Ken il Guerriero: Recensione della serie animata tratta dal manga Hokuto No Ken

In attesa di Souten No Ken Regenesis, prequel di Hokuto No Ken in arrivo su Amazon Prime, riscopriamo la serie classica di Ken il Guerriero.

recensione Ken il Guerriero: Recensione della serie animata tratta dal manga Hokuto No Ken
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Il destino di un uomo - si racconta - è scritto nelle stelle. E nella costellazione dell'Orsa Maggiore, nella sua luce splendente di sorrisi e sangue, ogni volta che alziamo gli occhi al cielo, possiamo leggere il nome di Kenshiro, l'unico, l'ultimo angelo di una terra sopraffatta dalla morte. Più che un eroe, più che un salvatore, è una vera e propria leggenda, nata dalla mente del fumettista Buronson (pseudonimo - ispirato all'attore Charles Bronson - di Yoshiyuki Okamura) e dalla matita di Tetsuo Hara. Dal 1983 ad oggi, il manga di Ken il Guerriero (conosciuto in patria come Hokuto no Ken) ha dato vita ad una mitologia che ha condizionato per sempre l'immaginario collettivo orientale ed occidentale.
La sua ispirazione post-apocalittica, in cui si intravedono le influenze del Mad Max di George Miller, il suo culto per la violenza, la sua visione distorta della virilità, la commovente forza della disperazione che permea le pagine del fumetto hanno fatto "scuola": e gli adepti dalla divina arte di Hokuto hanno appreso infatti nobili valori umani e morali che esulano dal semplice sfoggio della forza ingiustificata. Gli stessi, identici insegnamenti che dal manga sono stati trasposti in un'eccellente versione animata, composta da 152 episodi, suddivisi in due stagioni distinte, andate in onda in Giappone dal 1984 al 1988. Ora che su Amazon Prime Video si appresta ad esordire il prequel Souten No Ken: Regenesis (reboot dell'anime Le Origini del Mito), abbiamo quindi deciso di riscoprire la serie classica, ammantata di un indimenticabile e spietato fascino vintage. E ancora adesso, a distanza di più di trent'anni, Ken il Guerriero continua a premere gli tsubo della nostra memoria e del nostro cuore, senza pietà...

Uomini che diventano leggenda

Al termine della guerra atomica, nel mondo non è rimasto altro che il "deserto". Sia sulla Terra, sia nell'animo di chi la abita. Vige la legge del più forte, null'altro. Anni di civiltà annichiliti in un colpo solo, spazzati via da un'esplosione nucleare che non ha polverizzato solo le città o le case, dove vegliano, affamati, gli avvoltoi, ma anche gli ultimi scampoli di bontà. Bande di predoni, malfattori, stupratori, assassini, maniaci, visionari, folli e conquistatori si danno battaglia per la sopravvivenza. A regnare è la violenza, e con essa la nera mietitrice. Ma a mettere KO la morte è Kenshiro, erede della Divina Scuola di Hokuto: uno dei pochi uomini il cui sorriso è rimasto puro e gentile. Eppure, nel suo sguardo alberga la mestizia, e nel suo pugno la rabbia. Privato dell'amore della bellissima Julia, rapita da Shin, uno dei più grandi esponenti della Scuola di Nanto, un tempo suo amico e compagno, Ken vaga per un mondo in rovina alla ricerca di giustizia e vendetta. Lungo il cammino incontrerà due bambini, Bart e Lynn, che lo seguiranno passo passo nel suo sanguinolento percorso verso la crescita marziale e spirituale. Per liberare l'umanità dalle catene dell'oppressione, dai tiranni che spadroneggiano con ferocia irrefrenabile, occorre però rispondere con la stessa brutalità: tramite la padronanza della tecnica di Hokuto, Kenshiro è in grado di causare la morte dei suoi avversari colpendo i loro "punti di pressione" (tsubo), e condannandoli in tal modo ad una sofferenza indicibile.
Da questo assunto di partenza si dirama una storia che assume ben presto i connotati di una faida familiare: si parte dallo scontro con Shin, si passa alla battaglia con il potentissimo fratello Raoul, autonominatosi Re di Hokuto, e si giunge infine nella Terra dei Demoni (durante la seconda stagione), ossia il luogo in cui il protagonista affronterà il suo passato ed i suoi più profondi legami di sangue. Benché inizialmente appaia intangibile, poco alla volta si scopre che il filo conduttore dell'intera vicenda ruota intorno al concetto di "famiglia", accettazione, perdono, redenzione.

