Netflix

Saint Seiya: I Cavalieri dello Zodiaco, recensione dei primi 6 episodi

Il remake in 3DCG ad opera dello Studio MEIRIS cerca di rispettare il canone originale, immergendolo nella modernità.

recensione Saint Seiya: I Cavalieri dello Zodiaco, recensione dei primi 6 episodi
Articolo a cura di

La guerra incombe: le grandi divinità del mondo greco progettano di eliminare Atena, protettrice dell'umanità, per ottenere controllo della Terra. Atena può però contare su una schiera di guerrieri eletti, che hanno votato la propria esistenza alla salvaguardia della loro sovrana: i Cavalieri dello Zodiaco. Al tempo stesso, però, una misteriosa profezia condanna il genere umano all'estinzione proprio per mano della Dea e dei suoi araldi, ed è per questo che il Santuario non vede di buon occhio la prossima reincarnazione dell'entità della saggezza in una piccola ed innocente bambina. Quando il vecchio Alman e il suo socio in affari, Vander Guraad, trovano la neonata tra le braccia del morente Micene, hanno reazioni contrastanti: Alman decide di crescere la piccola Isabel come se fosse sua nipote, Vander invece intravede nel potere dei Cavalieri un mezzo per accrescere la propria sete di potere.

Saint Seiya: I Cavalieri dello Zodiaco, questo il titolo ufficiale del remake prodotto da Netflix, cambia insomma le carte in tavola rispetto all'opera originale, pur rimanendo fedele alla mitologia classica del manga di Masami Kurumada. I primi 6 episodi della prima stagione (ne saranno 12 in tutto) ci hanno portato a rivivere le Guerre Galattiche e l'avvento dei Cavalieri Neri: quella che vi apprestate a leggere non è una recensione del prodotto definitivo, poiché sarà necessario attendere la pubblicazione della seconda parte per poter assegnare un voto alla produzione. Intanto, però, ci ritroviamo ad analizzare la Parte 1: un tripudio di contaminazioni tra vecchio e nuovo, che purtroppo non sempre (anzi, quasi mai) si sposano alla perfezione.

Invincibili guerrieri, valenti condottieri?

Chi ha già potuto visionare tutta d'un fiato la prima parte di Saint Seiya: I Cavalieri dello Zodiaco ha potuto constatare che, in fondo, gli elementi cardine del canovaccio di base della storia classica sono rimasti immutati nel remake prodotto da Netflix: Seiya, un giovane in cerca della sorella perduta, diventa Cavaliere di Pegasus dopo aver sostenuto un duro addestramento in Grecia, affronta prima Cassios e poi Tisifone per mantenere il suo status quo e poi si reca di nuovo in Giappone per prendere parte alle Guerre Galattiche, durante le quali affronta Sirio e conosce i suoi futuri compagni di avventura, Andromeda e Crystal.

Durante la competizione, però, fa irruzione il Cavaliere di Phoenix, che si dimostra un traditore e ruba l'armatura di Sagitter, messa in palio da Lady Isabel (ovvero la reincarnazione della dea Atena) per il vincitore del Torneo: i quattro guerrieri di bronzo, quindi, uniscono le forze per fermare sia il fratello di Andromeda che i suoi subalterni, i Cavalieri Neri, e al termine dello scontro riescono infine a redimere il loro compagno. Al tempo stesso, però, la serie modifica o introduce una serie di elementi che stravolgono, in parte, il racconto di base: i Cavalieri Neri e Phoenix rispondono ai comandi di un'organizzazione militare dotata di strumentazioni all'avanguardia, il destino di Atena è legato ad una profezia oscura, la sorella di Seiya sembra avere un legame molto più profondo con i Cavalieri dello Zodiaco e i protagonisti non sono orfani addestrati sin dall'infanzia per diventare guardie del corpo di Isabel; il valore della tecnologia e delle connessioni (tra smartphone e internet) è molto radicato all'interno del racconto e sembra che la gerarchia divina che unisce i Saint ad Atena abbia un valore molto meno sacrale rispetto alla serie animata degli anni Ottanta: basti vedere come il mondo tema chiunque utilizzi il potere del Cosmo o il fatto che le Guerre Galattiche si svolgano in gran segreto in un bunker nascosto nel deserto.

