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Enter The Anime Recensione: il documentario sull'animazione giapponese

Le migliori intenzioni non bastano per mettere in piedi un prodotto di approfondimento: pur con stile, Enter The Anime non convince.

recensione Enter The Anime Recensione: il documentario sull'animazione giapponese
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Un documentario sugli anime: qualche anno fa non ci avremmo creduto. Un genere di profonda nicchia, che diventa sempre più mainstream e riceve un'attenzione da parte dei mass media tale da creare un film che possa permetterci di conoscerne dinamiche e segreti. Netflix, seppur con alti e bassi, ha poi dimostrato più volte di credere moltissimo nell'animazione nipponica: ecco che nasce Enter The Anime, un documentario a cura di Alex Burunova, disponibile sulla piattaforma streaming dallo scorso 5 agosto. Abbiamo approcciato la visione del film con grande curiosità, divorando tutti d'un fiato i circa 60 minuti di durata. E ci siamo accorti che, purtroppo, tutte le migliori intenzioni del mondo non ripagano un prodotto scialbo, superficiale e fuori fuoco.

Dagli USA al Giappone... e non viceversa

Enter The Anime si apre con una premessa: l'autrice, nonché regista, ovvero la Burunova, sa poco o nulla sugli anime. Lungi da ogni pregiudizio possibile, abbiamo pensato che in fondo la prospettiva di un individuo che fosse profano al genere, e che approcciasse con curiosità questa eclettica forma d'arte, potesse diventare uno spunto di interessante approfondimento su un'industria meravigliosa, ma anche costellata di difficoltà e contraddizioni.

Ma è già col trascorrere dei primi minuti che il documentario targato Netflix inizia a mostrare la sua vera natura: le prime firme a cui la Burunova sceglie di dar voce non sono autori provenienti dall'industria nipponica, bensì due americani. Per la precisione Adi Shankar, producer della serie animata di Castlevania, e LeSean Thomas, autore di Cannon Busters.

Due prodotti finanziati e distribuiti dal colosso streaming americano, che nella produzione delle serie ha investito in maniera tale da replicare lo stile e le atmosfere di un anime giapponese. Tutto molto interessante, non fosse che - eccezion fatta per qualche piccolo aneddoto sulla creazione di Castlevania - i segmenti dedicati ad Adi Shankar diventano un'occasione per giocare con la regia e intavolare uno show costruito sull'ego del regista statunitense, che sfila sfoggiando il suo look dark, i suoi gioielli vistosi, il suo barboncino.

Un tripudio di stile che, purtroppo, ci racconta poco o nulla sulla realizzazione di Castlevania, sulle fonti di ispirazione rispetto ai videogiochi targati Konami, sull'eventuale consulenza degli autori del franchise nipponico, sulle tecniche di realizzazione (viene soltanto spiegato che hanno scelto la grafica 2D per simulare gli anime vecchia scuola). Ancor peggio, se così si può dire, con l'autore di Cannon Busters, che (tra una sfilata in camice appariscenti e l'altra) ci parla di come non andrebbe mai in Giappone per non allontanarsi dalla sua famiglia.

Ma in fondo, diciamo a noi stessi, ci sta, un po' di spettacolo e di autopromozione sono leciti in un prodotto come Enter The Anime. Castlevania e Cannon Busters sono d'altronde produzioni originali Netflix ed è giusto inserirle in un discorso d'approfondimento. L'autrice del documentario, poi, ci racconta di come - dopo aver intervistato i due producer americani - abbia capito che, per conoscere a fondo il mondo degli anime, dei manga e della cultura giapponese, fosse necessario un viaggio in Giappone. E meno male!

Ci porta nelle metropolitane di Tokyo, tra i suoi vicoli, nei quartieri più folkloristici, ci fa vedere le gothic, le lolita e i metallari per farci capire quanto questi giapponesi siano dei pazzi. Nel senso buono del termine, certo, ma sempre pazzi. Ovvero eclettici, aperti, stravaganti, eppure senza pregiudizi apparenti. Un popolo capace di creare una forma d'arte in grado di esaltare i valori e le emozioni più disparati a seconda del pubblico a cui sceglie di rivolgersi: sangue, violenza, guerra, certo, ma anche amore, amicizia, quotidianità.

Solo che Enter The Anime prende una direzione ben precisa: sceglie di raccontare una cultura accendendo i riflettori soltanto su una faccia della medaglia. La Burunova dice che vuole capire perché un popolo così tranquillo e simpatico sia capace di dar vita a prodotti pieni di violenza, combattimenti, sangue, sparatorie, lame, follia. Peccato, Alex, che dire una cosa del genere equivale ad affermare stereotipi del tipo che i videogiochi istigano alla violenza. Che ci sia una parte, incredibilmente sostanziosa, di questa industria che esplora generi completamente diversi dando vita a capolavori senza tempo. Che proprio Netflix abbia distribuito anime come Violet Evergarden, che dagli orrori della guerra sposta il proprio focus narrativo su una storia intima, delicata e preziosa. O che anche Aggretsuko, pur con i suoi difetti, sia un prodotto che vuole rivolgelsi ai millennials per raccontare le difficoltà e le contraddizioni del mondo lavorativo per i giovani.

