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I Cavalieri dello Zodiaco: Recensione del remake di Saint Seiya su Netflix

Il remake in 3DCG di Saint Seiya si riprende un po' nella parte centrale, ma nel complesso non riesce pienamente nel suo intento.

I Cavalieri dello Zodiaco: Recensione del remake di Saint Seiya su Netflix
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Il Cosmo ha ripreso a bruciare in quel di Netflix. Dopo una prima parte non proprio esaltante, il colosso streaming ci ha finalmente consegnato gli ultimi sei episodi che compongono la prima stagione del remake in 3DCG di Saint Seiya. Intitolato, per l'appunto, I Cavalieri dello Zodiaco - Saint Seiya (Knights of the Zodiac il titolo originale, giacché si tratta di una co-produzione tra occidente e Giappone), il nuovo adattamento ad opera di Studio MEIRIS ha tentato di confezionare una trasposizione per certi versi più fedele allo storico manga di Masami Kurumada, ma che al tempo stesso espandesse la mitologia originale con elementi narrativi inediti o - in alcuni casi - rimaneggiati in chiave più moderna. Ed ecco che la sceneggiatura perde i numerosi filler cui ci aveva abituato la prima, gloriosa serie disegnata dal maestro Shingo Araki, ma subisce anche non poche modifiche per adattare le tematiche principali dell'opera ad un target più ampio.

Lo scenario moderno acquista più peso, dando addirittura il ruolo di villain principale ad un'organizzazione paramilitare che nel fumetto è assente; al tempo stesso, gli ingombranti ma simbolici forzieri per le armature vengono sostituiti dai diademi, uno dei protagonisti diventa donna e la trama viene alleggerita in più punti per rendere i toni del racconto meno drammaturgici e più aperti ad un pubblico anche giovanissimo. Il risultato è un remake che, purtroppo, non ci ha convinto pienamente. Non tanto sul piano tecnico, che a sua volta presta il fianco a più di una criticità, ma soprattutto sul fronte della scrittura: pur con tutte le buone intenzioni del caso, infatti, il binomio Netflix-TOEI Animation non è riuscito nel suo intento originale, ovvero confezionare un prodotto in grado sia di rendere giustizia all'opera classica sia di rendersi fruibile ad un target famiglia. Se quest'ultimo aspetto può dirsi bissato, sia detto che il suo coronamento ha sacrificato la coerenza nei confronti dei gloriosi Cavalieri che abbiamo amato negli ultimi 30 anni.

L'ombra del Grande Tempio

Nelle nostre prime impressioni sulla parte 2 di Saint Seiya ci eravamo detti speranzosi. In effetti, nel riprendere in mano le redini della narrazione, ci era sembrato che in questi mesi pausa Studio MEIRIS avesse avuto il tempo di lavorare meglio alla produzione, smussandone gli aspetti che avevano convinto di meno il pubblico.

Si riparte, ovviamente, dal finale della Guerra Galattica e dallo scontro tra i quattro Cavalieri di Bronzo e Phoenix (qui Nero, per l'edizione italiana del remake di Netflix), supportato dai pericolosi Cavalieri Neri. Seiya e i suoi amici hanno sconfitto il fratello di Shaun (Andromeda), che ha scelto infine di sacrificare la propria vita. Ma, proprio quando sembrava che i protagonisti potessero tornare a vivere in tranquillità, una nuova minaccia mette in pericolo la vita di Isabel: i Cavalieri d'Argento, nei cui ranghi milita anche Castalia, che fu insegnante e mentore di Pegasus in Grecia, sono stati incaricati dal Gran Sacerdote del Grande Tempio di catturare la reincarnazione della dea Atena ed eliminare i quattro Saint bronzini, che con le loro azioni hanno dimostrato a loro volta ostilità contro i dogmi del Santuario presidiato dai temibili Cavalieri d'Oro. In questa fase della serie I Cavalieri dello Zodiaco dà forse il meglio di sé: l'arco narrativo dei Cavalieri d'Argento è, forse, uno dei meno interessanti dell'opera originale, ma al tempo stesso i suoi sviluppi risultano cruciali per le future vicende di Saint Seiya.

