Hulk: Grigio, la Recensione del fumetto di Jeph Loeb e Tim Sale

Il capitolo più toccante e drammatico della Tetralogia dei Colori, che esplora il tormento di un uomo e la sofferenza di una bestia.

recensione Hulk: Grigio, la Recensione del fumetto di Jeph Loeb e Tim Sale
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Sin dalle sue origini, Hulk resta tutt'oggi uno dei personaggi più complessi e affascinanti della Marvel. Un personaggio dalla mente apparentemente semplice nasconde una psicologia estremamente profonda, tanto nel suo lato umano quanto in quello bestiale: non è un caso se questa versione di Dr. Jekyll e Mr. Hide secondo la Casa delle Idee sia diventata, in breve, una delle figure più amate dal pubblico, e che ha riscosso un successo straordinario tanto nel merchandise quanto nelle trasposizioni. L'Hulk di Mark Ruffalo riesce costantemente a bucare lo schermo grazie alla caratterizzazione che gli ha dato il Marvel Cinematic Universe, ma nei fumetti è tutt'altra storia. La scrittura dei pensieri derivati dalla dicotomia tra il Gigante di Giada e il suo ospite, Bruce Banner, assume tutt'altro sapore quando alle immagini sono associati i suoi stati d'animo, le sue ansie, le sue paure e la sua rabbia attraverso le vignette.
Così come i suoi celebri compagni Avengers - tra i più e i meno celebri - anche Hulk ha vissuto momenti editoriali importanti, scanditi da avvenimenti che potremmo definire epocali: dalle origini arrivando a uno dei cicli più importanti per il personaggio come Planet Hulk, passando per gli innumerevoli avversari che hanno utilizzato a proprio piacimento i Raggi Gamma, fino ad arrivare a una delle storie più memorabili del fumetto moderno, World War Hulk.
Ma è scavando anche nel sottobosco che si riesce a scovare qualche perla, fulgida e perfetta nel suo stato grezzo, esattamente come il personaggio che vogliamo raccontare oggi. Hulk: Grigio è il terzo capitolo della tetralogia dei colori della Marvel, un ciclo che Panini Comics ha recentemente riportato in fumetteria con delle fiammanti edizioni cartonate. Il fumetto, ancora una volta imbastito da Jeph Loeb e Tim Sale, si compone di una mini-serie che, a mani basse, potremmo definire la migliore in assoluto del progetto cromatico avviato agli inizi degli anni 2000 dai due autori.

Banner e Hulk

L'abbiamo già esplicato in varie salse, ma il concetto alla base di questa Tetralogia è la perdita e i sentimenti da essa derivati: con il toccante Daredevil: Giallo abbiamo esplorato il lutto di Matt Murdock per la sua Karen Page, con il delicato Spider-Man: Blu abbiamo conosciuto i retroscena dell'amore tra Peter Parker e Gwen Stacy. Con Hulk: Grigio la musica cambia. Non è soltanto una storia di amore travagliato da un'identità segreta, è un viaggio nella psiche di un mostro e di un uomo che non riesce ad accettarsi, né a vivere in un mondo che sembra rigettare la sua esistenza.
Hulk: Grigio non è semplicemente perdita emotiva o del proprio amore, ma è una storia in cui questo concetto assume il valore di ricerca e riscoperta della propria umanità. È uno scavare addentro la mente e le origini del Gigante di Giada, attraverso il solito espediente di un Bruce Banner ormai maturo e afflitto dalla "convivenza" con il mostro da diversi anni, che tenta di farsi psicanalizzare e rivanga le sue prime ore in seguito all'esplosione della bomba gamma. La sceneggiatura del sempre ottimo Loeb, che qui è in stato di grazia in fase di scrittura, prosegue costantemente su questo doppio binario scandito da due rapporti: uno interiore, esplicato dal conflitto che avviene nella mente di Hulk/Banner, la più classica dicotomia che affonda le sue radici nel fenomeno letterario di Jekyll e Hide, uomo e mostro; e l'altro è esteriore, e si riscontra nella relazione tra Bruce e la sua amata Betty Ross, la figlia del generale che strenuamente dà la caccia al neonato Hulk.

