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Quando c'era Marnie: la maturità di Yonebayashi prima di Studio Ponoc

Prima di lasciare lo studio Ghibli per fondarne uno proprio, Yonebayashi ha diretto un film di rara sensibilità e dolcezza, difficile da dimenticare.

recensione Quando c'era Marnie: la maturità di Yonebayashi prima di Studio Ponoc
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Nella storia dello studio Ghibli pochi anni sono stati cruciali quanto il 2013. Lo studio cinematografico fondato nel 1985, infatti, affronta in quel periodo una importante crisi legata all'abbandono del fondatore Hayao Miyazaki, annunciata nel settembre di quell'anno durante la 70ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia in occasione della presentazione del film Si alza il vento che avrebbe dovuto essere, e di fatto è sino a questo momento, il suo ultimo lungometraggio; un paio di mesi più tardi giunge l'inatteso flop del film La storia della principessa splendente del compianto co-fondatore Isao Takahata (morto due anni fa per cancro ai polmoni e autore di autentici capolavori del cinema mondiale come Una tomba per le lucciole e Pioggia di ricordi).

In seguito a questi due eventi, gira persino la voce che lo studio Ghibli stia per chiudere, temporaneamente o definitivamente, e a livello globale si parla apertamente di "crisi". La voce della chiusura risulterà essere poi soltanto una voce: tuttavia, è in questo clima complesso, inasprito dalla certezza dell'identificazione totale dello studio con la titanica personalità artistica di Miyazaki, che nel 2014 esce nelle sale nipponiche Quando c'era Marniedi Hiromasa Yonebayashi, membro giovane dello studio Ghibli. Dal 1 aprile, disponibile su Netflix.

Il percorso di Yonebayashi

Yonebayashi aveva iniziato come animatore già nel 1997 e nel 2010 aveva esordito alla regia con lo splendido Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, che esattamente come tutti i suoi film è tratto da un romanzo per ragazzi. Poco prima dell'uscita di "Marnie" nelle sale, Miyazaki fa sapere, tramite il producer Yoshiyaki Nishimura, di non aver gradito il poster del film, trovando l'immagine di una graziosa bambina bionda un "espediente totalmente sorpassato e dozzinale" per attirare l'attenzione del pubblico. Nel 2015 Yonebayashi uscirà dallo studio Ghibli per partecipare alla fondazione di uno studio autonomo, Ponoc, assieme allo stesso Nishimura e che attualmente conta solo due lungometraggi prodotti.

Cosa sia accaduto di preciso fra questi due talentuosi artisti dell'animazione non possiamo saperlo e non lo sapremo mai; di certo c'è solo che Quando c'era Marnie è tratto da un omonimo romanzo di Joan G. Robinson, inserito a suo tempo dallo stesso Miyazaki nella lista dei suoi 50 libri preferiti. In occasione dell'aggiunta del film sulla piattaforma streaming Netflix approfittiamone per rivedere questo gioiello dimenticato, che all'epoca fu poco apprezzato dal pubblico e molto di più dalla critica, venendo anche candidato agli Oscar nel 2016.

Il cerchio magico

La piccola Anna Sasaki ha perduto i genitori in un incidente stradale; allevata per qualche tempo dalla nonna materna, perde anche lei a causa del dolore provocato dalla morte della figlia. Trascorre del tempo: nel presente, Anna-chan ha 12 anni ed è una ragazzina introversa e cagionevole di salute, che cova un profondo odio per sé stessa a causa della consapevolezza di avere un carattere difficile. I molti lutti subiti nei pochi anni di vita l'hanno resa chiusa e diffidente. La ragazzina, che vive con la madre adottiva Yoriko, (con la quale ha un rapporto complesso) è dotata di una estrema sensibilità e di un talento di cui nessuno sembra accorgersi. In seguito a un suo grave attacco asmatico Yoriko, d'accordo con il medico di famiglia, il dottor Yamashita, decide di mandarla per le vacanze estive nell'Hokkaido orientale, nel villaggio marittimo di Kissakibetsu, dove i parenti acquisiti Kiyomasa e Setsu Oiwa si prenderanno cura di lei per qualche tempo. La speranza è che l'aria di mare e la lontananza da casa le facciano bene.

Dopo una iniziale titubanza, la ragazzina finirà con il trovarsi sempre più a proprio agio nella casa degli "zii", e travolta dal loro buonumore si ritroverà a esplorare i dintorni sino a imbattersi in una villa cadente sita al centro di una specie di acquitrino. L'abitazione apparteneva a uno straniero che la utilizzava come residenza estiva, ma ora è disabitata da molto tempo. Nel corso di una notte particolarmente triste in cui i ricordi la tormentano più del solito, Anna-chan incontrerà la coetanea Marnie, una biondissima ragazzina occidentale che le è già più volte apparsa in sogno. La nuova arrivata le rivela, nel suo immediato legarsi ad essa, nel suo subitaneo affetto che sfocia persino nella dipendenza, una fame di vita e di amore più che palpabili.

