Kill la Kill Recensione: il diavolo veste Trigger

Dopo 5 anni dal suo debutto in passerella, l'anime di Trigger viene finalmente doppiato in italiano da Dynit: è l'occasione perfetta per riscoprirlo.

recensione Kill la Kill Recensione: il diavolo veste Trigger
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Alle volte non è solo l'abito che conta, ma anche il modo in cui lo si indossa. E Kill la Kill ha sia uno stile da vendere, sia un portamento assolutamente fuori dagli schemi, in grado di catalizzare su di sé la completa attenzione degli spettatori già dopo pochi minuti dall'inizio del primo episodio. Dietro a quest'opera sui generis, dove shonen e majokko si mescolano e si contaminano senza soluzione di continuità, c'è quell'abile sarto dell'animazione di Hiroyuki Imaishi, un tempo arruolato tra le fila della mitica Gainax (in cui si annoverano Neon Genesis Evangelion e Sfondamento dei Cieli Gurren Lagann) e poi fondatore dello studio Trigger, lo stesso team che ha dato forma a Little Witch Academia nonché co-prodotto il discusso Darling in the FranXX. Insomma, un autore dal curriculum di un certo spessore, che proprio con Kill la Kill ha battezzato l'esordio di Trigger nel 2013.
Nonostante il buon successo della produzione, ci sono voluti ben cinque anni prima che venisse interamente localizzata in italiano: a farci questo graditissimo dono è Dynit, che pochi mesi fa ha immesso sul mercato un cofanetto in Blu-Ray e DVD a tiratura limitata comprendente tutti i 24 episodi della serie (più un OVA aggiuntivo), per l'occasione completamente doppiati nella nostra lingua. Il recente annuncio di un tie-in videoludico sviluppato sotto l'egida di Arc System Works (gli stessi di Dragon Ball FighterZ) ha riportato in auge il nome di un anime lontano dalla rigidità delle etichette di genere: Kill la Kill - disponibile anche sottotitolato su VVVVID - è dunque un prodotto imperdibile, scevro da qualsiasi freno inibitorio, elegante e grezzo allo stesso tempo, originale e derivativo. Un insieme di contrasti dal quale è davvero difficile non lasciarsi travolgere.

La bella guerriera con il sailor fuku

Il liceo Honnoji rappresenta, in piccolo, l'emblema piramidale di una società elitaria, suddivisa in classi sociali: il consiglio studentesco capitanato dall'austera Kiryuin Satsuki governa con piglio dittatoriale, tenendo sotto scacco l'intera città. Ogni studente che la presidentessa considera meritevole viene premiato con una speciale divisa, detta Ultra Uniforme, composta da una poderosa biofibra da guerra, capace di donare a chi le equipaggia degli incredibili poteri. Il grado di rarità è suddiviso da una a tre stelle, un parametro che ne decreta - come nel rango militare - non solo il prestigio, ma anche la forza e l'autorità. Simile regime di assoggettamento totale inizia però a scricchiolare quando, tra le mura dell'istituto, mette piede Ryuko Matoi, giovane studentella attaccabrighe che - invece della cartella - posta sulle spalle la metà di un paio di forbici giganti: questa giovane e bella guerriera è intenzionata a far luce sulla morte del padre, ed è convinta che la verità si celi proprio all'interno del liceo. Lo scontro con Lady Satsuki sarà tanto scontato quanto inevitabile. Sebbene appaia sin da subito un'abile combattente, Ryuko si trova in evidente svantaggio contro le temibili ultra uniformi della sua rivale. Ed ecco che entra in gioco Senketsu ("sangue fresco"), una divisa alla marinara senziente e dotata di una propria personalità, lasciatale dal padre prima di morire: tramite la sincronizzazione con il suo abito, Ryuko riesce dunque a sfoggiare una potenza strepitosa. Dall'altro capo della barricata, di pronta risposta, Kiryuin veste il suo candido Junketsu (che significa "purezza"): il duello che ne scaturisce sembra andare ben oltre il destino di un semplice istituto scolastico per sfociare in una battaglia da cui dipendono le sorti del mondo intero. Meglio non svelare altri dettagli della "trama" di Kill la Kill: un andirivieni di assurdità apparentemente prive di ogni logica, che finisce invece con l'assumere forme intelligentemente modellate per stimolare la curiosità di chi osserva.

