Dylan Dog #383 - Profondo Nero, recensione del fumetto scritto da Dario Argento

Dylan Dog e Dario Argento, due icone dell'horror italiano e mondiale, si incontrano per la prima volta con risultati però davvero poco soddisfacenti.

recensione Dylan Dog #383 - Profondo Nero, recensione del fumetto scritto da Dario Argento
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Profondo Nero segna lo storico esordio di Dario Argento sulle pagine di Dylan Dog, il celebre personaggio creato da Tiziano Sclavi. Il famoso regista, apprezzato sia in Italia che all'estero per molte delle sue opere cinematografiche, ha firmato il soggetto del fumetto e scritto la sceneggiatura insieme all'autore Stefano Piani. Per l'occasione, inoltre, è stata realizzata una speciale copertina argentata, chiaro rimando al cognome del maestro del brivido. L'albo, estremamente suggestivo da un punto di vista collezionistico, non è però riuscito a imporsi nel migliore dei modi a livello narrativo. Cerchiamo di capire nel dettaglio i motivi.

Dimmi il titolo che dai e ti dirò chi sei

Prima di analizzare l'opera è però necessario fare una breve premessa, iniziando proprio dal titolo del fumetto, quel Profondo Nero che omaggia, in modo forse eccessivamente autoreferenziale, uno dei film più famosi (e apprezzati) del regista: Profondo Rosso

Parliamo di una pellicola uscita nel 1975, capace di segnare un'intera epoca e di ottenere un successo senza precedenti diventando fonte di ispirazione per moltissimi autori e/o artisti, tra cui lo stesso Sclavi.
Argento, durante la sua lunga carriera, ha dimostrato di sapersi districare egregiamente tra l'horror, il thriller e il mistery, girando, tra gli altri, il capolavoro Suspiria, affermatosi come uno dei suoi film più riusciti (o, forse, come il migliore in assoluto di tutta la sua filmografia). Con il passare del tempo, e per colpa di innumerevoli fattori, la carriera del regista ha iniziato lentamente a tramontare fino all'uscita de Il Cartaio, considerato da molti un vero e proprio punto di non ritorno artistico.
Il titolo Dylan Dog - Profondo Nero non va quindi a citare un film specifico, ma una vera e propria versione idealizzata del regista, che tiene conto solo delle opere uscite tra il 1970 e il 1990, non badando però anche all'evoluzione (o involuzione) di tutto quello che è venuto dopo, comprese produzioni meno apprezzate come Giallo e Dracula 3D.
Purtroppo, il numero 383 della serie targata Sergio Bonelli Editore non fa altro che andare a inserirsi proprio in quella parabola discendente di mediocrità che ha caratterizzato tutta la produzione più recente di Dario Argento, incapace (almeno fino a oggi) di risollevarsi dal punto di vista autoriale.

50 Sfumature di Dylan

L'indagatore dell'incubo si ritrova invischiato, quasi senza rendersene conto, in una vicenda che ruota attorno al mondo del sadomasochismo. E il primo problema dell'opera è legato al modo in cui vengono trattate determinate tematiche, tra cui quelle di natura sessuale. Per l'intero arco narrativo si ha infatti l'impressione di trovarsi di fronte a una storia pensata e creata con il freno a mano tirato: le pratiche BDSM (bondage e disciplina, dominazione e sottomissione, sadismo e masochismo), descritte nel fumetto come trasgressive e borderline, vengono analizzate in modo superficiale e trattate solo mediante stereotipi. I due autori hanno deciso di non calcare la mano in nessun frangente, discostandosi da generi come il torture porn ma anche da qualsiasi tipo di approfondimento psicologico dei personaggi, andando inevitabilmente ad appiattire in modo irreversibile il ritmo, vero punto debole dell'intero albo. L'intera vicenda, purtroppo, risulta incapace di catturare il lettore, perdendosi in numerose sequenze scontate: un vortice di banalità in cui anche le scene leggermente più movimentate, presenti comunque in maniera davvero esigua, risultano prive di mordente e fini a se stesse. In più occasioni la storia sembra puntare in una direzione per poi virare bruscamente da tutt'altra parte, andando a mescolare generi come il thriller, l'horror e il giallo in modo confusionario.
Dylan si ritrova a dover semplicemente vivere in modo passivo gli eventi, dirigendosi da una parte all'altra della città senza mai riuscire a incidere in nessun frangente, risultando a tutti gli effetti inutile e a volte addirittura dannoso ai fini delle indagini.

Profondo Vuoto

Nell'albo non sono presenti guizzi narrativi interessanti o trovate originali; tutto si muove sui binari della monotonia, della svogliatezza, della futilità. In più, in vari momenti, ci si trova di fronte a numerose forzature narrative, anche per quanto riguarda i rimandi alle nuove tecnologie; in alcune sequenze, infatti, si citano i social network e Wikipedia, senza però contestualizzare il tutto,non facendo altro che reiterare la sensazione di trovarsi davanti a linee di dialogo e situazioni inserite solo per allungare l'intreccio narrativo.

Da notare anche l'intenzione, purtroppo non riuscita, di legare Dylan alla quotidianità attraverso espedienti mal congegnati in cui lo vediamo alle prese con le forze dell'ordine o con la sanità; queste sequenze, per quanto brevi, sembrano voler spingere su una sorta di mood populista che mette il protagonista in contrapposizione con "l'ambulanza che arriva sempre in ritardo" o "i nobili facenti parte della casta".
Per certi versi, il numero 383 di Dylan Dog rappresenta la quintessenza della "normalità", dato che potrebbe tranquillamente figurare al fianco di tutte quelle storie non particolarmente brillanti uscite nel corso degli ultimi anni che hanno poi portato alla decisione di rilanciare la serie a partire dal numero 337.
Dal punto di vista tecnico, Corrado Roi non delude, grazie anche al sapiente utilizzo delle ombre e dei neri marcati, in grado di valorizzare al meglio il suo stile oscuro e dalla forte impronta gotica. I vari disegni, avvolti da una leggera patina, donano all'intero albo un'atmosfera onirica ed evanescente; l'unico appunto, in termini puramente visivi, riguarda i personaggi femminili con cui Dylan interagisce, a volte forse un po' troppo simili tra loro.

Dylan Dog - Profondo Nero Profondo Nero è in definitiva una grande occasione sprecata, purtroppo non all'altezza delle aspettative e incapace di lasciare il segno. Forse, con un maggiore coraggio e puntando maggiormente sul fattore innovazione/svecchiamento, si sarebbe potuto creare un albo realmente imperdibile e capace di segnare la storia della testata. Il rimpianto più grande, in definitiva, è quello di trovarsi di fronte a un'opera né buona né insufficiente, perché semplicemente anonima.

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