Marnie le insegna a remare, a danzare; poco per volta le due amiche si raccontano tutto, immerse in un'atmosfera sognante e irreale. Man mano che il loro rapporto evolverà, e che le due ragazzine si confideranno cose che mai avrebbero raccontato a nessuno, Anna giungerà ad accettarsi e perdonare sé stessa, ad aprirsi finalmente alla vita fino a un finale potente, poetico e rivelatore.

Un ponte fra oriente e occidente

Che Yonebayashi fosse davvero, nelle intenzioni del fondatore dello studio Ghibli, l'erede designato di Miyazaki è poco più di un pettegolezzo, e in ogni caso l'allievo e il maestro hanno da tempo separato le proprie strade per ragioni che non ci è dato conoscere. Hayao Miyazaki è, nonostante l'età avanzata, al lavoro su un prossimo lungometraggio mentre il nuovo studio di Hiromasa Yonebayashi stenta forse a ingranare, sebbene il primo lavoro di Yonebayashi da "solista", Mary e il fiore della strega, abbia ottenuto parimenti buone critiche e ottimi incassi.

Senza nulla togliere alla bontà di quest'ultimo o dello stesso Arrietty, Quando c'era Marnie è il film della sua definitiva maturità, ed è sicuramente il più personale fra quelli realizzati con lo studio Ghibli. Certo lo stile miyazakiano continua a percepirsi nettamente, come ad esempio nelle scene di confusione (esempio la sequenza in cui la macchina degli "zii" prende una buca e la spesa si riversa ovunque, colmando l'abitacolo; gli zii stessi sono personaggi pesantemente miyazakiani) ma in maniera molto inferiore rispetto al precedente lungometraggio, il cui il controllo del maestro si avvertiva assai più chiaramente. Il carattere ruvido ed estremamente duro di Anna-chan, preda dell'angoscia e dell'ansia sociale, il suo bisogno quasi fisico di essere lasciata sola a disegnare in pace, è la leva perfetta per affrontare il tema dell'essere orfani, molto sentito in Giappone. Anche il personaggio di Anna-chan è estremamente giapponese, nella misura in cui risulta incapace di esprimere i propri sentimenti: la metafora, semplice e apparentemente banale, del "cerchio magico", introduce lo spettatore fin dall'inizio nel suo tormentato mondo interiore. Quando gli estranei diventano troppo invadenti nei suoi confronti, lo spettatore riesce ad avvertire in modo palpabile il suo fastidio, mentre il carattere estroverso di Marnie, che ci viene proposto come reazione a un controllo eccessivo da parte della balia e alla perenne lontananza dei suoi genitori, riesce a renderla cara nell'arco di poche scene.

Un altro tema molto interessante, oltre a quello più lampante dei rapporti familiari, è quello dell'incontro fra due mondi, oriente e occidente, aspetto che può passare quasi inosservato a una prima visione del film ma che concorre a cementificare il meraviglioso rapporto di amicizia che si stabilisce fra l'evanescente ragazzina bionda e la protagonista. Dal punto di vista visivo, le due ragazze si differenziano sia fisicamente (anche se, dato non secondario, Anna-chan ha gli occhi azzurri, tratto che in un punto importantissimo del film viene rimarcato in maniera esplicita e che assumerà un certo significato alla luce della rivelazione finale) sia caratterialmente: dura e ombrosa Anna, estroversa e sognante Marnie.

Al loro primo incontro Anna indossa uno yukata, indumento tradizionale nipponico, mentre Marnie indossa sempre vaporosi abiti da "primi del novecento". La curiosità "esotica" dell'una nei confronti dell'altra, assente nel romanzo originario della Robinson, vuol forse rappresentare un ponte teso fra l'oriente e l'occidente, un tentativo di rinnovare l'estetica dello studio Ghibli?

Dato l'abbandono di Yonebayashi, forse questa commistione non avverrà mai. Dal punto di vista tecnico, le buone animazioni, la strepitosa bellezza dei fondali, la pulizia del disegno concorrono a rendere piacevolissima la visione di questo film; poche note di una colonna sonora non eccessivamente invasiva si lasciano apprezzare, pur se Takatsugu Muramatsu non raggiunge la statura di Joe Hisaishi, storico autore della gran parte delle musiche dello studio. L'adattamento italiano si distingue per la ormai inconfondibile mano di Gualtiero Cannarsi, che nei dialoghi da lui curati sa come di consueto rendersi riconoscibile fin dai primi istanti.

Quando c'era Marnie Quando si parla di film realizzati dallo studio Ghibli, l'aggettivo "delicato" si spreca; tuttavia, non sapremmo che altro termine utilizzare per descrivere questo lungometraggio animato, diretto e co-sceneggiato dal talentuoso Hiromasa Yonebayashi, che imbastisce una sognante storia che parla di dolore, amicizia, curiosità e famiglia immersa in una grafica strepitosa. Tratto da un romanzo inglese degli anni '60, fra i preferiti di Hayao Miyazaki, il tema della solitudine e quello dei legami familiari la fanno da padroni in un film concettualmente più complesso di quanto possa sembrare a prima vista. Qualche tocco miyazakiano, specie in alcune scene e personaggi, e una buona colonna sonora completano il quadro. Unica nota dolente, un adattamento italiano a tratti poco comprensibile e farraginoso, cui però si può facilmente ovviare passando alla lingua originale con sottotitoli in italiano.