La crudeltà, l'aggressività e il famelico desiderio di supremazia restano allora solo un contorno, un mezzo utile per veicolare il messaggio della narrazione. Nel corso di tutte le puntate che compongono le due parti dell'anime, assistiamo così alla maturazione psicologica, fisica ed anagrafica dei protagonisti: li vediamo crescere, evolversi, sacrificarsi e perire. Li osserviamo cadere e rialzarsi, piangere e sorridere. Hokuto No Ken, in tal modo, si tramuta in un romanzo animato dall'incredibile forza comunicativa, in cui i personaggi vanno oltre la banale dicotomia di "eroe" e "villain", per divenire simbolo, mito, leggenda. Capaci, insomma, di perdurare anche dopo la loro morte. Come le stelle.

La trasmigrazione attraverso la tristezza

Più della violenza e dell'amore, tuttavia, è la tristezza a dominare nelle lande desolate di Ken il Guerriero. Tra i fiotti di sangue, le ossa frantumate, i crani deflagrati ed i corpi smembrati aleggia una profonda malinconia, che allevia l'esaltazione degli scontri per lasciar spazio ad un senso di angoscia e afflizione. Diversamente da tanti altri anime appartenenti allo stesso genere, del resto, quello di Buronson e Hara non inscena battaglie in cui l'adrenalina e la spettacolarizzazione sono gli unici elementi predominanti. Anzi, tutt'altro: i duelli finali, alle volte, durano relativamente poco tempo (basti ammirare quello contro Shin, che si esaurisce nel giro di pochi minuti), ma è il preambolo ed il contorno narrativo a rendere ogni singola tenzone un concentrato di pathos ed epicità. Pur senza lesinare in virtuosismi visivi, Hokuto no Ken si focalizza soprattutto sulla dimensione "umana" dei guerrieri, sulla loro emotività, sulle ragioni che li spingono a combattere. Le loro parole ed i loro sguardi sono il nutrimento dei pugni, che vengono scagliati quasi fossero un'estensione fisica della loro emotività. Eccezion fatta per gli scagnozzi "minori", che razziano i villaggi, quasi nessun combattimento appare mai davvero fine a se stesso, inserito per il solo gusto di intrattenere lo spettatore. In buona parte degli scontri, d'altronde, a ferire gli sfidanti sono più i dialoghi che i cazzotti: in questo modo, le battaglie assumono connotati molto coinvolgenti, verbosi certo, ma anche fortemente empatici ed "umani". Ciononostante, dinanzi a simili virtù non manca il rovescio della medaglia. Per lunghi tratti della vicenda, Ken il Guerriero si abbandona a momenti stucchevoli, tendenti alla lacrima forzata, al pietismo di facile presa. È un piccolo difetto figlio del periodo in cui è stato partorito, residuo di una leggera ingenuità espressiva: ne consegue anche una dilatazione dei ritmi alle volte non sempre ben equilibrata, ed una certa ridondanza concettuale nell'andamento della vicenda (che nella seconda stagione comincia ad accusare un po' di pesantezza).