E, in ultima analisi... Shun di Andromeda è Shaun, una donna. Avremo modo di approfondire in separata sede il personaggio di Shaun. Per ora al pubblico basti sapere che il Cavaliere ha mantenuto, seppur con un sesso diverso, la sua caratterizzazione originaria: Shaun è una pacifista e combatte unicamente per legittima difesa. Al tempo stesso ha un carattere fragile, da cui emerge determinazione nei momenti di maggior pericolo. La sua rilevanza ai fini della sceneggiatura ha uno scopo ben preciso, anche se probabilmente non viene sfruttato appieno.

Questo amalgama tra tradizione e modernità evidenzia un intento ben preciso: raccontare una storia già nota ed amata da tutti con un linguaggio che possa rivolgersi più facilmente alle nuove generazioni. Un intento che si traduce in una narrazione più veloce, in elementi di trama più freschi (una donna nel gruppo dei bronzini) e un contesto molto più vicino alla società odierna.

Il problema, però, è che quasi tutti gli spunti inediti o le nuove chiavi di lettura risultano narrativamente deboli o, semplicemente, fuori luogo: a partire da un focus eccessivamente concentrato sulla comicità, in modo da alleggerire la trama e bilanciarne la drammaturgia, passando per una caratterizzazione assai raffazzonata di alcuni personaggi (il villain è anonimo e c'è un piccolo colpo di scena su Crystal non totalmente a fuoco), fino ad arrivare ad una serie di scelte stilistiche di cui semplicemente viene da chiedersi il senso (e sì, ci riferiamo in particolar modo alla scena del tombino).

Uno degli elementi più affascinanti dell'opera originale era la costruzione del suo worldbuilding: un immaginario senza tempo e senza necessità di contestualizzazioni storiche, una rielaborazione del mito greco in uno scenario a metà tra il classico e il moderno, ma soprattutto la costruzione di eroi carismatici e pienamente formati nello spirito. Il remake di Saint Seiya cerca invece di farsi specchio generazionale, dipingendo eroi imperfetti calati in un racconto di formazione senza particolari guizzi dal punto di vista della scrittura. Anche laddove gli sceneggiatori hanno rispettato i canoni narrativi tradizionali, infatti, la trama finisce per perdersi in una serie di esercizi retorici un po' troppo stucchevoli, senza mai raggiungere peraltro la messinscena sontuosa dell'originale serie di animazione. È indubbio, poi, come la Stagione 1 de I Cavalieri dello Zodiaco non fosse affatto concepita per essere divisa in due blocchi narrativi: lo si avverte dal finale del sesto episodio, fin troppo brusco per rappresentare un vero e proprio midseason. È assai più probabile che, congiuntamente a esigenze produttive, sviluppatore e distributore abbiano voluto dilatare il prodotto anche per sondare l'indice di gradimento del pubblico: una platea molto esigente che, pur potendo apprezzare l'omaggio ad alcuni stilemi dell'opera originaria, potrebbe rimanere delusa dal lavoro di riscrittura e dal ritmo eccessivamente frettoloso della narrazione.

Pegasus verrà, con i quattro amici eroi

Dopo aver terminato la prima parte dell'anime possiamo confermare le nostre impressioni preliminari, già espresse nell'anteprima di Saint Seiya: I Cavalieri dello Zodiaco: Netflix ha confezionato un prodotto che, tecnicamente parlando, è un po' più solido rispetto ai suoi recenti esempi di computer grafica (Saint Seiya è molto superiore ad Ajin o Ultraman, ma non raggiunge il buon comparto visivo di Godzilla, per esempio).

Tuttavia permangono una serie di problemi legati all'utilizzo del digitale: una tecnica che notoriamente appiattisce lo stile di un'opera disegnata a mano, seppur lo Studio MEIRIS si sia effettivamente sforzato di replicare lo stesso character design dell'autore, che negli anni Ottanta fu splendidamente rielaborato dal maestro Shingo Araki. Il risultato è un prodotto che non raggiunge neanche lontanamente la magnificenza del tratto tradizionale, con animazioni buone ma costruite in un insieme di coreografie dall'impatto decisamente blando.

Se, da un lato, gli effetti particellari e speciali sono soddisfacenti, dall'altro il pathos degli scontri non riesce a fare minimamente breccia nel cuore del pubblico; abbiamo notato, peraltro, che molti frame (come il lancio delle tecniche di ciascun guerriero) vengono pedissequamente riciclati.

