I Am Sherlock: Recensione del manga ispirato ai romanzi di Conan Doyle

J-POP Manga confeziona una rilettura interessante, futuristica e fuori dagli schemi del leggendario investigatore privato, nato dalla penna di Conan Doyle.

recensione I Am Sherlock: Recensione del manga ispirato ai romanzi di Conan Doyle
INFORMAZIONI SCHEDA
Articolo a cura di

Il mito di Sherlock Holmes ci viene riproposto da decenni attraverso media e prodotti differenti. Il personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle è tornato recentemente sotto i riflettori al cinema con Robert Downey Jr, in televisione con Benedict Cumberbatch e persino in alcuni videogiochi. Esiste addirittura un adattamento manga della serie TV targata BBC, attualmente disponibile su Netflix. La terra del Sol Levante non è per niente nuova a riproposizioni più o meno libere del detective più famoso del mondo: HBO Asia, per esempio, ha in cantiere una serie tutta al femminile intitolata Miss Sherlock, ma anche l'industria del fumetto nipponico ha in serbo per noi alcuni prodotti del tutto eclettici.

Protagonista della nostra recensione è infatti I Am Sherlock, un manga che ai romanzi di Conan Doyle è liberamente ispirato, pur mantenendosi al tempo stesso fedele nel concept e nella struttura dei personaggi. L'opera è disponibile per intero (sono solo 4 i volumi che la compongono) grazie a J-POP, che li ha anche raccolti in un bel box da collezione. A firmare il manga ispirato a Sherlock Holmes sono Kotaro Takata (disegni) e Naomichi Io: tuffiamoci a capofitto in uno shonen futuristico pieno di mistero. Sì, avete capito bene: dimenticate le classiche atmosfere di fine Ottocento. Takata e Io ci portano in una Londra incredibilmente futuristica.

Uno Sherlock mai visto prima

È questo, infatti, il principale elemento che differenzia I Am Sherlock dal soggetto originale di Arthur Conan Doyle. Il manga targato J-POP è ambientato in un futuro lontano, in cui il mondo è ormai schiavo della digitalizzazione, con tecnologie all'avanguardia e androidi pronti a sostituire l'essere umano in qualunque mansione quotidiana o lavorativa. E qui arriviamo all'altro, grande colpo di scena dell'opera: Sherlock Holmes, il protagonista del racconto, è un androide.

Si tratta di un'unità speciale progettata dal governo e predisposta a risolvere i casi che la polizia londinese (capitanata come sempre dal colonnello Lestrade) non riuscirebbe altrimenti a sbrogliare. La storia inizia un po' come la trama che tutti i lettori dei romanzi classici hanno imparato ad amare: John Watson, un giovane medico che ha militato nell'esercito, si ritrova a vivere con l'androide Sherlock in quanto principale esperimento di una possibile collaborazione tra umani e robot.

Holmes, dal canto suo, ha una personalità ben definita nonostante non sia davvero una creatura vivente: è sarcastico, pungente, enigmatico, un carattere peperino che fa fatica nei rapporti umani. Insomma, un profilo che sposa perfettamente quello del "vero" Sherlock Holmes. Da questo punto di vista è interessante analizzare la trasposizione dal classico a questa particolare rilettura del personaggio: Holmes ci è sempre stato dipinto come una sorta di alieno tra gli umani, non soltanto per la sua intelligenza o per le sue capacità deduttive, ma anche per la sua personalità stravagante, che non lascia quasi mai trasparire emozioni concrete e che molto spesso finisce per non comprendere i sentimenti altrui.

Allo stesso tempo, però, l'approccio iniziale all'opera potrebbe far storcere il naso ai lettori per vari motivi: con le sue incredibili capacità tecnologiche all'avanguardia, questo Sherlock Holmes tutto nipponico e futuristico è ovviamente un genio calcolatore quasi infallibile. Un elemento, questo, che fa cadere il mito originale, ovvero l'eccezionale acume dell'investigatore privato inglese.