È lo stile a rendere la vicenda un giro sulle montagne russe dell'animazione nipponica: un ritmo costantemente indiavolato, un susseguirsi interrotto ed ipercinetico di siparietti comici ed epici, che passano in un istante dal pathos più intenso all'ironia più demenziale. Un connubio quasi contrastivo che trova in Kill la Kill un equilibrio raro, e che diviene quindi la firma autoriale di un anime vivacissimo nella messa in scena estetica e narrativa. Follia, divertimento ed esuberanza sono i tratti distintivi di un prodotto che si nutre di esasperazioni a tratti volutamente caricaturali: un paravento di comodo per una serie "double-face", che nasconde tra le sue fodere una storia i cui simbolismi sono intessuti a regola d'arte.

Il filo nascosto

Nell'intreccio narrativo di Kill la Kill si annida una gran dose di ambizione: raccontare l'asservimento degli esseri umani alle logiche di potere, alle apparenze ed alle dinamiche di supremazia. I rimandi alle correnti dittatoriali (la parola "fashion" in giapponese si pronuncia in modo molto simile nel suono al termine "fascism") si cuciono a piccoli "rattoppi" di natura umoristica volti a stemperare la profondità tematica.

Il rischio concreto è quello di fermarsi alla superficie delle intenzioni, senza analizzare con la lente di ingrandimento gli innumerevoli spunti riflessivi che l'anime prova ad intessere. Agli occhi di chiunque sappia cogliere i vari rimandi (neppure troppo velati), Kill la Kill saprà dimostrarsi un'opera superiore, che fa uso dell'esuberanza stilistica per mantenere sempre alto il tasso di coinvolgimento emotivo e concettuale. Come abbiamo già accennato - difatti - i simbolismi si sprecano, sia sul versante visivo che su quello del linguaggio puro e semplice. Senketsu, ad esempio, è l'emblema della gioventù di Ryuko: un vestito alla marinara (lo stesso modello usato per le uniformi liceali) che per attivarsi necessita di nutrirsi del suo sangue, con in sottofondo un implicito riferimento al ciclo mestruale, ossia l'elemento che le permette di "crescere", di diventare una donna. Con Senketsu, la combattiva protagonista entrerà presto in "simbiosi", accettando di fatto la sua condizione ed acquisendo sempre più consapevolezza di sé. Agli opposti c'è Junketsu, la purezza di Satsuki, un candido abito nuziale che, a differenza della stoffa marinaresca, pur abbeverandosi dello stesso liquido emetico, adempie un'altra funzione, quella delle catene a cui una donna viene legata all'interno della società giapponese: il ruolo di moglie.

L'edizione italianaC'è voluto un lustro per confezionare su misura l'edizione italiana di Kill la Kill, ma ne è valsa la pena. Dynit ha effettuato un lavoro di adattamento eccellente, con voci quasi sempre in parte, abilissime nel ricreare i toni accesi, urlanti e tremendamente enfatici del doppiaggio giapponese senza troppe flessioni qualitative. Un po' meno soddisfacenti i contenuti aggiuntivi: oltre all'OVA (Episodio 25: Un nuovo addio), ambientato poco prima dei minuti conclusivi della puntata 24, trova spazio una sorta di simpatico, ma dimenticabile, riassunto degli eventi della stagione, "Il guerriero nudo: Le memorie di Mikisugi Aikuro", sottotitolato in italiano. All'interno della gradevolissima confezione cartonata è contenuta poi una cartolina raffigurante le due belle protagoniste e un Artboard da 32 pagine, con un manipolo di schizzi che ritrae le ambientazioni della serie. Notevole, infine, la pulizia garantita dall'alta definizione nella versione Blu-ray, con risoluzione a 1080p in formato 16:9 (1,78:1). A chiosa, resta da applaudire il comparto audio: Kill la Kill si fregia di una colonna sonora mostruosa, con campionature e brani talmente potenti da rimanere impressi a lungo nella memoria. Dopo aver divorato tutti gli episodi, quando vi vestirete dinanzi allo specchio, per alcuni giorni vi verrà naturale urlare a squarciagola "Simbiosi del vestiario!".

