Per impensierirlo servono nuovi lottatori, belve assetate di sangue. I primi episodi della serie dunque ci presentano quelli che saranno i protagonisti di questo nuovo e più sanguinoso Torneo: Spec, Dorian, Doyle, Sikorsky e Yanagi.

Ognuno è stato condannato a morte per crimini orribili e langue in qualche carcere di massima sicurezza da cui fugge, in maniera eclatante, nel corso della prima puntata; ognuno combatte a modo suo, ma comunque in maniera spietata e senza alcuna considerazione della vita umana; tutti puntano a "conoscere finalmente la sconfitta", ad affrontare un avversario che sappia offrirgli un degno combattimento. Ecco dunque che grazie all'interessamento dello sponsor Mitsunari Tokugawa si organizza un torneo a dieci combattenti divisi in due squadre: da una parte i cinque ergastolani e dall'altra Baki e i suoi "amici", alcuni dei quali hanno un conto in sospeso con i criminali (Dorian ha sconfitto e umiliato Katsumi Orochi, figlio adottivo di Doppo Orochi, facendo infuriare sia questi che il maestro di kenpo Retsu). Gli scontri non avverranno nell'arena di Tokugawa ma nelle strade di Tokyo, nella vita di tutti i giorni, nel mondo reale. Niente regole, niente restrizioni. Una guerra urbana fra divinità del combattimento.

Alti e bassi

Per quanto visto finora, Baki è una serie caratterizzata da notevoli alti e bassi qualitativi. L'idea del Tournament senza regole, svolto nella vita di tutti i giorni senza gong, punti, ring o spettatori è senza dubbio brillante e rappresenta un passo in avanti rispetto al "solito" Torneo di Arti Marziali, elemento stereotipico di ogni battle shonen che si rispetti. Questo non solo porta a combattimenti più vari nel loro svolgimento (molti duelli vengono interrotti o rimandati, non c'è mai uno scenario fisso) ma anche più violenti ed estremi. Notevole in questo senso il combattimento fra Spec e Kaoru Hanayama, taciturno yakuza la cui potenza gli ha attirato le simpatie anche di molti poliziotti fra cui il "rookie" che assiste alla parte finale del duello e ne racconta lo svolgimento a noi spettatori, in un'intuizione narrativa davvero efficace per come riesce a tenere alta la tensione del pur lunghissimo scontro. In questo senso la prima metà dell'anime realizzata da TMS Entertainment inanella una serie di scontri, uno più esagerato dell'altro, che compongono buona parte della serie.

Finché il combattimento in questione funziona, intrattenendo lo spettatore con le sue coreografie spettacolari, il sangue, le ferite mortali e i muscoli strabordanti, va anche bene: nei momenti morti tuttavia si avverte forte e chiara la pochezza narrativa di Baki, che non intende smuoversi di un millimetro dalla sua natura di shonen di botte pazzesche senza uno straccio di trama o psicologia dei personaggi.

Lo stesso protagonista, Baki Hanma, vi compare poco e niente, cedendo il passo agli altri lottatori in scena - e anche quando compare non fa né dice granché. Per quanto riguarda i vari Doppo, Kaoru e così via, il loro spazio scenico si limita perlopiù a quello occupato nel corso del combattimento di turno, risultando quindi più sviluppati rispetto a Baki ma comunque non più di tanto, quasi si rifiutassero di mostrarsi a noi spettatori, comuni esseri umani. E per quanto riguarda questi ultimi, essi di fatto a malapena compaiono nella serie, e interpretano perlopiù due ruoli: il cadavere e lo spettatore occasionale, turbato dalle scene di violenza assoluta cui si trova ad assistere senza averlo scelto.

In Baki gli umani sono davvero untermenschen, pura massa priva di scopo che può solo sbigottire di fronte alla superiore potenza dei lottatori-superuomini. Questo fa sì che lo spettatore si ritrovi privo di un interlocutore empatico, essendo impossibile parteggiare per personaggi come Baki che a malapena parlano e tutt'al più si limitano a far parlare gli sguardi o i pugni. La superiorità dei lottatori-superuomini è tale da risultare irritante, dal momento che possono essere sgozzati e mutilati e ricomparire pochi episodi dopo perfettamente in salute, in barba a qualunque parvenza di verosimiglianza.

Poco c'è da aggiungere sul comparto tecnico: grafica e animazioni sono perlopiù mediocri, si tende ad abusare della CGI nei momenti più convulsi e la colonna sonora per niente incisiva poco aggiunge al resto. Insomma, questa prima metà di Baki risulta un prodotto godibile e "ignorante" da guardare a cervello del tutto spento, privo di ambizioni artistiche e di personaggi con cui sia possibile identificarsi, ma che raggiunge la sufficienza grazie alla propria spettacolarità e alla clamorosa abbondanza di sangue. Consigliato a chi non cerca Shakespeare ma vuole solo trascorrere una mezzoretta a contemplare dei buzzurri che si massacrano di botte per strada.

Baki 2018 part 1 Se si toglie a Superman, Hokuto no Ken, Dragon Ball e Tiger Mask l'elemento umano, ciò che resta è solo una gigantesca rissa fra superuomini incapaci di morire. Baki, la nuova serie anime Netflix basata sull'omonimo manga di Keisuke Itagaki, è divertente finché non si arriva alla conclusione che gli umani "normali" narrativamente parlando sono solo carne da macello per i lottatori "cattivi" e spettatori attoniti degli scontri che si svolgono sotto i loro occhi increduli. Se certe soluzioni narrative destano meraviglia per la loro originalità e crudezza in un panorama che sembra ormai essersi incartato su sé stesso, l'impossibilità a empatizzare con un protagonista praticamente muto che non può letteralmente essere ferito uccide qualunque tensione emotiva. Ciò che resta è una serie che non risparmia sul sangue, animata e disegnata piuttosto male, del tutto priva di qualunque approfondimento psicologico o arco narrativo. Abbastanza da intrattenere senza pretese, ma poco esaltante.

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