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Great Pretender: il brillante anime originale Netflix di Wit Studio

Dopo la visione dei 14 episodi disponibili su Netflix, ecco il nostro parere sulla prima parte dell'anime Great Pretender.

half season Great Pretender: il brillante anime originale Netflix di Wit Studio
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Nel nostro primo sguardo all'anime Great Pretender ci siamo espressi in maniera molto fiduciosa sulla nuova produzione originale di WIT Studio, lo studio d'animazione dietro a celebri serie come L'Attacco dei Giganti e Vinland Saga. Si tratta di un'opera fresca, frizzante e colorata che prende ispirazione evidente da capisaldi del settore come Lupin III per lo stile e le tematiche affrontate, e che si candida come una delle serie più interessanti della stagione estiva. E che rappresenta l'ultima scommessa nel mondo degli anime del servizio di streaming Netflix.

Dopo aver terminato la visione dei 14 episodi disponibili su Netflix a partire dal 20 agosto 2020, ecco il nostro parere sulla prima parte della serie, in attesa delle ultime nove puntate di Great Pretender in arrivo il prossimo 21 settembre a cui seguirà la recensione completa.

I maghi della truffa

Gli episodi disponibili su Netflix, doppiati anche in italiano, coprono i primi tre archi narrativi - o casi - della serie, con il quarto e ultimo che sarà al centro dei nove finali. Great Pretender è infatti un anime dalla struttura episodica, senza una vera trama di fondo, che racconta le avventure di un gruppo di abili truffatori alle prese con le più disparate vittime e situazioni. Tutto inizia quando Makoto Edamura, un giovane criminale giapponese che si destreggia quotidianamente in furti e raggiri, viene incastrato da quello che riteneva un ignaro e sprovveduto turista francese, ritrovandosi la polizia a casa. Costretto alla fuga, Makoto si imbatte nuovamente nel tizio, che si rivela essere anch'egli un truffatore esperto di nome Laurent Thierry, e lo segue fino a Los Angeles spinto dalla sua voglia di rivalsa. Una volta giunto nella metropoli statunitense tuttavia il protagonista scoprirà di essere ancora una volta vittima dell'abile criminale, rimanendo coinvolto in un imbroglio ai danni del più grande trafficante di droga della West Coast, che maschera le sue attività illecite con il lavoro di produttore cinematografico.

Dopo aver conosciuto gli altri membri del team di Laurent, come la spericolata Abby e l'affascinante ubriacona Cynthia, è arrivato il momento per "Edamame" - così verrà soprannominato il malcapitato protagonista - di mettersi alla prova con il mondo delle truffe di alto livello.

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare nell'articolo sulle prime impressioni, Great Pretender è un anime dal grande respiro internazionale.

Gli episodi successivi da noi visionati non fanno altro che confermare questo aspetto, rendendolo uno dei più meritevoli della produzione. Non solo per quanto riguarda le ambientazioni, che spaziano da Los Angeles a Singapore passando per l'Europa, ma soprattutto per le atmosfere. Great Pretender infatti potrebbe essere benissimo una serie televisiva occidentale di genere commedia poliziesca mascherata da anime giapponese, caratteristica a cui contribuiscono le citazioni di alcuni episodi: in una puntata si fa esplicito riferimento al capolavoro Breaking Bad, in un'altra addirittura viene citato in maniera ironica e surreale Mike Portnoy, il celeberrimo ex-batterista della band progressive metal Dream Theater. Proprio la colonna sonora, piena di brani cantati in lingua inglese, è un'altra delle caratteristiche che permettono a Great Pretender di essere una serie apprezzabile da qualsiasi tipologia di pubblico, e non solo dagli appassionati di anime abituati a un certo tipo di estetica, di contenuti e di valori produttivi.

Ladri gentiluomini (e gentildonne)

Dalle premesse appena esposte e dal materiale promozionale è immediato accostare Great Pretender a una serie storica dell'animazione giapponese, Lupin III. Con le dovute differenze, l'opera di WIT Studio richiama in maniera evidente le avventure del ladro gentiluomo di Monkey Punch.

Abbiamo infatti un gruppo di protagonisti affiatato e che fa immediatamente presa sullo spettatore, una regia brillante e vivace e una narrazione episodica che vede i nostri eroi a loro modo "giustizieri", poiché vittima dei loro abili inganni sono sempre criminali o disonesti arricchitisi a scapito di altri.

