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Earwig e la Strega recensione: l'ultimo controverso film di Goro Miyazaki

Earwig e la Strega, il nuovo film di Goro Miyazaki pur nel coraggio dimostrato nell'uscire dal seminato non riesce a trovare davvero una forma compiuta

Earwig e la Strega recensione: l'ultimo controverso film di Goro Miyazaki
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Parlare dell'ultima opera di Goro Miyazaki senza farsi troppo condizionare dal nome o dallo studio di produzione è difficile, tuttavia non bisogna cadere nell'errore fin troppo comune di utilizzare Miyazaki padre come tara per misurare la qualità del lavoro del figlio. Come è ormai ben noto, Goro inizialmente era riluttante all'idea di seguire le orme del genitore nella carriera di regista d'animazione. Dopotutto, è facile immaginare la pressione per la grande responsabilità che questo avrebbe comportato in termini di aspettative del pubblico, ma anche per la genuina paura di non essere all'altezza, di non averne le capacità.

Miyazaki all'epoca dell'esordio del figlio non ha nascosto la sua disapprovazione, in quanto lo riteneva un regista troppo inesperto per essere alle redini di un progetto cinematografico. Abbiamo accennato a questi trascorsi nella nostra recensione de I Racconti di Terramare, un film che, pur manchevole nello sviluppo, si presenta con diverse note positive ed è talvolta vittima di eccessive stroncature.

Nella realizzazione di Earwig e la Strega, che da adesso è disponibile in Italia grazie a Netflix, Goro non portava con sé solo il peso del nome dello studio, dell'approvazione ricevuta da suo padre nel tentare questa strada e del rinnovato incoraggiamento del produttore Toshio Suzuki, ma anche il rischio di essere il primo film Ghibli a fare un uso così massiccio della computer grafica. Non si tratta di una rottura netta come potrebbe sembrare con il passato, lo Studio Ghibli utilizza di fatto l'animazione al computer, in misura variabile e integrata a quella più tradizionale, dal 1997 con Principessa Mononoke.

Un racconto incerto

Nel caso di Earwig, però, parliamo pur sempre di un lungometraggio animato interamente in computer grafica 3D, e la differenza estetica è piuttosto evidente, sebbene non sia stato l'unico esempio simile cui abbiamo assistito nel corso degli anni: ricordiamo, infatti, le ardite sperimentazioni stilistiche di Takahata, che in diverse occasioni ha stravolto, dal punto di vista visivo, gli standard ghibliani. Pensiamo ad esempio a I Miei Vicini Yamada, che si distingueva non solo per la struttura narrativa, ma soprattutto per il tratto stilizzato e la particolare colorazione resa possibile grazie al digitale.

È stata una lunga attesa per chi non ha avuto la fortuna di vederlo in anteprima, ma ormai ci siamo: Earwig e la strega è finalmente disponibile su Netflix. Purtroppo, al netto di alcune caratteristiche apprezzabili, il film ci è sembrato complessivamente poco convincente.

Adattamento dell'omonimo romanzo di Diana Wynne Jones (autrice anche del libro da cui è stato tratto il Il Castello Errante di Howl) narra la storia di Earwig, un'esuberante bambina di dieci anni, cresciuta con il nome di Erica Wigg in un orfanotrofio, dopo essere stata abbandonata da una strega dai capelli rossi.

Non ha alcuna intenzione di trovare una nuova famiglia perché, come ripete in più occasioni durante il film, riesce sempre a convincere gli altri a fare ciò che vuole, e all'orfanotrofio ha già tutto quello che le serve. Tuttavia, un giorno viene adottata contro il suo volere da una strega, Bella Yaga, e da un demone molto irascibile, Mandragora. La protagonista rimane dunque intrappolata nella loro abitazione, dove è costretta a occuparsi delle faccende domestiche e aiutare la maga con i suoi incantesimi.
Dalle premesse della storia è subito intuibile che il target del film siano i più piccoli, ma questo non giustifica alcune evidenti problematiche strutturali. Il racconto si articola in due filoni paralleli e, almeno in teoria, convergenti, ovvero le piccole disavventure di Earwig nella nuova casa insieme a Thomas, il gattino nero con cui farà amicizia, e tutto quanto concerne invece il sostrato magico (la madre in fuga, le streghe) che si scopre legare i nuovi tutori alla madre scomparsa. Nel tenere insieme queste due storie gioca un ruolo fondamentale il brano "Don't disturb me" degli Earwig, un collante debole, a nostro avviso, poiché scarsamente funzionale ai fini del racconto, che sembra manchevole di un tema e di una direzione precisi.

Il film inizia con la madre di Earwig in fuga e introduce una vicenda che, purtroppo, è destinata a rimanere confusionaria e marginale, nonostante sia alla base della narrazione. I retroscena dell'abbandono della bambina, del mondo magico, e del rapporto tra la madre, Bella Yaga e Mandragora vengono omessi quasi del tutto, e i pochi dettagli risultano pressoché ininfluenti nel disegno complessivo.

