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I miei vicini Yamada: Recensione del film di Isao Takahata

I miei vicini Yamada è uno dei lavori meno conosciuti dello Studio Ghibli. Andiamo a scoprire questa piccola perla dimenticata di Isao Takahata.

I miei vicini Yamada: Recensione del film di Isao Takahata
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Isao Takahata (1935-2018) è un maestro dell'animazione giapponese. Fondatore dello Studio Ghibli assieme al suo collega e amico Hayao Miyazaki, autore non molto prolifico ma capace ogni volta di lasciare il segno (molti appassionati lo ritengono superiore allo stesso Miyazaki), è una delle menti che hanno plasmato l'immaginario della cultura dell'intrattenimento giapponese negli ultimi decenni. Famoso per opere come La tomba delle lucciole (1988) e il suo capolavoro assoluto La storia della Principessa Splendente (2013), Takahata è stato anche regista di alcune pellicole dello studio spesso considerate, immeritatamente, "minori". Fra queste troviamo I miei vicini Yamada.

Uscito in patria nel 1999, e giunto nel nostro paese il 6 aprile 2016 direttamente nel mercato home video grazie a Lucky Red, I miei vicini Yamada è senza dubbio uno dei lavori meno conosciuti dello Studio Ghibli, almeno in Occidente. Un'opera che, anche per il tema trattato, non può competere a livello di fama con pellicole ben più note come La Città Incantata, Il mio vicino Totoro, o Porco Rosso. Adesso che Netflix lo ha reso disponibile sulla sua piattaforma a partire dal 1 marzo 2020 (assieme ad altri 7 classici dello Studio Ghibli) è giunto il momento di rendere giustizia a questa piccola gemma in parte dimenticata.

Una genesi particolare

I miei vicini Yamada è un'opera particolare nella filmografia ghibliana anche solo per le sue origini e il periodo di uscita. Nel 1997 esce nelle sale Principessa Mononoke, un lavoro epico e monumentale, un capolavoro che ha richiesto una lavorazione così estenuante da lasciare sfinito lo stesso regista Hayao Miyazaki, che decide di prendersi una pausa. Il suo film successivo, La Città Incantata, quello della definitiva consacrazione internazionale, uscirà infatti solo sei anni più tardi.

Lo studio si trova quindi in un periodo di transizione, a causa anche della morte improvvisa nel 1998 di quello che era considerato uno degli eredi di Miyazaki e Takahata, il regista de I sospiri del mio cuore (1995) Yoshifumi Kondo. L'uscita nelle sale de I miei vicini Yamada, il tanto atteso ritorno di Takahata dopo cinque anni dal suo ultimo lavoro (Pom Poko, 1994), spiazza completamente il pubblico, che si trova davanti un prodotto molto diverso, per stile e struttura, dai canoni tipici della compagnia d'animazione.

La volontà di sperimentare del regista porta nuova linfa creativa e apre le porte per una nuova fase dello studio, che avrà il suo picco nell'Oscar per il miglior film d'animazione nel 2003, grazie a La Città Incantata.

Una commedia dolceamara

I miei vicini Yamada narra le vicende quotidiane di una normale famiglia giapponese di fine anni ‘90. Il nucleo è composto dal papa Takashi, la mamma Matsuko, il figlio maggiore Noboru, la figlia minore Nonoko e la nonna Shige. Ciascuno di loro deve affrontare i tipici dilemmi della vita di tutti i giorni, dalla spesa ai problemi a scuola, da ombrelli e altri oggetti dimenticati alla lotta per ottenere il comando della televisione.

Il racconto avviene con una struttura a episodi, aspetto inedito fino a quel momento per un film dello Studio Ghibli, ed è caratterizzata dal tipico umorismo nipponico, sincero, schietto e con un tocco di surreale. Il manga su cui si basa l'opera, Nono-chan di Isaichi Ishii, è uno yonkoma, tipologia contraddistinta da pagine di 4 vignette assimilabile alle strisce a fumetti occidentali, e Takahata rispetta in pieno questa struttura.Nonostante la suddivisione a episodi, si può notare una sorprendente unità di fondo, visto che ogni capitolo fa parte a tutti gli effetti di un mosaico più ampio che assume il suo pieno significato nelle battute finali del film. Un'altra particolarità della pellicola sono gli haiku (componimenti poetici giapponesi molto brevi, di solito in tre versi) che scandiscono i singoli episodi e ne riassumono il significato.

Sebbene la leggerezza e il tono umoristico permeano l'opera, vi sono alcuni momenti più seri, dove viene messa in mostra una sorprendente e inattesa profondità. Per esempio quando i genitori dimenticano la piccola Nonoko all'interno di un centro commerciale, o quando la nonna Shige va a fare visita a una sua amica in ospedale che si scopre essere gravemente malata. Emblematica inoltre una delle sequenze finali, tra le più lunghe e riuscite del film, dove il papà Takashi si trova ad avere a che fare con un gruppo di motociclisti poco raccomandabili.

I due più grandi pregi di I miei vicini Yamada, la struttura a episodi e la tipologia di umorismo, sono al tempo stesso anche i suoi più grandi limiti. Non tutti infatti potrebbero apprezzare un lungometraggio senza un (apparente) filo conduttore, e la ripetitività delle situazioni proposte potrebbe sfociare presto nella noia, facendo sembrare la durata del film molto più lunga di quella effettiva (un'ora e quaranta minuti). Nonostante l'ottimo lavoro di adattamento dell'opera originale svolto da Takahata e dal suo staff, forse una serie televisiva era lo sbocco migliore per questa tipologia di narrazione, magari con episodi di breve durata.

Uno stile innovativo

L'aspetto visivo è quello che distingue maggiormente I miei vicini Yamada da tutti gli altri film Ghibli usciti fino a quel momento. Abbiamo un comparto grafico ardito, sperimentale e innovativo, caratterizzato da sfondi appena accennati se non assenti, un character design deformato, che sotto molti aspetti ricorda quello dei lavori della coppia Fujiko F. Fujio (autori di Doraemon), e una colorazione tenue, quasi spenta. Stilisticamente l'opera si contraddistingue per un'essenzialità che si abbina molto bene all'argomento trattato, e che restituisce la sensazione di un "manga in movimento", di un modo di fare animazione tradizionale.

In realtà l'intero film è realizzato facendo un ampio uso del computer e delle tecniche digitali. Il risultato è strabiliante e, alla luce di questo, assume ancora più rilievo la volontà di sperimentazione di Isao Takahata: affidarsi al moderno per poter esaltare il classico, il tradizionale. Il regista è rimasto talmente soddisfatto da questo approccio da decidere di adottarlo anche per il successivo e ultimo film, La storia della principessa splendente, con ambizioni e approcci decisamente diversi.

I miei vicini Yamada I miei vicini Yamada è, in conclusione, una piccola perla del catalogo dello Studio Ghibli. Un’opera originale e innovativa che dimostra ancora una volta (come se ce ne fosse bisogno) il talento creativo di Isao Takahata, uno dei maestri che hanno plasmato l’animazione giapponese. Un prodotto magari non per tutti a causa della sua struttura episodica e dell’umorismo tipico giapponese, che merita tuttavia di essere riscoperto e che, sotto una superficie di commedia e leggerezza, nasconde un’inattesa profondità. Un film lontano dalla struttura e dallo stile delle altre pellicole dello Studio Ghibli, ma forse proprio per questo gli appassionati dovrebbero concedergli una possibilità.

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