Il tono generale della serie è quello della commedia scanzonata, che non si prende troppo sul serio, ma non manca qualche momento più drammatico, se non toccante, soprattutto nelle sequenze che approfondiscono il passato dei membri della banda. Limitando al minimo gli spoiler, nel corso delle puntate veniamo a conoscenza del background di Edamame, della misteriosa Abby e della bella Cynthia, mentre manca all'appello il leader Laurent che quasi sicuramente verrà approfondito nei restanti nove episodi.

Sebbene non si possa di certo definire memorabile, il cast di Great Pretender è caratterizzato bene quanto basta per far affezionare lo spettatore e intrattenerlo nel corso degli episodi, grazie a una scrittura brillante che alterna in maniera sapiente i toni più leggeri a quelli più seri.

Purtroppo non è tutto oro quel che luccica: in più occasioni le puntate soffrono di qualche problema di ritmo e spesso l'anime mette troppa carne al fuoco, faticando un po' a gestire il tutto in maniera ottimale. Problemi di cui soffrono i primi due archi narrativi - Legame a Los Angeles e Il cielo di Singapore - pur non compromettendo il coinvolgimento dello spettatore.

Mentre invece sono del tutto assenti nel terzo, Neve su Londra, che fino a questo momento è il migliore della serie, grazie anche all'indubbio fascino dell'argomento trattato (il mondo dell'arte). Siamo fiduciosi che la quarta e ultima sottotrama saprà proseguire su questa strada regalando a Great Pretender un degno climax e un degno finale.

Un giapponese in giro per il mondo

Nelle prime due puntate Great Pretender aveva saputo colpirci anche per i suoi valori produttivi, grazie a un comparto tecnico di buonissimo livello. Impressione che possiamo di nuovo confermare, al netto di qualche piccola sbavatura. La prima cosa che colpisce è la grande cura nella riproduzione delle ambientazioni, con numerosi edifici e zone di interesse ricreate nei minimi dettagli: nella parte ambientata a Singapore si vedono per esempio il Raffles Hotel (qui ribattezzato "Rafflesia") e lo spettacolare parco Gardens by the Bay, entrambi realmente esistenti. I fondali rappresentano dunque uno dei maggiori punti di forza dell'apparato visivo dell'anime, grazie anche alla peculiare scelta di colori molto caldi e accesi, quasi sotto un trip stupefacente, che non stona in alcun modo con tutto il resto e che si adatta molto bene alla vivacità della narrazione. Disegni e animazioni seguono di pari passo, ma sfortunatamente la loro qualità non si rivela sempre costante, buona se non ottima in molti episodi e poco più che sufficiente in altri.

Un problema che affligge ormai, in misura più o meno maggiore, tutte le produzioni animate per la televisione giapponese e che non risparmia nemmeno Great Pretender, ma si tratta di un difetto che non pregiudica la godibilità della serie. Nella speranza di non vederlo presente nei nove episodi finali.

Dal punto di vista musicale, abbiamo una variegata colonna sonora, una sigla di apertura puramente strumentale che si ispira a quelle del già citato Lupin III e di Cowboy Bebop, e come ciliegina sulla torta l'ending che vede come brano di accompagnamento la cover The Great Pretender cantata da Freddie Mercury, divenuta ormai celebre fra gli appassionati (e non solo).

L'anime è disponibile su Netflix col doppiaggio in italiano, che vede Marco Benedetti nei panni di Makoto Edamura e Mattia Bressan in quelli di Laurent. Le voci nostrane sono ottime, ma vi suggeriamo di guardare almeno il primo episodio in lingua originale sottotitolata per poter cogliere al meglio l'ironia della serie in merito alle differenti nazionalità dei suoi protagonisti. Chi ha terminato la puntata sa di cosa stiamo parlando.

Great Pretender Great Pretender, o almeno la sua prima parte, conferma le ottime impressioni del nostro primo sguardo rivelandosi una serie animata molto piacevole, a tratti brillante e anche profonda, che raccoglie con successo l’eredità di Lupin III. La colonna sonora frizzante e la palette cromatica vivace, quasi esplosiva, di un comparto tecnico non sempre consistente rappresentano il vero valore aggiunto di una produzione che, al netto di qualche piccolo difetto di sceneggiatura, si candida come uno dei lavori migliori di WIT Studio; e che non vediamo l’ora di scoprire come prosegue nei restanti nove episodi.