Royal City: Recensione del primo volume della nuova serie di Jeff Lemire

Scritta e disegnata dall'autore di Descender e Black Hammer, la nuova opera Image Comics è forse tra le più autoriali e incisive del fumettista

recensione Royal City: Recensione del primo volume della nuova serie di Jeff Lemire
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Ogni famiglia ha la propria storia, costellata di sentimenti condivisi e attriti insanabili. Ogni nucleo ha la propria formazione, i cui membri, comportandosi come un organismo tendenzialmente sano, dovrebbero adoperarsi per il bene comune e degli altri, così da far funzionare l'ingranaggio nel migliore dei modi. Ma è una visione abbastanza utopica e generosa della vita, quel tipo di descrizione furoviante che non trova attinenza nella realtà, dove sotto lo stesso tetto consanguinei di ogni età e di ogni tempo continuano oggi un rapporto odi et amo con genitori o figli, rendendo però vera, bella e complessa da vivere una relazione familiare altrimenti inafferrabile data la sua ideologica e concettuale natura sociale volta alla perfezione. E fortunatamente anche Jeff Lemire ha tentato con questo Royal City di descrivere con le sue pennellate una storia di periferia e di volti sfumati intrisa di imperfezione, dove tutto è dramma e niente è comicità; un tuffo carpiato nella più alta forma di narrazione per immagini che ha per protagonista un'intera famiglia, le sue problematiche e la volontà di superarle.

Tommy

Il talentuoso Lemire è ormai conosciuto per i suoi lavori in casa Marvel nell'ottimo Moon Knight e per alcune serie di grande impatto come Essex County o Il saldatore subacqueo, che in comune hanno soprattutto una costruzione ricercata dell'atmosfera, misteriosa e sempre con qualche elemento fuori posto, potremmo dire molto vicina ai romanzi di Stephen King. Le opere dell'autore candese sono come episodi a sé stanti di Ai confini della realtà, solo con una struttura forse più essenziale, che mira al cuore del racconto piuttosto che al plot twist o all'estetica ricercata, che poi comunque riesce in ogni caso a trovare grazie al suo stile sporco ma concreto nell'impatto visivo. E tornado a soffermarsi sul concetto di famiglia dopo l'ottimo Black Hammer, ma in modo molto meno viscerale e più vero, Lemire ci racconta adesso la storia dei Pike, prendendo in esame ognuno di loro, dal padre alla madre fino ai tre figli, con un unico grande raccordo narrativo: Tommy. I protagonisti ci vengono così presentati in medias res, come se dovessimo già conoscerli, in modo da conferire sfumature personali e intime al racconto, sinceramente vicino a chi ha vissuto e compreso il dolore della perdita. Nonostante, infatti, i Pike vivano un'esistenza molto comune, chi da pensionato come il padre, chi da agente immobiliare comeTara e chi, come Pat, da scrittore di semi-successo, tutti si portano dietro la lacerante sofferenza per la prematura scomparsa del figlio e fratello minore, Thomas, deceduto nel 1993. Essendo questo il primo volume di una serie regular, viene ovviamente specificato poco o nulla sulla vicenda, ma è interessante il modo in cui Lemire sia riuscito a coniguare su carta la reazione alla perdita di ogni membro della famiglia.

Anzi, potremmo dire che il fulcro dell'opera sia proprio questo approfondimento mirato e mai banale sulla morte, analizzato e spogliato fino al cuore in una storia di periferia dall'impostazione poi molto classica, ma che riesce a elevarsi grazie alla raffinatissima scrittura del fumettista, accompagnata da tavole spesso dalla struttura sontuosa. I colori poi vividi ma volutamente spogliati di troppa luce donano all'opera un senso di racondita inquietudine, comunque raccolta, come se fossimo direttamente noi lettori a portarci sulle spalle le angosce dei protagonisti. In questo senso Lemire lavora di empatia, immedesimazione, e non è chiaro quanto ci sia di personale all'interno della storia, anche se Pat si rifà sicuramente all'autore in quanto scrittore, altro elemento prettamente kingiano.

Andare avanti

Tutto, insomma, ruota attorno all'idea di andare avanti, di trovare un motivo per dimenticare ma portarsi dentro un dolore che forse mai si estinguerà, come un sacro fuoco che arde costantemente ma non cauterizza una ferita aperta, che resterà tale. Quel vuoto però deve essere colmato, per impedire soprattutto che aggressivi batteri della psiche come depressione o senso di colpa infettino irrimendiabilmente l'anima. E allora, da Peter a Richard, i Pike riempiono quell'abisso oscuro e imperscrutabile con la loro personale visione di Tommy, davvero molto vivido nella loro mente. Ognuno percepisce la presenza del figlio o del fratello come lo vorrebbe, chi ancora bambino, felice, chi invece vicino al proprio stile di vita bagordo. Thomas vive in loro e con loro, e l'escamotage narrativo di Lemire riesce a toccare diverse corde emotive che donano un calore a volte inaspettato ma gradevole, come se con un tenero abbraccio volesse dirci che nessuno se ne va mai veramente finché un pezzo di loro resta attaccato ai nostri cuori. Lo stesso piccolo e magari insignificante frammento di vita che ci permette poi di continuare a respirare, un giorno dopo l'altro.

Royal City Esplorando il dolore della perdita attraverso una classica storia di periferia, Jeff Lemire regala con il primo volume di Royal City un racconto emotivamente formante, d'impatto, che trova forza nei suoi protagonisti, attraverso i quali ci dà una visione pluri-generazionale e sociale della morte. Il suo stile sporco ma ricercato riesce poi a sfornare tavole di costruzione spesso sontuosa, così da incorniciare egregiamente un'opera dallo sviluppo ancora embrionale ma che siamo cuoriosi di capire che strada voglia intraprendere. Le basi di un altro, grande successo ci sono tutte.

7.5