Dinanzi alla vastità delle tematiche trattate e della mitologia orchestrata, però, ogni inciampo "esplode" e si vaporizza. In Hokuto no Ken trova posto la reinterpretazione della figura cristologica in un mondo distrutto (è il caso, in particolare, del personaggio di Toki, fratellastro di Kenshiro), la cattiveria come unico strumento di comunicazione, il super-uomo declinato in toni grotteschi e animaleschi, il sacrificio come espiazione del peccato, la fratellanza incondizionata come seme da cui germoglia una nuova umanità. E poi il ruolo della donna, intesa come un oggetto di procreazione, debole schiava sessuale, bambola al servizio del padrone, sfogo delle pulsioni carnali e sentimentali. Accanto a questa visione tendenzialmente retrograda e maschilista (ma parecchio realistica, se rapportata al contesto storico e post-atomico in cui operano i personaggi), si affianca quello della femminilità quale emblema di salvezza, motore primordiale delle azioni dei protagonisti, contrappunto speculare (fisico e caratteriale) alla meschinità deforme degli uomini. C'è, in Hokuto no Ken, la visione di una donna fautrice del proprio destino, combattiva e ardimentosa, colei che può dare un senso alla vita di chi ama. Julia, Lynn e la coraggiosa Mamiya ne sono l'esempio lampante: da vittime a guerriere. Senza la loro influenza, nessuno - né Ken, né Shin, né Raoul, né Bart, né Rei - potrebbe, infatti, compiere le sue gesta, e continuare ad esistere. In questo modo, l'opera magna di Buronson e Hara parla del passato, ma si rivolge al futuro: gli ideali di cui si fa portavoce, ora primitivi, ora avanguardistici, la rendono un anime universale, che travalica il tempo. E persiste negli anni senza perdere una sola scintilla della sua luminescenza.

Lo sguardo di chi muore

Non esiste stile migliore per raffigurare le wasteland di Hokuto no Ken se non il tratto grafico di Tetsuo Hara. Sporco, ruvido e un po' grezzo, ma estremamente aggressivo, ferino, quasi bestiale. È vero: i principali segni della vecchiaia si manifestano tramite un tocco visivo parzialmente antiquato, parto artistico degli anni '80, che non si curavano tantissimo della fluidità delle animazioni, dell'armonia estetica. Le proporzioni fisiche sono del tutto fuori scala, e i volti femminili si assomigliano pericolosamente, specialmente nella prima stagione. Poco alla volta, il disegno però si affina, ed inizia a mostrare un'omogeneità stilistica più piacevole alla vista.

La deformità orripilante, i rigonfiamenti muscolari innaturali, l'esagerazione mostruosa di alcune fattezze non servono soltanto a trasmettere la vigorosità dei colpi, la sensazione di potenza che traspare dai pugni, ma anche a riflettere il temperamento dei personaggi, come se il corpo fosse l'espressione della loro interiorità. Ecco che Raoul ha un viso ispido e selvaggio, Shin una figura algida e luciferina, Toki un'aura messianica, il colossale Fudo un aspetto da "gigante buono", con gli occhi pieni di tristezza. E Ken, infine, assomma in sé tutte le caratteristiche dei suoi amici/rivali, sia sul piano fisico, sia su quello marziale. Nel suo sguardo si annida l'amore, il dolore, la forza, la compassione, la vita, e la morte.

Ken il Guerriero (anime) Esasperato, folle, esaltante, crudele ed al contempo terribilmente malinconico, Ken il Guerriero è un anime di culto. Ma non lo è soltanto per il suo (ormai indelebile) status quo di "icona dell'animazione nipponica". Il mito creatosi intorno alla figura di Kenshiro si conserva quasi del tutto immutato ancora oggi anche grazie ad un'intensità narrativa raramente eguagliata, costellata di eroi ed antagonisti dotati di uno scavo intimo sublime, di una personalità addirittura più forte delle loro tecniche di lotta. Hokuto no Ken è sì un prodotto visivamente un po' antico, puntellato di piccole ingenuità, nonché di (forse inevitabili) flessioni lacrimose e melense, ma resta comunque un'opera grandiosa, da cui prende forma un universo violento e dolce, disperato eppure pieno di speranza. Dopo trent'anni, la stella dell'Orsa Maggiore brilla così di una luce ancora raggiante, illuminando un'avventura che “mai, mai scorderai...”

8.8