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Junji Ito Maniac Recensione: l'anime di Netflix è poco coraggioso

Junji Ito Maniac: Japanese Tales of the macabre è un piacevole omaggio di Netflix al maestro, ma la strada per rendergli davvero giustizia è ancora lunga.

Junji Ito Maniac Recensione: l'anime di Netflix è poco coraggioso
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Incubi, paure e follia: è questo che Junji Ito Maniac: Japanese Tales of the Macabre vuole raccontare. Quello firmato da Netflix, in collaborazione con lo Studio Deen, è un omaggio al maestro e mangaka dell'orrore, un'allettante novità per gli amanti delle sue opere, tant'è che le aspettative iniziali sono molto alte, a giudicare dal primo trailer di Junji Ito Maniac.

Con 12 episodi doppiati in italiano, 20 brevi racconti sono pronti a turbare il pubblico. Il confronto con i lavori originali di Junji Ito è inevitabile, e nonostante sia un prodotto estremamente gradevole non tutte le attese sono pienamente soddisfatte.

Un nuovo mosaico dell'orrore

Junji Ito Maniac è disponibile su Netflix a partire dal 19 gennaio. A voler essere precisi, questa non è la prima raccolta tratta dai manga; esiste, infatti, una prima antologia, anch'essa divisa in 12 episodi, disponibile su Crunchyroll. Si tratta di Junji Ito: Collection (2018), sempre dello Studio Deen, che raccoglie altre 24 storie dell'autore e si completa con due OVA che compongono l'intero racconto di Tomie. Quella proposta da Netflix, dunque, non è una novità assoluta, ma potrebbe in qualche modo completare l'insieme generale di serie TV dedicate al mangaka.

Le 20 storie scelte per questa seconda raccolta antologica hanno modo di spaziare tra diversi sottogeneri, elementi e tematiche: si passa dal body horror al paranormale, passando per argomenti forti come la paranoia e altri brutti scherzi della mente, per poi offrire al pubblico episodi totalmente grotteschi ed eccentrici, proprio come il primo "I bizzari fratelli Hikizuki", un curioso biglietto da visita per la nuova miniserie.

Le scelte singolari di Junji Ito Maniac

Di Junji Ito Maniac si sconsiglia vivamente una visione frettolosa e condensata; insomma, 20 racconti non sono pochi, e se è vero che l'anime riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo, resta il fatto che la singola breve rischi di penalizzare la piena godibilità della serie, soprattutto a discapito di alcune storie di minore impatto che sembrano scivolare via.

Questa è una raccolta che va gustata a piccole dosi, e il carattere antologico favorisce appieno una fruibilità frammentata, più equilibrata e di più ampio respiro. Ma come sono strutturati esattamente gli episodi? Ognuno è quasi sempre diviso in due narrazioni distinte, talvolta messe insieme per qualche particolare affinità - nelle tematiche come pure a livello puramente visivo. Non è sempre facile condensare un intero racconto in soli 10 minuti, o addirittura un intero volume in 20-25 minuti; per questo, di ogni storia originale, Netflix propone una versione "concentrata". L'esempio più calzante è sicuramente "Tomie - Fotografia", per cui si sceglie di rappresentare solo il secondo capitolo del manga.

Come ogni serie antologica che si rispetti, tutti gli capitoli sono uniti da una cornice. Alla fine dei titoli di coda di ciascun episodio, una voce narrante maschile anticipa gli avvenimenti successivi con frasi sapientemente studiate per essere inquietanti e raccapriccianti, talvolta ancor più dei racconti stessi. Presumibilmente, si immagina che l'uomo che parla rappresenti lo stesso Junji Ito alle prese con le proprie opere. Man mano che si procede con le narrazioni, il climax si amplifica; a questo contribuisce la precisa scelta di non rivelare mai il finale, lasciando di volta in volta lo spettatore con soltanto un inquietante grido o con un'immagine che possa dare soltanto una vaga idea della conclusione effettiva. In questo senso, Junji Ito Maniac è in grado di lasciare sempre il suo pubblico con il fiato sospeso.