Non solo vengono approfondite le origini di Pegasus e Castalia, la cui vera identità e il legame con Patricia sollevano ulteriori dubbi sui retroscena legati alla scomparsa della sorella di Seiya, ma vengono gettate le basi per la saga più amata (e probabilmente più celebre) di tutto il franchise: la corsa lungo il Santuario e la battaglia contro i Saint dorati. Un racconto che avrà modo di svilupparsi adeguatamente nella Stagione 2 di Saint Seiya (che, visto il finale della season 1 e salvo disastri produttivi, si farà), ma le cui premesse vengono narrate con l'ingresso in scena di Scorpio e Ioria, con il duello tra quest'ultimo e Seiya - culminato con la sconfitta di Tisifone - e con il successivo scontro tra il Cavaliere del Leone e quello di Virgo.

Ad essere onesti, riteniamo che la parte centrale del secondo blocco di episodi sia la migliore di tutta la prima stagione: le puntate dedicate all'arrivo dei Silver Saint e all'esordio di alcuni Gold Saint sono state trasposte scrupolosamente, senza modifiche di sorta o aggiunte superflue. È in questa fase che, pur con tutti i limiti tecnici del caso, la serie scritta da Eugene Son mostra qualche breve e sporadico guizzo positivo, e non è un caso che quei momenti siano proprio le sequenze più fedeli alla mitologia originale di Saint Seiya.

Purtroppo è proprio negli episodi finali che la produzione torna a mostrare le fragilità narrative che non ci avevano convinto nel primo blocco: accantonate, per fortuna, alcune fastidiose sfumature comiche preponderanti nella prima parte(e che, a tratti, sono sfociate in un eccessivo infantilismo, tra dialoghi ridondanti e tombini logorroici), la sceneggiatura è tornata a concentrarsi sugli elementi post-moderni introdotti dal remake, riportando in auge la figura di Vander Guraad e dei suoi guerrieri oscuri.

Elementi di trama che, visti i pilastri su cui si regge la sceneggiatura di Saint Seiya, risultano fondamentali per lo sviluppo di alcuni aspetti cruciali della lore, come il leggendario sacrificio di Micene (cavaliere d'oro di Sagitter) e il ritrovamento della neonata Isabel dall'anziano Alman di Thule. Eppure, a conti fatti parliamo anche degli elementi più deboli di questo remake, poco in linea con le tematiche principali dell'opera classica e non troppo ispirati per quanto riguarda la qualità dell'intreccio.

Le sacre vestigia diventano in 3DCG

I Cavalieri dello Zodiaco secondo Netflix non è il primo esperimento in computer grafica tentato da Toei Animation per ammodernare il franchise. La compagnia ci aveva già provato con un film di dubbia qualità, ragion per cui l'intero apparato visivo di questo remake non era particolarmente ben visto dai fan della storica serie degli anni Ottanta.

Una volta visionato il prodotto finale, dobbiamo ammettere che il comparto tecnico di Saint Seiya non ci ha pienamente soddisfatti, eppure le basi di partenza rimangono promettenti. In primo luogo c'è da apprezzare il design di Terumi Nishii, animatrice nota soprattutto per aver lavorato sulle Bizzarre Avventure di Jojo per David Production: la sensei ha pienamente abbracciato la scuola visiva di Shingo Araki, donando ai protagonisti di questo remake un aspetto quanto più vicino allo stile della prima serie. Anche la realizzazione delle armature, che siano quelle bronzine, argentee o dorate, è di buona fattura: i modelli delle cloth ben si sposano con quelli dei personaggi, donando un effetto metallizzato che a molti fan ricorderà quello delle storiche action figure legate al brand di Saint Seiya. Non un difetto, poiché il comparto visivo generale - superato lo scoglio iniziale di un fastidioso ‘effetto videogioco' - può dirsi tutto sommato piacevole per gli standard cui ci ha abituato l'industria nipponica per gli anime in CGI, troppo spesso afflitti da modelli eccessivamente plastici e ingessati.