È un elemento che potrebbe far pensare a un omaggio visivo nei confronti dell'animazione vecchia scuola, quando anime come Saint Seiya e Hokuto no Ken (produzioni tanto imponenti quanto longeve) richiedevano la continua riproposizione di animazioni e frame vari per far fronte ai limiti produttivi: con un assetto tecnico come la 3DCG, invece, il fatto che le medesime sequenze di colpi si ripetano più volte nel corso degli episodi va, a nostro parere, in una sola direzione possibile, quella che individua in queste scelte stilistiche una certa pigrizia produttiva.

Il suono del Cosmo

Per la prima volta da quando distribuisce un anime, Netflix non ha inserito il doppiaggio giapponese nella versione occidentale della piattaforma streaming. Il motivo è presto detto: lo Studio MEIRIS, casa di produzione giapponese, ha realizzato l'opera su commissione di una produzione americana. Rimane comunque un peccato, soprattutto per il pubblico appassionato alla lingua nipponica, non poter ascoltare il doppiaggio orientale del remake. Su Netflix, in ogni caso, è presente un adattamento italiano che, come abbiamo già evidenziato, annovera tra i protagonisti alcune voci storiche: Ivo De Palma è Pegasus, Marco Balzarotti è Sirio, Luigi Rosa è Crystal e Isabel è Dania Cericola.

Pegasus DestinyIl sonoro di stampo "internazionale" ha investito anche i brani che compongono la soundtrack di questo nuovo Saint Seiya: non ci riferiamo soltanto alle OST strumentali, ma anche alle sigle di apertura e chiusura, scritte e cantate in lingua inglese. La opening, in particolare, è niente meno che un rifacimento anglosassone di Pegasus Fantasy, riarrangiata dalla band 'The Struts' in Pegasus Destiny.

Posto l'indiscusso talento recitativo di gran parte degli interpreti, riteniamo però discutibili alcune scelte di adattamento e doppiaggio: in primo luogo abbiamo notato un mix tra "italianizzazione" dei termini e fedeltà ai testi originali. La localizzazione delle tecniche è rimasta quella del precedente adattamento (Fulmine di Pegasus e non Pegasus Ryuseiken, per esempio), ma il protagonista viene chiamato Seiya di Pegasus. Al tempo stesso, tuttavia, Crystal e Sirio non sono stati trasposti come in originale (Hyoga e Shiryu), mentre Ikki di Phoenix è addirittura diventato Nero. Quest'ultima scelta, tuttavia, è da imputare alla produzione stessa, e non alla localizzazione italiana, dal momento che anche in lingua inglese il Cavaliere della Fenice porta lo stesso nome. L'edizione italiana, insomma, non ci è parsa del tutto a fuoco, poiché nel tentativo di accontentare un po' tutti ha finito con il contaminare le libertà creative del primo adattamento italiano con le nomenclature originali. Il risultato, sia chiaro, non è insufficiente: avremmo semplicemente preferito, noi come molti, una maggiore adesione ai testi di Kurumada.

I Cavalieri dello Zodiaco: Saint Seiya - Stagione 1 In attesa di un giudizio finale ed esaustivo non ci resta che attendere i restanti 12 episodi per visionare la saga dei Silver Saint, ma intanto il remake de I Cavalieri dello Zodiaco a cura di Studio MEIRIS e Netflix non ci lascia particolarmente entusiasti. Sia chiaro, la nostra non è una bocciatura completa: al prodotto va il merito di aver mantenuto intatti alcuni elementi cardine della mitologia di Kurumada, ma alcuni dei principali innesti di scrittura - volti a rendere la storia più moderna e vicina alle attuali generazioni - si rivelano piuttosto raffazzonati. Complice il ritmo eccessivamente frettoloso della narrazione e un comparto tecnico non proprio a fuoco, la messinscena risulta lontana anni luce dalla prima e gloriosa serie animata degli anni Ottanta. Il nuovo Saint Seiya, insomma, ha bisogno di tirare a lucido la propria cloth e di addestrarsi severamente: solo così, quando uscirà la seconda parte, il suo Cosmo potrà bruciare nell'universo come meriterebbe di fare.