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Sword Gai: The Animation, Recensione dell'anime di Production I.G. e Netflix

Spade, demoni, e mitologia: tutti ottimi spunti per un anime accattivante. Ma non è oro tutto quel che luccica...

recensione Sword Gai: The Animation, Recensione dell'anime di Production I.G. e Netflix
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Ci siamo chiesti cosa accadrebbe se due tra le più brillanti menti dell'entertainment nipponico dovessero collaborare. I nostri dubbi sono stati fugati. Stiamo parlando di Keita Amemiya e di Toshiki Inoue. Il primo è un rinomato character designer e regista, noto prevalentemente per la realizzazione di film e serie tv tokusatsu (produzioni con elementi sci-fi, fantasy e horror) come Kamen Rider, giunto in Italia con il nome di Masked Rider. Amemiya è anche ideatore del telefilm fantasy Garo che, divenuto un blockbuster, ha ispirato svariate altre opere derivate. Il secondo, Toshiki Inoue, invece, è uno degli sceneggiatori più prolifici del panorama nipponico: nel suo lungo curriculum si annoverano la stesura di script di serie del calibro di Hokuto no Ken (Ken il Guerriero), Chaos;Head, Death Note, Detective Conan, Fullmetal Alchemist, e persino Dragon Ball e Dragon Ball Z. Insomma, un palmarès di tutto rispetto. Le loro strade s'incrociano, in un certo qual modo, nel 2011 con il telefilm Garo: Makaisenki, di cui Inoue ha scritto la sceneggiatura di alcuni episodi. Bisognerà però aspettare almeno un anno prima di assistere ad una loro effettiva collaborazione per la realizzazione di un manga, sebbene Amemiya ne curi solo il character design e affidi il compito di disegnare i personaggi all'illustratore Wosamu Kine. L'opera di cui stiamo parlando è il seinen Sword Gai: il manga riscosse un successo tale che, a un anno dal termine della serializzazione, viene rilasciato un sequel, Sword Gai Evolve. A lungo i fan hanno atteso una trasposizione animata, soprattutto dopo la divulgazione di un video promozionale in 3D CGI della Digital Frontier. