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Il piano nella foresta: recensione della prima stagione dell'anime Netflix

Accompagnati dalla musica classica di Chopin, abbiamo analizzato Il piano nella foresta, nuova produzione targata Netflix.

recensione Il piano nella foresta: recensione della prima stagione dell'anime Netflix
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Molti conoscono la storia di un pianista che nel ‘900 ha incantato i passeggeri di una nave da crociera, ma oggi ve ne raccontiamo un'altra. Inizialmente ci è stata narrata dalla mangaka Makoto Isshiki in Piano no Mori (Il piano nella foresta, tuttora inedito in Italia); in seguito lo studio Madhouse ne ha tratto un film diretto da Masayuki Kojima, arrivato qui da noi in home video, con il titolo Piano Forest: Il piano nella foresta; infine, lo studio Gaina (sussidiario della Gainax) ha realizzato una trasposizione animata che ha debuttato il 9 aprile scorso sulle emittenti televisive nipponiche, e dal 28 settembre è disponibile su Netflix. Dopo aver analizzato il primo episodio, siamo pronti a scoprire la leggenda del piccolo pianista nella foresta: Kai Ichinose.

Nel nome di Chopin

Shuhei Amamiya e Kai Ichinose sono diametralmente opposti: il primo viene dalla città di Tokyo, figlio di uno dei più acclamati pianisti al mondo, studia il piano dall'età di quattro anni e vuole seguire le orme paterne, spronato anche dalla madre; dedica molto tempo allo studio dello strumento per poter avere, un giorno, una fama mondiale. Kai, invece, è figlio di una prostituta, vive con la madre nel distretto a luci rosse della città, al confine con la foresta. Anche lui ha la passione per il piano: non ha mai avuto una vera istruzione, ma una volta, molti anni prima, scappò di casa e si addentrò nel bosco circostante, dove trovò un pianoforte abbandonato da tempo e in disuso e fu subito amore. Kai è un prodigio del piano: basta che ascolti un brano una sola volta da riuscire a riprodurlo alla perfezione.
Kai non ha mai potuto condividere apertamente con qualcuno la sua passione, se non con la madre, forse anche per le sue umili origini, ma quando incontra Shuhei trova un amico con cui parlare di quello sconfinato amore. L'amicizia si consolida ancora di più quando il nostro protagonista mostra al compagno il piano nella foresta, rivelandogli che solo a lui apre il cuore, e che è l'unico a poterlo suonare. Quello strumento per Kai è un'ancora di salvezza, è il suo modo per allontanarsi dalle difficoltà della vita. Con l'arrivo di Shuhei, il bambino viene a conoscenza delle soavi melodie di compositori di musica classica come Mozart e Beethoven, e ne rimane incantato tanto che le riproduce, in privato, con il suo pianoforte. Tuttavia, c'è un compositore che non riesce a replicare: ogni volta che prova a suonarlo si blocca e non riesce ad andare avanti: Fryderyk Chopin, il Poeta del Pianoforte. Per superare questo muro, accetta di farsi aiutare dal maestro di musica Sosuke Ajino, che in passato era un rinomato pianista, ma a seguito di un incidente stradale che lo ha ferito gravemente alle mani, e in cui ha perso la compagna, ha abbandonato definitivamente la carriera.

Ajino è rapito dalla grande maestria di Kai, vedendo in lui non solo un suo successore, ma un grande pianista incompreso. Shuhei prova nei confronti dell'amico un sentimento di paura misto a gelosia ed ammirazione, perché ne riconosce la grande dote e teme di non poter mai eguagliare il suo stile, anche con lunghi anni di studio: Kai suona il piano oltre la perfezione.
È difficile continuare a raccontare gli avvenimenti senza inciampare in rivelazioni che potrebbero rovinare la visione, ma possiamo dirvi che Kai si rende conto che il suo più grande desiderio è suonare il piano, per aiutare la madre e tutti gli abitanti del confine. Non sarà affatto un'impresa semplice, con ostacoli da superare, ma riuscirà a farlo, avendo sempre nel cuore il compagno di mille storie, il pianoforte nella foresta.

Ansia da palcoscenico

È chiaro fin da subito che il protagonista de Il piano nella foresta è Kai Ichinose, ed è per questo motivo che la serie si focalizza principalmente sulla sua figura, accantonando temporaneamente tutti gli altri co-protagonisti.Nell'arco della serie impariamo a conoscere il carattere di Kai, fino a simpatizzare per lui e per la sua difficile condizione sociale; comprenderemo come quello strumento per lui sia più di un semplice passatempo, ma il suo posto felice dove allontanarsi dalla vita, e un'estensione dei suoi sentimenti, con cui dare libero sfogo a ciò che sta provando. Eppure crediamo che, nonostante sia un personaggio interessante sul lato psicologico, gli autori avrebbero potuto farci empatizzare ancora di più con Kai: l'ideale sarebbe stato dilungarsi di più sulla sua condizione di essere figlio di una prostituta, e sulla difficile vita nei sobborghi della città. L'accentuata strutturazione del protagonista, però, non oscura del tutto gli altri presenti, senza abbandonarli a se stessi; anzi nel corso delle puntate impariamo a conoscerli meglio, tanto da riuscire a comprendere le loro azioni, almeno per quanto riguarda i ruoli principali; probabilmente alcuni secondari sono stati volutamente poco sfruttati per riprenderli nella seconda stagione, prevista per gennaio 2019. Tuttavia, non possiamo fare a meno di soffermarci sulla mancata analisi della complessa e tormentata amicizia tra Kai e Shuhei, che è appena indagata, e si riduce ad essere superficiale. Sebbene sia una fattore fondamentale del plot, in quanto gran parte degli eventi - se non tutti - si sviluppano proprio in funzione della relazione, il rapporto tra i due avrebbe dovuto essere approfondito maggiormente, tanto da poterlo vivere in tutte le sue sfaccettature. Proprio perché questo turbolento legame non è stato ben soppesato, non è riuscito a coinvolgerci, e a renderci emotivamente partecipi di determinati momenti. La storyline, quindi, non fa del rapporto tra Kai e Shuhei il punto focale, al fine da rendere più fruibile un ordito che non è d'impatto, con scelte registiche già viste, e senza eclatanti colpi di scena. Eppure non ci sentiamo di criticare del tutto lo script, perché, nella sua semplicità, fa vivere le emozioni dei personaggi in prima persona. Attraverso monologhi interiori, riflessioni, e situazioni in cui a parlare sono le immagini e non le parole, scopriamo i loro turbamenti, le loro preoccupazioni, ed i lati più nascosti del loro essere: il tutto viene trasmesso allo spettatore, che non può fare a meno di sentirsi legato emotivamente a loro.