Il lato sbagliato

Si sceglie di esaltare, invece (oltre ad Aggretsuko in prima linea) serie animate come Baki, Kengan Ashura, B: The Beginning. Tutte produzioni originali Netflix. Insomma, più passavano i minuti e più ci rendevamo conto di come Netflix, più che un documentario obiettivo e approfondito sull'industria degli anime, abbia realizzato un'apologia dedicata ai suoi stessi prodotti. Un modo per mettere sotto i riflettori produzioni anche molto recenti, facendo sfilare in passerella registi, director, producer e designer che altrimenti passerebbero in sordina (perché d'altronde, come ammette lo stesso director di Aggretsuko, se Netflix ci dà l'opportunità di saltare le sigle iniziali e finali è normale che il pubblico non conosca gli addetti ai lavori dei loro prodotti preferiti).

Per carità: le voci presenti in Enter The Anime sono a loro modo autorevoli. Toshiki Hirano, producer di Baki, ha diretto alcuni anime importanti tra cui Ken il Guerriero - La Leggenda di Raoul; Tetsuya Kimoshita e Seiji Kishi ci raccontano come, per Kengan Ashura, abbiano utilizzato tecniche combinate tra disegno a mano e animazione digitale basate sulle movenze di lottatori reali, così da rendere i combattimenti all'interno dell'anime quanto più poderosi possibile; Kazuto Nakazawa, ombroso director del buon B: The Beginning, ci parla di come la realizzazione del celebre (e magnifico) segmento animato in Kill Bill Volume 1 sia stata la sfida più difficile della sua carriera. C'è spazio anche per Kozo Morishita, presidente della Toei Animation (che detiene i diritti de I Cavalieri dello Zodiaco, anime per cui Netflix ha investito nella produzione del remake in 3DCG), il quale ribadisce la mission della più celebre compagnia giapponese, realizzare prodotti per bambini - con tanto di "Suck Disney" da parte dell'autrice del documentario.
E infine fa capolino persino Yoko Takahashi, cantante giapponese della famosissima e amata Cruel Angel's Thesis, la opening di Neon Genesis Evangelion. Anche in questo caso l'artista dice veramente poco, se non raccontare sorridente un paio di aneddoti e svelare la sua scena preferita dell'anime di culto di Hideaki Anno. Il tutto, ovviamente, con le note di Zankoku in sottofondo.

Curiosità, aneddoti, chiacchierate piacevoli. Elementi che, tuttavia, non possono rappresentare il piatto principale di una portata insipida, al massimo potevano costituirne un contorno di qualità. E invece Enter The Anime è tutto (e solo) questo: una visione a metà, quanto mai limitata, dell'industria degli anime, in cui si esalta solo un aspetto di questo mondo senza considerare altre mille variabili.

Al di là del genere e dei valori, si è parlato pressoché zero delle tecniche di realizzazione in 2D, che ancora oggi costituiscono il cuore pulsante e l'originalità dell'animazione nipponica; si è posto l'accento esclusivamente sulla 3DCG, che è il campo in cui gli anime stanno facendo più discutere nonostante Netflix si ostini a investire su questo tipo di produzione. Si è parlato troppo poco dei ritmi lavorativi assurdi dell'industria dell'animazione: delle difficili condizioni a cui sono sottoposti i dipendenti delle aziende, degli impegni massacranti di un designer che realizza animazioni in 2D, dei perché e dei come l'animazione si sta evolvendo verso il digitale.

Mancano i punti di vista dei grandi maestri che hanno creato l'industria, non si parla di Osamu Tezuka o di Go Nagai, né tanto meno di Matsumoto, di Hideaki Anno (se non tramite una sigla, ma giusto perché Netflix ha acquistato di recente Neon Genesis Evangelion), di Watanabe, per non parlare dei cineasti di ieri e oggi come Miyazaki, Shinkai, Hosoda. Maestri di linguaggio, di magia, di realtà e di sentimenti: elementi imprescindibili che, purtroppo, mancano totalmente in Enter The Anime.

Enter The Anime Torniamo al discorso iniziale: non bastano le migliori intenzioni, la curiosità, la fame di scoperta, neppure la regia e lo stile, per dar vita a un prodotto documentaristico che possa dire realmente qualcosa in più. Enter The Anime è un prodotto fuori fuoco: pone l'accento esclusivamente sugli anime originali Netflix, diventando una sterile apologia di se stesso, pieno di banali cliché e di una visione che presenta solo una faccia della medaglia di questo settore. Si è dipinto il mondo degli anime e dei manga come una forma d'arte che inneggia esclusivamente alla follia, alla violenza e al sangue senza considerare l'esistenza di storie che esaltano un altro importante aspetto della cultura giapponese, i sentimenti. Si è detto quasi nulla sulla realizzazione tecnica di un anime (sopratutto 2D), troppo poco sulle contraddizioni di un lavoro massacrante e distruttivo, si ha calcato la mano sulla 3DCG, che è il campo in cui finora gli anime hanno deluso maggiormente. Enter The Anime è un lavoro fatto con cuore, si vede, ma il risultato finale è incredibilmente superficiale e privo di identità.

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