Un altro fattore che qualifica il manga, tanto nel bene quanto nel male, è la sua forte matrice shonen, infarcita di qualche sottile ma sostanziosa venatura ecchi: dalla regia ai combattimenti, passando per le forme abbondanti e per le fattezze spesso esagerate delle protagoniste, tutto in I Am Sherlock grida "shonen manga" all'impazzata e, in alcuni casi, finisce con lo stridere un po' con l'opera originale. Superate queste barriere iniziali, però, il prodotto può rivelarsi una lettura tutto sommato piacevole: su tutti c'è il tema del rapporto uomo-macchina e, in particolare, della cosiddetta etica dei robot.

In più, pur stravolgendo totalmente il contesto di partenza, I Am Sherlock è una riscrittura dell'universo di Conan Doyle a nostro parere piuttosto peculiare: tutti i personaggi più noti sono presenti nel racconto e svolgono un ruolo ben preciso. Dall'avvenente signora Hudson (sì, proprio così) passando per Mycroft Holmes, Irene Adler e ovviamente la grande nemesi di Sherlock: Jacob Moriarty. Il tutto ruota attorno alla figura del protagonista e alla sua stessa condizione (cioè l'essere un androide) eppure gli autori del manga sono riusciti a trovare diverse chiavi di lettura per donare coerenza a tutto l'immaginario di contorno, riuscendo persino a giustificare l'amore tra Sherlock e Irene o il rapporto tra il protagonista e Moriarty.

Tra manga e romanzi

Altra piccola chicca è che i casi presenti nei capitoli che compongono i 4 tankobon sono tratti da alcuni dei più celebri romanzi di Conan Doyle: Uno studio in rosso, Un caso d'identità, Scandalo in Boemia, La banda maculata, Il problema finale, tutte storie più o meno note agli appassionati e che in I Am Sherlock vengono ovviamente rielaborate in chiave moderna. Insomma, l'opera mette in scena un buon racconto, riscrive in maniera potenzialmente interessante un grande classico della letteratura, ma al tempo stesso inciampa un po' in se stessa nel proporre qualche banale cliché di stampo shonen, senza considerare che alcune premesse di partenza tradiscono un po' la "mitologia" originale.

Passando ai disegni, anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un lavoro che potremmo definire controverso. Il tratto di Takata è super nipponico e molto delicato, finendo per attribuire all'opera una grafica decisamente in controtendenza con il contesto e la realtà sociale britannica. Tralasciando gli androidi, i protagonisti (seppur adulti e pienamente formati) sembrano in ogni caso dei ragazzini in uno shonen qualsiasi, per quanto I Am Sherlock sia comunque capace di regalare delle tavole tutto sommato piacevoli.

Forse lo stile di disegno diventa un po' troppo confusionario nelle scene d'azione, ma le (poche) splash page presenti nel manga e i primi piani sui personaggi principali regalano scorci tutto sommato interessanti. Anche in questo caso, insomma, dovrete abituarvi a un comparto visivo che con il vero Sherlock Holmes ha davvero poco a che fare. Forse, in tal senso, avremmo preferito un design un po' più originale e meno mainstream: un dettaglio che avrebbe donato all'opera uno spessore assai più imponente.

I Am Sherlock Dimenticate, almeno in parte, le atmosfere create dalla penna geniale di Arthur Conan Doyle: I Am Sherlock stravolge diversi elementi della mitologia originale narrata nei classici, ma al tempo stesso può rappresentare una rilettura interessante di un vero e proprio mito della letteratura. Certo, il manga di Takata e Io cade spesso vittima di qualche cliché shonen e di un paio di momenti fortemente ecchi, ma la trama riesce a mantenersi ugualmente fedele all'opera di riferimento. Ci saremmo aspettati qualcosa in più dal design, pur riconoscendo che il tratto grafico è esente da difetti tecnici.

7