In una sceneggiatura del genere, in cui le sensazioni sono un elemento chiave, a farla da padrona è la musica classica, su cui predomina, ovviamente, Chopin. Mentre nelle fasi iniziali la musica è puramente introduttiva, con l'intento di presentare gli attori protagonisti, con il proseguire della visione, essa assume connotati ben diversi, diventando a tutti gli effetti una parte integrante della storia. La musica è potente, maestosa, usata per esternare i sentimenti dei singoli musicisti; la scelta stessa del compositore polacco non ci è sembrata affatto casuale, perché è uno dei musicisti romantici più influenti ed apprezzati del suo periodo, che, similmente ad un poeta, è riuscito a trascrivere le emozioni umane su un pentagramma, da cui l'appellativo il Poeta del Pianoforte. Allo stesso modo i nostri pianisti possono far fuoriuscire le loro sensazioni più recondite, una volta che si siedono davanti lo strumento, trasmettendocele passivamente; se l'orecchio meno allenato non riesce a percepire le lievi sfumature di ogni pianista, vengono in soccorso scene oniriche e riflessioni dei maestri di musica e degli altri strumentisti, che rendono chiaro cosa sta accadendo e cosa si annida nell'animo di chi si sta esibendo.

Il tutto confluisce magistralmente in un poetico finale, interamente incentrato sull'esibizione di Kai: carico di sentimenti, al punto da riuscire ad incantare lo spettatore, per il turbinio di emozioni che si provano nel vederlo e nell'ascoltarlo, lasciando estasiati.
Eppure questa giostra emotiva è parzialmente rovinata dal comparto visivo, che non riesce a rendere giustizia all'intera opera. Viene fatto un gran uso di un tratto manuale, che non è elaborato, anzi alla vista è piuttosto semplice, senza particolare ricercatezza, a tratti anche approssimativo, e che si lascia andare ad eccessive imperfezioni. Certo, lo stile utilizzato si accosta di molto a quello del manga originale, ma crediamo che lo studio Gaina avrebbe potuto mostrare una dedizione maggiore nella resa grafica (anche per uscire dall'anonimato), soprattutto perché in numerose riprese si notano livelli qualitativi elevati. Questo tipo di disegno lascia il testimone ad un amaro CGI molto marcato e legnoso, usato soprattutto per le lunghe riprese in cui i protagonisti suonano il piano, e quando la telecamera cattura le mani che battono sui tasti. La rigidità ha come conseguenza una impercettibile asincronia tra sonoro ed immagine. Crediamo che l'ideale sarebbe stato mantenere una costanza nei disegni, prediligendo lo stile più classico anche quando i protagonisti suonano, utilizzando particolari virtuosismi registici per evitare di riprendere le mani e per rendere più apprezzabili le scene suonate;

soprattutto perché quelle sporadiche inquadrature in cui si fa sfoggio del manuale, come primi piani che mettono in risalto parte dello strumento, shot laterali, e sul pubblico, ci sono sembrate un'alternativa più gradevole della computer grafica; anche se ci sono notevoli difetti, perché in alcune di esse non sempre è chiaro che il personaggio ripreso stia suonando, dando la sensazione di essere immobile o di non star pigiando i tasti. Siccome il passaggio tra i due differenti stili grafici è troppo evidente (il digitale spicca sul manuale), potrebbe risultare alquanto straniante, tanto da voler interrompere la visione, almeno quando entra in campo il CGI; l'ideale sarebbe chiudere gli occhi, in quelle sequenze, ascoltare la melodia del momento, cercando di capire cosa il musicista voglia mostrarci, facendoci trasportare dalla passione.

Piano Forest Il piano nella foresta non vanta una trama convincente, ma riesce ad intrattenere con profonde analisi dei protagonisti, accentuate dalla musica classica quale massima espressione dei loro sentimenti. Tuttavia, unica pecca nella sceneggiatura è una scarsa indagine del rapporto tra Kai e Shuhei, che si riduce ad essere di poco conto, quando, in realtà, dovrebbe essere il motore degli eventi. Il lato tecnico evidenzia un disegno impreciso, che si alterna ad un CGI rigido, che non riesce ad amalgamarsi con il resto del tratto.

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