D'altro canto ci aspettavamo qualcosa in più dalla varietà delle animazioni: queste ultime sono sì fluide (molto più rispetto alla norma, basti pensare ad Ultraman o Ajin: Demi-Human) ma poco ispirate sul fronte delle coreografie. Fatta eccezione per i colpi più iconici dei nostri Cavalieri preferiti - il Fulmine di Pegasus, il Colpo del Drago o la Polvere di Diamanti vengono riproposti con la stessa verve dell'anime originario - i combattimenti si sono rivelati estremamente poveri e poco ispirati, basati perlopiù sugli stessi asset ripetuti nel corso dei 12 episodi della prima stagione.

Il team ha poi abusato delle "sfere di Cosmo", utilizzate a mo' di proiettili d'aura a là Dragon Ball per mettere in difficoltà i protagonisti. Il problema è che schemi del genere vengono ripetuti in quasi tutti i duelli e, già dopo le prime puntate, rendono l'azione fin troppo monotona. Il comparto sonoro del remake di Saint Seiya, invece, rinuncia alle OST classiche (fatta eccezione per Pegasus Fantasy, sostituita da una più scialba versione inglese intitolata "Pegasus Destiny") per una colonna sonora di stampo più internazionale, ma meno memorabile rispetto alle musiche solenni ed iconiche di Seiji Yokoyama.

Per quanto riguarda il doppiaggio italiano, infine, confermiamo le impressioni che ci aveva suscitato la prima parte dell'anime diversi mesi fa: seppur apprezzabile in onore della nostalgia, la scelta di applicare gran parte delle stesse storiche voci dell'edizione italiana di trent'anni fa (annoveriamo Ivo De Palma al doppiaggio di Pegasus, Marco Balzarotti per Sirio e Gigi Rosa per Crystal) stoni con l'aspetto ultra giovanile dei protagonisti. Per approfondire meglio il nostro pensiero sull'adattamento italiano, che mixa in maniera confusionaria la fedeltà ai testi originali con alcune libertà eccessive (Ikki diventa Nero, Pegasus rimane Seiya ma i suoi amici rimangono Sirio e Crystal, ad esempio), vi invitiamo a leggere la nostra recensione della prima parte de I Cavalieri dello Zodiaco: Saint Seiya.

I Cavalieri dello Zodiaco: Saint Seiya - Stagione 1 Con il suo remake in 3DCG di un'opera sacra come Saint Seiya, Netflix ha tentato un'ardua impresa: rispettare la mitologia de I Cavalieri dello Zodiaco e, al tempo stesso, confezionare un prodotto per famiglie, alleggerito dei toni maturi e della drammaturgia che caratterizzava l'opera primaria. Il risultato è una serie che, nel tentativo di ammodernarsi, tradisce lo spirito del materiale originale, semplificandolo e "arricchendolo" di elementi superflui e scritti con eccessiva superficialità. Anche il comparto tecnico vive di luci e ombre, ma offre maggiori soddisfazioni: se, da un lato, presta il fianco a una scarsa varietà di animazioni e coreografie, d'altro canto abbiamo apprezzato il tentativo di Terumi Nishii di omaggiare il più possibile lo storico character design del leggendario Shingo Araki. Insomma, la strada imboccata nella parte centrale della prima stagione potrebbe essere quella giusta: la saga del Santuario sarà al centro della Stagione 2 e, nell'ispirarsi al materiale narrativo più celebre di Saint Seiya, ci auguriamo che Studio MEIRIS faccia tesoro degli errori commessi in questo primo blocco.

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