I paesaggi di Chinami: Recensione del manga di Akiteru Nomoto, edito BAO

Chinami ha undici anni e vive la quotidianità della sua vita cercando stramberie e gli svitati del luogo, saltando la scuola in cerca di esperienze vere.

I paesaggi di Chinami: Recensione del manga di Akiteru Nomoto, edito BAO
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Akiteru Nomoto arriva in Italia per la prima volta grazie a BAO Publishing con la sua opera intitolata I paesaggi di Chinami: nato nel 1974, dal 1997 è attivo come fumettista in Giappone, realizzando opere da one man show, vestendo i panni anche di sceneggiatore. Nomoto si è fatto conoscere dal pubblico giapponese, e sicuramente lo farà adesso con quello italiano, perché con il suo tratto ha dato vita a dei mondi fantastici, sfruttando dei toni eccentrici, che sembrano appartenere ai sogni e a un mondo prettamente onirico. È quanto accade anche ne I paesaggi di Chinami, l'autoconclusivo che arriva in Italia con una delle etichette di distribuzione più attente alla diffusione del manga e delle storie particolari.

La pubblicazione rientra nella collana Aiken, che era stata annunciata durante il Comicon di Napoli da BAO Publishing e che si occupa, come lo stesso nome di matrice giapponese suggerisce, della pubblicazione di manga: nella collana, ad esempio, anche Henshin, di JM Ken Niimura, una raccolta di storie brevi del disegnatore di I Kill Giants, che per la prima volta arriva in Italia anche da autore completo, proprio come Akiteru Nomoto.

Il paesaggio degli strambi

Chinami ha undici anni ed è uno spirito libero: la scuola le va stretta, così come quelle lezioni che non riescono a tenerla né attenta, né interessata. L'unico suo interesse è la stranezza, la stramberia: ogni volta che si trova ad andare a scuola e a percorrere la solita strada incontra qualche svampito, pronto a compiere un'assurdità alla quale però Chinami inevitabilmente si affezionerà.

La sua vita è un processo normale, che si intreccia con l'assurdo: l'uomo che difende una vecchia ciminiera pensando che sia un totem della loro civiltà, la chiromante che quando rientra a casa, nel suo giardino, vive praticamente nuda, fino al sonnambulo che dorme per tre giorni e cammina liberamente per la città, con il rischio di essere investito o di morire.

Nell'opera di Akiteru Nomoto è il surreale ad avere la meglio, perché mescolato con la quotidianità di Chinami si arriva a una formula che riesce a mettere in mostra anche i conflitti interiori di tutti i personaggi: d'altronde lo strambo non è altro che una persona con una visione della vita diversa dalla nostra, da quella che dovrebbe essere normale. Quello che Nomoto vuole realizzare è proprio il farci chiedere quale sia la normalità, la nostra o la loro.

Contestualmente tutti i personaggi che Chinami incontra hanno un sogno da rispettare, da proteggere, che sia esso un simulacro da non far abbattere o che si tratti di una costruzione in pietra edificata a mo' di ricordo di una persona scomparsa. L'intera narrazione scorre velocemente e le 224 pagine del volume autoconclusivo si riescono a leggere in poco più di mezz'ora, con un succedersi delle vicende in maniera ben ritmata, dedicando ogni capitolo a uno svampito e alle sue vicende.

La dea sacra nel paese dei pazzi

Ciò che, però, stona un po' con tutte le dietrologie narrative è la resa di alcuni eventi, che si sente Nomoto volesse rendere il più strambi possibile, ma che finiscono per essere troppo spesso sbrigativi nella conclusione, trovando giustificazioni che fanno fatica a soddisfare il senso di curiosità. È l'esempio del prestigiatore che nel giorno del compleanno del figlio vuole fargli un dono degno del diavolo: Chinami travisa questo obiettivo e prova il rapimento del bambino, salvo poi scoprire che l'unico reale obiettivo del mago improvvisato fosse quello di portare il figlio alle giostre, che ai suoi occhi rappresentano un dono degno del diavolo.

Da un lato si apprezza sicuramente la costruzione genuina del personaggio di Chinami, una ragazzina di undici anni che si ritrova a compiere una crescita interna per l'intero manga, ma dall'altro resta la banalità di alcuni concetti espressi, come se Nomoto fosse stato in grado di raccontare la stramberia dei suoi personaggi, ma non la conclusione e il motivo di esse: un cruccio che l'entertainment giapponese si porta dietro da sempre, quello dei finali, e che ha condizionato molti altri mangaka di maggior prestigio di Nomoto. In ogni caso il manga rispetta tutti i crismi del romanzo di formazione, mostrandoci una protagonista naif, che inizia la sua storia sposando il desiderio di trascorrere maggior tempo con la madre, sempre impegnata per lavoro e assente per l'intera produzione, e la finisce prima concretizzando quello che sarà il suo futuro, poi impegnandosi per salvaguardare il mondo che la circonda, diventando parte attiva del suo universo e non più passiva osservatrice. Non mancheranno le figure che faranno da contraltare alle sue decisioni, cercando di farla desistere, ed è proprio in questo gioco delle parti che Nomoto riesce a costruire un ecosistema di personaggi tutti calzanti e ben inseriti nei paesaggi.

Un romanzo di formazione a fumetti

L'autore si affida un tratto molto semplice, per niente estroso o astratto, ma allo stesso tempo molto espressivo, con un attento dettaglio alle caratteristiche dei personaggi: non vi capiterà mai di confonderne uno con un altro, anzi tutti gli strambi hanno delle particolarità da esaltare. Contestualmente il suo tratto raffinato gli permette di essere anche molto generoso nella rappresentazione della bellezza che circonda Chinami: la stessa chiromante, quando si ritrova seduta nel suo giardino a petto nudo, diventa una ragazza dall'aspetto quasi diafano, in uno scenario prettamente onirico.

Tra paesaggi e personaggi, il disegno del mangaka è sempre piacevole e accompagna fino alla fine la lettura, senza mai mettere in dubbio la comprensione di ciò che accade nella quotidianità delle stramberie. Proprio gli strambi, tra l'altro, hanno una caratterizzazione molto attenta, che ancor prima che possano aprire bocca ci trasmette il loro essere totalmente svampiti e dettagliati in un modo tale che possano raccontare la loro vita anche solo con gli occhi, non solo con quella che è la loro reale storia.

I paesaggi di Chinami I paesaggi di Chinami è una lettura piacevole, coadiuvata da un tratto del disegno molto leggero, ma allo stesso tempo che ben caratterizza i personaggi raccontati. Indubbiamente raccontare la storia di tutti gli svitati che la protagonista incontra va ancora di più a sottolineare la passione da parte dell'autore per i mondi bizzarri, onirici, al limite dell'assurdo: la sua più grande mancanza è quella di avere quel mordente tale da far diventare memorabili tutti i suoi strambi, che finiscono solo per avere motivazioni poco concrete, forse al limite dell'assurdo. Una giustificazione che però non fa altro che farci ricordare, ancora una volta, quanto la maggior parte dei finali dell'intrattenimento giapponese sia difficoltoso e pecchi di quell'effetto che ti permette di valorizzare tutto il viaggio compiuto fino a quel momento. I paesaggi di Chinami, nel suo inanellare numerose storie, una per ogni capitolo, dona quel senso di incompiuto di un viaggio che, all'interno di una storia di formazione, doveva essere molto più pungente.

7.5