La sensazione è quella di un film frammentario, che procede a tentoni, indeciso su quale strada sia meglio percorrere, e che si chiude in maniera improvvisa e anticlimatica, senza aver aperto realmente qualcosa di concreto. Non solo i background dei comprimari sono scarsamente esplorati, se non attraverso qualche flashback, ma è la protagonista stessa a essere un personaggio statico, nei suoi tratti abbozzati, privo di effettivi elementi di interesse o di una trasformazione caratteriale ed emotiva.

La ricerca di uno stile alternativo

Posto che, come abbiamo evidenziato nell'introduzione, un cambio di stile non sia necessariamente un difetto - né una pratica così sconvolgente nella storia dello Studio Ghibli - l'utilizzo della computer grafica non ci è sembrato

all'altezza. Il punto non è la diversità in sé, che anzi dimostra la volontà del regista di uscire fuori dal seminato, di cercare una strada diversa e personale, rifiutando di realizzare una fredda riproduzione stilistica, ma quanto poi il risultato possa dirsi efficace o meno. Anche se Hayao Miyazaki si è espresso positivamente sulla CGI del film, complimentandosi con tutto lo staff per il risultato ottenuto, noi abbiamo trovato la realizzazione complessiva insufficiente, soprattutto in termini di mimica facciale. I personaggi, in parte riusciti nel design, sono ben lontani dalla delicata gamma espressiva della tecnica tradizionale a cui siamo abituati, non riuscendo a spingersi oltre una gestualità grezza e caricaturale - per quanto in linea con i toni generali della pellicola. Non bastano gli sguardi accigliati e le pronunciate fisicità slapstick per creare un legame di empatia con i personaggi, che pur nella spiccata simpatia non raggiungono mai la profondità e la finezza che avremmo sperato.

Se si respirano le atmosfere ghibliane in alcune inquadrature paesaggistiche nei primi minuti - pur mitigate da una palette cromatica spesso e volentieri spenta - il resto del film fatica a trovare una propria identità, fermandosi in un limbo in cui, potremmo dire, né si libera totalmente dell'eredità paterna né riesce a raggiungere una forma compiuta. C'era da aspettarselo vista la poca familiarità dello studio con il 3D. Infatti, come ha spiegato il regista in un'intervista, hanno creato Earwig e la Stega partendo da zero.

La regia di Goro sembra rifarsi a Totoro per la scelta delle inquadrature dal basso, con cui mostra il mondo dalla prospettiva di Earwig e solo in casi più sporadici si approccia ad angoli di ripresa alternativi. Non è l'unica influenza Ghibli - riecheggiano tracce ad esempio di Kiki Consegne a Domicilio - ma una delle differenze principali risiede nell'utilizzo minimo, o quasi, di inquadrature di ampio respiro, sostituite da una predominanza di primi piani e piani medi. Il film è infatti ambientato in larga parte dentro casa, ed è stata sicuramente rivolta molta attenzione e cura nella realizzazione degli interni, in particolar modo del laboratorio della strega, un luogo talvolta claustrofobico ma ricco di dettagli.

I pregi nella semplicità

Si potrebbero azzardare alcune letture interessanti di carattere parzialmente autobiografico nel rapporto della protagonista con i nuovi genitori, nella sua ricerca di attenzioni e forse di approvazione, ma ci si scontra inevitabilmente con l'assenza di introspezione di personaggi la cui interiorità è solo accennata. Quello che Goro Miyazaki è riuscito a realizzare, dietro le non poche problematiche evidenziate, è un film d'intrattenimento per famiglie, senza pretenziosità o ricercatezze di sorta. Infatti, risulterà sicuramente apprezzabile per qualunque bambino, che potrà lasciarsi trasportare senza preoccupazioni in un immaginario semplice e rassicurante.

La compagine di personaggi secondari (creature magiche incluse) crea delle interazioni vivaci e frizzanti, che vanno incontro alle esigenze del pubblico più giovane, rendendo la pellicola complessivamente scorrevole e divertente. Il piano di Earwig di impossessarsi anche della nuova casa passa attraverso una serie di disavventure casalinghe, in cui deve conquistare il favore del taciturno Mandragora e della madre adottiva, interessata solo a sfruttare la bambina per facilitarsi il lavoro.

Insomma, un'opera che tenta di conquistare con la leggerezza e la semplicità, ma che si regge su una struttura poco convincente, contornata da elementi fini a se stessi. Un film minore nel catalogo Ghibli e forse il meno riuscito dello stesso Goro Miyazaki, per quanto sia sicuramente il più bizzarro e coraggioso che ha realizzato finora.

Earwig e la Strega L'ultimo film di Goro Miyazaki, per quanto coraggioso nel suo tentativo di uscir fuori dal seminato, risulta debole nella struttura narrativa. La tanto discussa CGI, impersonale e poco espressiva, è affiancata a un racconto che fatica a decollare, per poi interrompersi in maniera eccessivamente brusca e poco risolutiva. Earwig e la Strega cerca di colpire con il gioco e la semplicità, e da questo punto di vista ci è sembrato scorrevole e divertente, ma dall'assenza di personaggi realmente interessanti e di un tema portante ne è derivato, complessivamente, un lavoro disorganico.

5.5