Un mostro che, alle sue origini, non era verde smeraldo come la maggior parte del pubblico lo ricorda, ma Grigio. Grigio come la zona ambigua in cui versa la sua psiche, divisa tra l'intelletto umano e la bestialità di un mostro; grigio come il Limbo in cui vive costantemente il più celebre degli anti-eroi della Marvel, grigio come lo stato d'animo, vuoto e in cerca di un posto nel mondo, di un uomo il cui destino è stato segnato da un incidente.

Hulk e Banner

Tutti ricordiamo le origini di Hulk. Bruce Banner, nel tentativo di salvare il giovane Rick Jones da un'esplosione di raggi gamma su cui stava lavorando per condurre esperimenti governativi, viene investito in pieno dalle scariche radioattive ed è destinato a convivere con la personificazione di tutta la potenza Gamma, l'incarnazione della sua rabbia repressa e dei suoi istinti più primordiali. Ma, a dispetto delle sue azioni che tradivano costantemente il suo stato d'animo (un uomo-bestia, d'altronde, è una creatura instabile e imperfetta ancor più dell'umano in sé), l'Hulk raccontato da Jeph Loeb e illustrato splendidamente da Tim Sale è più umanizzato che mai: tutta la sua sofferenza e il suo dolore fanno da contraltare alle spettacolari sequenze d'azione di cui si rende protagonista il gigante nelle tavole formidabili di Sale: il disegnatore, con Hulk: Grigio, dà forse la prova più importante e fulgida del proprio talento, rappresentando il Gigante di Giada e i comprimari della sua storia con un tratto ruvido ma profondamente autoriale, coadiuvato da uno spettacolo cromatico che viaggia costantemente tra le tonalità del grigio e del verde smorto.

Hulk è bestiale, mostruoso, animalesco e orrendo: il suo sguardo folle, i denti aguzzi e storti digrignati in smorfie di rabbia e sofferenza al tempo stesso si oppongono a un volto completamente diverso che riesce a prender vita anche una pagina dopo. È l'amore per Betty Ross, che riesce a domare anche il più instabile dei mostri, ma è anche il dolore per la paura con cui la povera donna si relaziona a una bestia del genere. Nella rappresentazione dei primi istanti in cui nasce il rapporto tra Hulk e Betty si consumano alcuni dei momenti migliori di un fumetto memorabile: una parabola in stile la Bella e la Bestia, ma dalle tinte incredibilmente più drammatiche e cupe, culminanti in un momento tanto topico quando traumatico per il protagonista e per una toccante rivelazione finale quando si torna nel presente dalle parti di un Gigante ormai pienamente evoluto nel color smeraldo - quasi a simboleggiare una maturità fisica e psicologica, un'accettazione interiore che permette all'eroe di "splendere" di luce propria, abbandonando i canoni beceri di un mostro senza cuore.
Hulk: Grigio è il capitolo più importante e maturo per la coppia targata Loeb-Sale. Non è una semplice storia che viaggia sul binario della malinconia derivata da una perdita importante. La perdita è solo il punto di partenza di un viaggio che parla di accettazione di sé e di accettazione per gli altri. E, a tal proposito, ci sono tutti quelli che contano nell'Hulkverso: da Betty Ross a suo padre, passando per il buon Rick Jones e finanche un cameo prestigioso direttamente dalle fila dei futuri Avengers. Un cameo tutto di latta...

Hulk: Grigio Hulk: Grigio è il capitolo più maturo, intenso e drammatico della Tetralogia dei Colori Marvel. Jeph Loeb e Tim Sale, premiata coppia delle quattro saghe cromatiche, confezionano un piccolo capolavoro innanzitutto sul versante visivo: l'utilizzo della colorazione, metafora estetica di una psiche che aleggia in un Limbo costante come quella del duo Hulk/Banner, si riflette tanto nelle spettacolari sequenze d'azione quanto nelle tavole meno roboanti sul piano dinamico ma struggenti sul piano emotivo. Non lasciatevi sfuggire, in conclusione, una delle serie più emozionanti e autoriali nel panorama di storie dedicate alle origini del Gigante di Giada.

8.5