Dragon Ball: Recensione del manga di Akira Toriyama, ora anche Full Color

Il manga di Akira Toriyama è il Re dei battle shonen e un capolavoro senza tempo: riviviamo un'epopea leggendaria. .

recensione Dragon Ball: Recensione del manga di Akira Toriyama, ora anche Full Color
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Sembra superfluo, oggi, parlare di Dragon Ball e giudicarlo. Il battle shonen si è evoluto e contaminato con altri generi andando ben oltre la semplice definizione di "manga sul combattimento", e il cambiamento è avvenuto già da molto prima che il pubblico ricordi: le sfumature adventure di ONE PIECE, il racconto di formazione di Naruto, il folklore di Bleach, e poi ovviamente le nuove generazioni che a loro volta prendono qualcosa da chi l'ha preceduto, da My Hero Academia a Black Clover fino agli esperimenti più recenti, da Chainsaw Man a The Promised Neverland a Spy X Family.

Eppure Dragon Ball è ancora speciale. Ancora attuale. Perché ovviamente ha plasmato, seppur a modo suo e in termini più circoscritti al periodo storico di riferimento e ai limiti di un panorama ancora piuttosto embrionale, le regole del gioco. E, al netto di un'opera sequel/midquel sicuramente più scialba qual è Dragon Ball Super, leggere oggi l'opus magna di Akira Toriyama è tutt'altro che un'operazione anacronistica. In primis perché Edizioni Star Comics ha finalmente completato la pubblicazione della versione Full Color, che avvicina drasticamente il prodotto alla perfezione assoluta, e in secondo luogo perché - almeno per chi vi scrive - non è del tutto corretto definire Dragon Ball secondo gli epiteti più inflazionati: ripetitivo, banale. Non è proprio così, non pienamente.

Un cerchio chiamato Dragon Ball

Alla base dei meccanismi narrativi di Dragon Ball c'è sicuramente una reiterazione, più o meno sin dall'inizio. C'è una situazione da salvare, un allenamento da svolgere, un villain da sconfiggere, una pace da ristabilire.

Questo schema, nella prima parte del manga, quella relativa all'infanzia di Son Goku, è meno marcato, perché l'anima adventure e i toni (piacevolmente dolci) di un tenero romanzo di formazione nel seguire la crescita del protagonista e il suo relazionarsi con un mondo tutto da scoprire prendono il sopravvento, anche prepotentemente, sugli schemi ripetitivi della scrittura. L'infanzia di Goku, nel suo instancabile ed emozionante processo di scoperta, somiglia a quella di ognuno di noi, e ci accompagna verso la fase finale della sua gioventù: quella in cui, sin dall'ingresso del Gran Demone Piccolo e del suo diabolico figlio, iniziano ad emergere gli elementi che qualche capitolo più tardi definirono Dragon Ball il sovrano assoluto dei battle shonen.
L'anima formativa dell'opera di Toriyama sta anche nella rappresentazione della crescita del suo eroe, una delle più dirompenti in assoluto di tutto il panorama fumettistico. Perché vedere un protagonista cambiare, evolvere e maturare in questo modo è un lusso che solo le grandi opere letterarie, nella storia culturale, ci hanno concesso.

In questo meccanismo l'arco narrativo che dai saiyan ci portano a Freezer segna la consacrazione assoluta: sì, l'epopea su Namek rimane il punto più alto, e probabilmente più maturo, di tutto il processo artistico di Toriyama, perché è indubbio che il Battle Shonen come lo intendiamo oggi sia nato tra le pagine di quei capitoli, sia germogliato insieme ai capelli aurei di un Super Saiyan e si sia plasmato nella possanza dei muscoli di Kakaroth.

Eppure non è giusto affermare la più classica delle sentenze: che Dragon Ball "finisce con Freezer". È vero, nella sua prima "fase matura" è un manga a suo modo biblico, perché detta le regole del Battle shonen, ne definisce i dogmi, ne fissa i confini, ne è ancora oggi il Re indiscusso. Ma Dragon Ball è anche un manga in continua evoluzione, che sperimenta anche, e non bisogna confondere la ripetizione di alcuni "topoi" narrativi con una scarsa qualità di scrittura.

