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Dragon's Dogma, recensione dell'anime Netflix tratto dal videogioco Capcom

Dragon's Dogma arriva su Netflix con l'adattamento anime del noto videogioco. Sette episodi per abbozzare una storia.

recensione Dragon's Dogma, recensione dell'anime Netflix tratto dal videogioco Capcom
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Dragon's Dogma è l'ennesimo videogioco che viene adattato ad anime sotto l'egida di Netflix: dopo Devil May Cry e l'annuncio anche del prossimo Resident Evil, da casa CAPCOM arriviamo nuovamente su questi lidi. Dopo aver venduto più di cinque milioni di copie in tutto il mondo, Netflix ha deciso di produrre una serie TV tratta dal videogioco. Sette episodi realizzati dallo studio Sublimation, che aveva lavorato in precedenza a Tokyo Ghoul. Sebbene l'esperienza videoludica abbia lasciato qualche valore importante dal punto di vista ludico (leggete qui la nostra recensione di Dragon's Dogma Dark Arisen su Switch), non si può dire altrettanto dell'anime, che in molte cose ci ha lasciati poco convinti.

Un cacciatore senza cuore

Ethan è un cacciatore, abituato a trascorrere la sua vita e la sua quotidianità a casa con la moglia Olivia, incinta del loro bambino. Il villaggio, sereno e posato, permette a tutti gli abitanti di vivere in maniera amichevole, rispettando le regole del buon vicinato, facendoci intendere anche il carattere morigerato dello stesso protagonista.

Un giorno, mentre Ethan è a caccia, il villaggio viene attaccato da un drago che rade al suolo l'intero centro e uccide Olivia, ponendo fine in un solo secondo alla vita della moglie e del futuro figlio del protagonista.

Accecato dall'ira, Ethan decide di scagliarsi contro il drago, finendo ovviamente scaraventato a terra senza possibilità di replicare al colpo: la bestia riesce a rubargli il cuore e invita il cacciatore a coltivare l'odio che prova per lui, per quello che ha fatto. Una volta accumulato abbastanza sentimenti negativi nei confronti del drago, quest'ultimo l'avrebbe aspettato nella sua tana, pronto a sfidarlo. Da quel momento Ethan da cacciatore diventa un Arisen, ossia un uomo al quale è stato rubato il cuore, e per iniziare il suo viaggio si lascia affiancare da Hannah, una Pedina, un essere umano senza sentimenti, che lo guiderà in un percorso attraverso i sette peccati capitali.

Per quanto la trama di Dragon's Dogma voglia partire subito forte, raccontandoci immediatamente l'evento scatenante delle problematiche legate al percorso di Ethan, è palese che l'intenzione da parte degli autori è quello di rimettere in piedi le diverse fasi del videogioco. C'è un ritmo frenetico, c'è l'intenzione di condensare tutto in sette episodi da venti minuti, cercando di raccontare ore di avventura in qualcosa di molto più ristretto: lo stesso primo episodio sembra quasi assumere le sembianze di una cutscenes del videogioco che funge da prologo a tutto ciò che ci capiterà di vedere dopo, senza spiegazioni e senza contestualizzazione.

Il modo in cui il drago estrae il cuore da Ethan non ci aiuta a capire cosa effettivamente sta accadendo, a patto di non essere già conoscitori del videogioco e quindi pronti ad accettare quanto ci capita di vedere. Dall'altro lato c'è da sottolineare che l'intera narrazione, che per scelta produttiva è stata divisa in sette episodi per raffigurare i sette peccati capitali con dei segmenti narrativi verticali per ognuno di essi, è troppo stringata.

Una trama sbrigativa e superficiale

Ethan si ritrova in maniera troppo rapida ad accettare il suo nuovo ruolo di Arisen e la sua indole subisce, in maniera affrettata, un cambiamento brusco. Inoltre, tutti i personaggi che inizieranno a circondarlo nel corso dell'avventura finiranno per essere solo delle bozze di script, senza poter approfondire le tematiche e senza un disegno ben preciso di quello che ci dovranno raccontare.

Così la trama diventa essenziale, svuotata, ridotta all'osso e la volontà di applicare lo schema narrativo di un videogioco non si esalta minimamente nella resa da serie televisiva: se d'altronde su console abbiamo la possibilità di esplorare le caratteristiche degli NPC nei vari dialoghi, qui dobbiamo accontentarci dei venti minuti messi a disposizione da Netflix, senza poter approfondire nulla.

Discutibile anche la scelta di affidarsi a una tecnica mista tra il 2D e la CGI: la computer grafica fa praticamente da elemento portante, mettendo sin da subito in secondo piano il 2D. Il tutto diventa poco fluido, approssimativo, e restituisce un feedback molto atipico. Per fortuna ci pensano i combattimenti a esaltare la scelta di affidarsi alla CGI, perché è lì che l'animazione riesce a trasmettere la dinamicità che ci aspettavamo. Sorprendente poi le scelte compiute soprattutto nel secondo episodio, in cui il combattimento con i goblin mette Ethan davanti a una ragazza che viene per quasi la totalità dell'episodio spogliata delle proprie vesti: un aspetto che diventa sensuale verso la fine dell'episodio, ma il cui esordio è molto grottesco e al limite della violenza sessuale. Una chiara volontà degli autori di voler raccontare una vicenda rude, intensa e sicuramente al limiti della civiltà.

La durata dell'intera serie, come abbiamo già fatto notare, non va oltre i sette episodi, che si esauriscono in poco più di due ore: un bingewatching funzionale che vi accompagna in quello che è a tutti gli effetti un film leggermente più lungo della media solita. Sebbene la storia di Ethan possa in qualche modo ritenersi conclusa, c'è da pensare che gli autori si siano lasciati spazio per un possibile sequel.

In realtà, tutto dipenderà dal feedback della community, che dovrà armarsi di grande passione per Dragon's Dogma e sottolineare la bontà del voler replicare un videogioco che ha avuto dalla sua un'accoglienza discreta, non tanto da pretendere una serie dalla qualità produttiva al pari di saghe molto più famose come ad esempio The Witcher.

Dragon's Dogma (anime) Dragon's Dogma, insomma, è una serie afflitta da numerosi problemi di produzione, non di contenuti. La trama, ripresa dal videogioco, fornisce un plot accattivante: la sfida dell'uomo al drago riprende gli archetipi dell'atavica lotta tra Davide e Golia, spingendoci a parteggiare inevitabilmente per il più debole. Ciò che non convince è la superficialità della narrazione, ma soprattutto la tecnica mista utilizzata per la resa grafica.

5.5