Quando Kiryuin attiva Junketsu, d'altronde, non attua una sincronizzazione, bensì una "sottomissione", che la ragazza - dalla personalità predominante e vigorosa - ribalta a suo favore. Con un sorriso smargiasso, Kill la Kill parla attraverso intelligentissime metafore appena accennate, giocando sapientemente sia con il fanservice (maschile e femminile) sia con il valore della nudità, il quale progressivamente perde quella buffa connotazione sessuale che aveva agli inizi per farsi veicolo di libertà e presa di coscienza. In mezzo ad un manipolo di comprimari d'alta classe, tutti tratteggiati con perizia ed appartenenti a specifici stereotipi comportamentali, le protagoniste si muovono ed agiscono per portare a termine i propri obiettivi, anche a costo di sacrificare la loro umanità: nel percorso verso la presa di coscienza della propria identità, nel ritratto politico e sociale degli uomini ("porci in abiti umani" - li chiama Satsuki), Kill la Kill assume connotati ora esaltanti, ora parodistici, ora innovativi ora pregni di contaminazioni, con ovvi riferimenti a Sailor Moon e Dragon Ball Z. È vero che di tanto in tanto il demenziale prende il sopravvento, che la girandola di colpi di scena nelle battute conclusive avrebbe meritato maggior respiro, e che le fasi finali viaggiano ad una velocità ancora più sincopata del normale, ma nell'insieme l'anime di Trigger si fa piacevolmente beffe delle nostre aspettative in più occasioni. Le spezzetta e le ricompone di puntata in puntata, per ricavarne un completo migliore di quello che sulle prime era lecito presagire.

L'abito fa il monaco

Eclettico e visionario, il tratto di Kill la Kill è il parto di un disegno a matita in preda a convulsioni psichedeliche. Un gioiello assoluto di stile, ruvido, grezzo e meravigliosamente vibrante, che alterna immagini più spigolose e pungenti ad altre più tondeggianti ed affusolate, a seconda dei differenti toni del racconto.

Giocando con la prospettiva, le proporzioni innaturali ed una regia amabilmente nipponica nei suoi virtuosismi, Kill la Kill è puro godimento per lo sguardo, eccitante ed adrenalinico. Quello che ad una prima e superficiale occhiata può apparire un tocco approssimativo e grossolano è in realtà frutto di un direzione artistica finemente ricercata: il character design, non a caso, è estasiante, tanto nei protagonisti quanto nei comprimari. Duplice, poi, l'intento di alcune peculiari scelte estetiche: le inquadrature che si affacciano sulle folle evidenziano una serie di personaggi tutti perfettamente identici tra di loro. Ben lontana dall'essere una manifestazione di pigrizia, l'omologazione visiva del popolo è sia un mezzo di stampo puramente comico, sia lo stendardo di una massificazione imperante, di "porci in abiti umani", animali al servizio del sistema, piegati alle leggi ed al volere altrui, schiacciati dal temperamento carismatico di chi si eleva al di sopra della folla informe. Magari mostrando il suo bel vestito nuovo e scintillante.

Kill la Kill Come indossando un sontuoso abito da sfilata, Kill la Kill scende in passerella con fare ammiccante e provocatorio. Nel cucire tra di loro gli stilemi di uno shonen con quelli di un maho shojo, l’opera di Trigger è l’esaltazione dell’eccesso nella sua più alta forma espressiva, con tutti i pro e i contro del caso. Una giostra di sequenze pirotecniche e furibonde, un concentrato di adrenalina, umorismo e prepotenza visiva che, barcamenandosi tra metafore, simbolismi e spiccato gusto per il nonsense, riveste lo spettatore con una fortissima carica di personalità. L’edizione tricolore a cura di Dynit, poi, rende pienamente giustizia ad un prodotto dal ritmo super accelerato, in cui non esiste un minuto di pausa, merito di un doppiaggio sopraffino e di una resa visiva capace di esaltare un tratto grafico davvero magnifico nella sua ruvidezza. Nonostante qualche piccola “piega” di banalità che sgualcisce un tessuto narrativo altrimenti raffinato come la seta, Kill la Kill è un anime che merita senza dubbio di essere sfoggiato nella vostra collezione con vanto ed orgoglio. Se siete amanti del genere, vi calzerà a pennello.

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