Junji Ito Maniac avrebbe potuto osare di più

Alla luce di quanto detto, sembrerebbe quasi che la serie Netflix applichi diversi tagli alle storie originali, ma questo non ne inficia la godibilità, anche nel caso di chi non ha mai letto i manga o chi, comunque, non conosce tutte le opere del mangaka.

Certo, si poteva sicuramente osare di più: spesso, infatti, la narrazione si interrompe proprio sul più bello, sul momento più raccapricciante. Gli amanti dell'horror hanno tutta l'intenzione di provare terrore, ma questo sentimento così primordiale non è sempre restituito, come se si volesse sempre lasciare "il peggio" unicamente all'immaginazione.
A volte la regia, il montaggio e la fotografia fanno un bel gioco di squadra, creando sporadici momenti in cui il carattere horror è palesato e il richiamo a Junji Ito è amplificato. D'altronde sarebbe impossibile edulcorare o non rappresentare immagini divenute iconiche, come in "Strati di terrore". Siccome Ito spazia da un elemento all'altro, è indubbio che ci sia anche una certa sensibilità individuale e soggettiva a ciò che fa o non fa paura, ma in linea di massima non sono assenti sene o singole inquadrature degne del genere horror, inquietanti allo stato puro.

L'adattamento animato è senza alcun dubbio un'opportunità per dare voce - letteralmente - alle tavole di Ito; rumori sinistri, sussurri macabri e grida d'orrore immaginate durante la lettura ora prendono vita sul piccolo schermo, con un'animazione che talvolta, però, non è del tutto conforme né alla tensione effettiva del racconto, né tantomeno allo stile originale, quel tratto inconfondibile e quel gusto per il macabro che solo la mano di Junji Ito riesce a trasmettere in quel modo. Il character design infatti, seppur, apprezzabile e suggestivo, appare più semplicistico e quasi "addolcito" - se di dolce si può paroare - nei lineamenti. Lo stile dell'anime, nel complesso, sembra piuttosto omogeneo, ma c'è qualche eccezione. Alcuni episodi, infatti, presentano una scelta di colori unica - in particolare si nota in "L'autobus dei gelati" in cui predomina il rosa - ma questa diversificazione non invalida in alcun modo la coerenza interna che l'antologia di Netflix possiede.

Benché le atmosfere siano credibili e stimolanti, spesso l'animazione rischia di rovinare sequenze cruciali. Per esempio, capita non di rado ascoltare un personaggio urlare come se stesse dimenandosi, invece quest'ultimo è statico, come fosse esterno all'azione e incapace di lasciarsi trasportare in maniera viscerale. Se vogliamo, è un po' come se alcune scene memorabili volessero essere fermate in quell'attimo per essere ammirate, ma ciò non toglie che la resa finale possa lasciare qualche perplessità.

Junji Ito Maniac Junji Ito Maniac è la seconda raccolta animata dei racconti del mangaka a cui Netflix decide di donare il proprio omaggio. La miniserie antologica è un progetto di per sé coeso, la cui frammentarietà - carattere principale - non ne inficia la coerenza interna, seppur ci siano alcuni elementi sporadici che rappresentano delle piccole unicità all'interno della stessa opera. Così come Junji Ito, mei suoi manga, spazia da un sottogenere dell'horror all'altro, così anche la serie Netflix riesce ad accontentare il gusto del pubblico spaziando tra il macabro, l'eccentrico, il bizzarro e il grottesco. Questo piacevole omaggio può definirsi "poco impavido" perché, di fronte ad un grande potenziale, non sembra che tutto sia sfruttato al meglio, a cominciare da un'animazione che non sempre riesce ad essere convincente. In linea di massima, Junji Ito Maniac è un'antologia piacevole e accattivante, da non prendere "troppo sul serio" in un inevitabile confronto con lo strabiliante lavoro del maestro.

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