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Last Hope: analisi midseason dell'anime in esclusiva su Netflix

La nuova serie originale Netflix, Last Hope, ci trasporta direttamente in una Terra futuristica distrutta da una catastrofe ambientale.

half season Last Hope: analisi midseason dell'anime in esclusiva su Netflix
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Juushinki Pandora può essere tradotto all'incirca con "Macchina Celeste Pandora": questo è il titolo originale della produzione sino-nipponica Last Hope. Il titolo è un chiaro rimando al mito greco del vaso di Pandora e, per certi versi, l'anime ne è una versione moderna: Hidekazu Satou (Un'avventura fantastica) ed il mecha designer Shoji Kawamori (Aquarion e I cieli di Escaflowne) sono riusciti ad imbastire un'opera che, come il mito, fa leva sulla curiosità dell'uomo, convinto di agire per il bene dell'umanità. In Last Hope il famoso scrigno (o vaso) mitologico assume i connotati di una fonte d'energia artificiale, che una volta entrata in azione potrà mostrare le sue vere potenzialità, o portare alla rovina del mondo. Dal 14 settembre su Netflix è disponibile la prima parte (di 13 episodi), anche doppiata in italiano, di questa produzione sci-fi, ancora in programmazione sui circuiti televisivi giapponesi. Dopo aver analizzato il primo episodio, che non ci ha particolarmente entusiasmati, abbiamo portato a termine la prima metà: superando ogni aspettativa, Last Hope è riuscito a sorprenderci.

Fortuna o sciagura?

Nel 2031 l'umanità era sull'orlo di esaurire le risorse della Terra. Gli scienziati di Xianglong costruirono una nuova fonte d'energia, il Reattore Quantico. Gli studiosi che si occuparono di portare avanti il progetto furono Leon Lau e Lon Woo. Durante un test per il funzionamento, la macchina esplose sprigionando una gran quantità d'energia che avvolse il pianeta, il Campo Evolutivo. Dei due scienziati sopravvisse solo Leon, il quale venne esiliato dalla città, assieme alla sorella minore Chloe. Questa catastrofe prese il nome di Crisi di Xianglong. Il Campo Evolutivo apportò delle modifiche genetiche alla flora e alla fauna che si fusero all'IA, dando vita a una nuova specie più aggressiva, in grado anche di assumere dimensioni titaniche, i B.R.A.I. Queste nuove creature seminarono il panico in tutto il mondo, riducendo drasticamente l'umanità ad un pugno di persone. I sopravvissuti si organizzarono in città-fortezze, dove continuare a vivere ed affrontare gli organismi geneticamente modificati costruendo dei mecha, i M.O.E.V. Gli umani, però, non si resero conto che i B.R.A.I si evolvevano velocemente.
Nel 2038, Neo Xianglong è una delle città più grandi ed ha utilizzato la potenza del reattore per costruire difese contro i mostri.
Ritroviamo Leon Lau, che vive con la sorella nei resti di un aeroplano in un'area desertica, dove lavora all'hyperdirve, un dispositivo che potrebbe distruggere le creature e liberare l'umanità, permettendo allo scienziato di rimediare ai propri errori. Leon è uno scienziato ligio al dovere che preferisce dedicarsi alle ricerche piuttosto che instaurare rapporti: non riesce ad integrarsi in una società normale, e spesso vive in un mondo tutto suo in cui l'unica cosa che conta è la scienza, distraendosi e non prestando molta attenzione a ciò che accade a lui e attorno a lui; questo suo comportamento è peggiorato quando è stato costretto a vivere in esilio, fuori dalla civiltà. Fortunatamente, Chloe lo tiene con i piedi per terra, cercando di farlo apparire come una persona non "stramba", anche grazie al contratto famigliare: una serie di regole che entrambi devono rispettare per vivere assieme.

Un giorno i militari affrontano due B.R.A.I. dalle fattezze di ciclopici granchi, con il supporto di due cacciatori di taglie: Queenie Yoh, esperta nel kung fu; e Doug Horvat, cecchino infallibile tanto a terra quanto nel mecha. Lo scontro s'infiamma quando i mostri si fondono e avanzano verso la dimora dello scienziato: questi decide di salire su un mecha costruito in passato da Lon Woo e di testare l'hyperdrive. Leon, che non ha mai pilotato un robot in vita sua, è nettamente in svantaggio, ma la situazione si ribalta quando è in punto di morte: attivando l'hyperdrive, il suo mecha subisce un'evoluzione, assumendo la forma di un umanoide, riuscendo a sconfiggere il B.R.A.I.
Leon e Chloe vengono portati nella futuristica Neo Xianglong: il fisico viene invitato a restare in città dal sindaco Cecil Suu, che preferisce essere chiamata "principessa", sia per aiutare a fermare l'avanzata delle creature, sia per mettere in totale sicurezza il Reattore. Lo studioso può portare avanti le sue ricerche per migliorare il dispositivo anti-mostri, aiutando il neonato team Pandora, che ha il compito di affrontare i B.R.A.I, guidato da Cain Ibrahim Hassan. Il gruppo può agire solo con il permesso del sindaco o del suo segretario Jay Yoon.
Intanto, nell'ombra si muove un'oscura organizzazione che mira a far cadere il sindaco e a dominare la città controllando i B.R.A.I.