Nella Saga di Cell Toriyama non soltanto provò a giocare con la fantascienza in modi mai davvero esplorati prima d'ora (l'apocalisse, i viaggi temporali, gli Androidi), ma condusse la storia verso toni cupi e decadentisti, culminati con l'apparente addio al suo iconico protagonista. In quella di Majin Bu c'è la Sintesi di tutto Dragon Ball, perché ai canoni del genere di base si aggiunge un ritorno marcato alla comicità genuina ed innocente della prima fase, quella dell'infanzia.

Ecco, è proprio così: se quella di Goku bambino è un'appassionate e dissacrante epopea di formazione, nella trasformazione a capostipite del Battle Shonen ci sono tre fasi specifiche. La Saga dei Saiyan e di Freezer rappresentano la tesi: scrivono i comandamenti del genere e li cristallizzano nell'antologia; la Saga degli Androidi è l'antitesi, perché si colora di sci-fi, perché dal viaggio spaziale si trasla a quello temporale, e dai mostri dello scenario galattico si passa ai mostri dell'umanità, alla creazione-distruzione dell'uomo incarnata dai micidiali cyborg, e alle atmosfere cupe che conducono al sacrificio ultimo dell'eroe; la Saga di Bu è, appunto, la Sintesi, c'è il ritorno dell'eroe ma anche il nuovo che avanza, l'uomo non basta più, subentrano déi e demoni, si lotta tantissimo ma al tempo stesso si torna ai combattimenti scanzonati della prima ora. È una scrittura che, nei limiti del genere che ha voluto plasmare, apre e chiude un ciclo perfetto.

Il re dei combattimenti

La narrazione di Dragon Ball si è sempre sposata perfettamente, almeno nella versione cartacea, con un tratto grafico sempre funzionale al racconto. Il tratto di Akira Toriyama è costantemente in divenire lungo tutta la trama dell'opera, e pur evolvendosi è sempre straordinariamente dettagliato.
In termini di design, di regia, di gestione dell'azione e di coreografie, Dragon Ball è prezioso per il battle shonen tanto quanto i suoi personaggi e le sue storie. Gli autori capaci di esprimere questa vita, su carta, sono ad oggi pochi, ed è indubbio che gran parte del talento del primo Toriyama stia nel suo eccezionale dinamismo. Anche a distanza di trent'anni i combattimenti disegnati dal maestro sono tra i più leggibili e chiari dell'industria: l'abilità di Toriyama spazia ovviamente da un character design di portata antologica ad una costruzione scenica poderosa, dettagliata, sopraffina.

Tutto questo, in versione Full Color, è praticamente perfetto. Lo è nella misura in cui è sufficiente immaginare il tratto fresco, dinamico, la regia perfetta, l'azione sempre e comunque leggibile, i campi larghi di Toriyama-sensei, uniti ad una colorazione digitale applicata sulle tavole e sui disegni originali. Spesso rispettando addirittura i cromatismi che popolavano le prime bozze dei personaggi nella mente dell'autore, e distanziandosi da alcune scelte applicate sulla colorazione "ufficiale" fornita dalle due serie anime classiche, Dragon Ball e Dragon Ball Z.

La Full Color rispetta, ovviamente, le dinamiche di una traduzione ormai rodata, seppur limata e perfezionata in alcuni passaggi narrativi, senza stravolgere in alcun modo la scrittura originale. È un'edizione solida, impreziosita di approfondimenti in calce ad ogni volumetto, confezionata con maestria su carta e brossura resistenti. Fa qualche rinuncia, come la numerazione classica dei vecchi tankobon (sono meno di 42, perché ciascun albo include molti più capitoli rispetto alle edizioni fin qui redatte): piccoli appunti che non intaccano minimamente la qualità di un prodotto che esalta il capolavoro che è Dragon Ball, che merita di essere valorizzato al massimo delle sue capacità.

Dragon Ball Dragon Ball è un capolavoro di genere, il che non significa che sia il manga migliore di sempre. Ma è stato l'iniziatore di un fenomeno che probabilmente non tramonterà mai, un cult che deve il suo successo alla sua straordinaria semplicità. Ma è anche un'opera attuale e ad oggi ancora appassionante, al netto di alcuni apparenti limiti narrativi. Perché è una storia che si evolve costantemente e che matura un'idea specifica, forgiando pagina dopo pagina le regole di un filone concettuale che, anche dopo decenni, domina il panorama editoriale.

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