Spes ultima dea

Conclusa la prima parte, possiamo dire che Last Hope è riuscito a farci ricredere in parte su quanto avevamo detto nel corso dell'anteprima del pilot. Le fondamenta della storyline continuano a non essere molto solide, proponendo canoni che non hanno nulla di nuovo; ma i colpi di scena riescono a salvarla, continuando a creare domande sempre più intricate e complesse, che arricchiscono l'intreccio e che rappresentano una valida motivazione per continuare la visione, sperando di ottenere risposte esaurienti quanto prima. Al momento abbiamo avuto l'impressione che la produzione metta da parte l'originalità, per concentrarsi sull'evoluzione graduale dei vari comprimari, con lo scopo di mostrare anche il lato umano delle vicende e di non raccontare unicamente la lotta contro le spaventose creature. Fino al termine della prima parte disponibile su Netflix, Last Hope si focalizza su un singolo personaggio alla volta, prendendosi i giusti tempi per una soddisfacente ed accurata costruzione, in modo da non renderlo solo un mero contorno. Attraverso flashback, o informazioni forniteci da dialoghi, riusciamo a scoprire interessanti aspetti sulla figura da conoscere: viene presentato un passato, per lo più tragico, di uno dei ruoli principali, che riaffiora, e che è alla base di una storyline secondaria che lo vede protagonista, e che si conclude in poche battute, senza lasciare nulla d'irrisolto. Sebbene queste sottotrame siano ben strutturate e ben gestite, risultano essere situazioni già consolidate in altri media, proponendo solo pochi cambiamenti considerevoli. Come avevamo notato nel corso del first look, gli interpreti sono stereotipati, sebbene siano in generale ben caratterizzati, e dubitiamo che nelle restanti puntate possano essere in grado di meravigliarci, offrendo qualcosa di diverso. Arrivati a metà stagione, si nota come gli autori si siano soffermati con maggiore attenzione solo su alcuni dei personaggi che compongono l'intero cast, pur senza mettere del tutto in secondo piano gli altri. Questi ultimi possono apparire meno strutturati, ma in realtà sono analizzati quanto basta per permettere loro di essere parte integrante della sceneggiatura e per far sì che le loro storie s'intreccino con quelle degli altri coprotagonisti o degli antagonisti.

In questa prima metà di Last Hope, abbiamo notato un giusto equilibrio tra il portare avanti il canovaccio principale ed il narrare le storie secondarie dei comprimari, senza voler essere necessariamente corale. Speriamo che questo equilibrio perduri ancora nelle puntate seguenti, sviluppando ulteriormente il plot, che oramai possiamo dire che non voglia svecchiare tematiche già sfruttate, ed approfondendo ulteriormente tutti i restanti interpreti; ci auguriamo che l'ago della bilancia non penda troppo né da un lato, né dall'altro. Un elemento ricorrente nell'ordito è quello delle multidimensioni, ma non siamo riusciti a determinare ancora quale è il suo ruolo: potrebbe limitarsi ad essere un semplice fattore secondario, inteso più come un "oggetto" da sfruttare, quale alimentatore dell'hyperdrive (l'invenzione accumula energia da più dimensioni), oppure una parte più integrante della trama. Attualmente, il tema delle dimensioni multiple è in bilico tra i due punti di vista ma, se influenzasse maggiormente la sceneggiatura, Last Hope potrebbe avere in serbo qualche sorpresa.
Mentre il plot è ancora incerto e sembra che debba assestarsi del tutto, situazione ben diversa è il comparto tecnico. I dubbi che avevamo riscontrato nel pilot continuano a persistere e non sembrano che vogliano dissiparsi. I disegni tutt'ora non ci entusiasmano: non mostrano particolare estro, soprattutto nel character design che non cerca di essere originale (un esempio è Cain che richiama, sin troppo, Jet Black di Cowboy Bebop), se non per qualche fattore estetico di poco conto. Eppure, non ci sentiamo di criticare del tutto lo stile, perché nella sua semplicità è pulito sia nelle situazioni più concitate, sia nei frame in cui la telecamera si allontana, e in cui si notano impercettibili difetti, probabilmente dovuti proprio alla mancanza di complessità del tratto; tuttavia, in più riprese si eividenziano delle marcate approssimazioni nei disegni, che non possono essere giustificate semplicemente dalla tecnica scelta.

Nonostante la sua semplicità, il comparto grafico riesce a creare la giusta atmosfera, sia grazie ai numerosi elementi futuristici, sia ad un buon utilizzo delle luci, che rendono Neo Xianglong una città in cui è difficile non immergersi e perdersi.
I mecha ed i B.R.A.I sono realizzati con un CGI troppo marcato e non eccelso, che non sempre riesce a mescolarsi alla perfezione con il tratto manuale: il più delle volte salta subito all'occhio la marcata computer grafica, andando a scontrarsi con il resto dell'ambientazione; d'altro canto, la grafica tridimensionale può avvalersi di animazioni fluide, che rendono gli scontri chiari, senza spezzare il ritmo incalzante creatosi. Tuttavia, l'utilizzo del digitale è stato controproducente: la minuziosità nei dettagli del design dei B.R.A.I mostra il fianco ad un più scarno mecha design che non lascia certo il segno. Ci saremmo aspettati qualcosa di ben più elaborato da Shoji Kawamori, un esperto di mecha.

Last Hope (anime) Last Hope continua a non avvalersi di una trama ispirata, riproponendo tematiche già viste altrove; ma cerca di fare leva sui colpi di scena e su un senso di dubbio e di non-detto per dare lo giusto stimolo a proseguire, oltre che sulla strutturazione dei protagonisti e sulla loro interazione con l’intero cast. Il comparto tecnico non è dei migliori, lasciandosi andare ad imperfezioni, con una grafica tridimensionale che quasi vuole dominare su quella manuale, spiccando sin troppo, ma nel complesso rimane comunque piacevole. Solo quando saremo arrivati al finale di serie, che sarà pubblicato su Netflix prossimamente, potremo scoperchiare il vaso di Pandora per vedere che cosa è rimasto al suo interno.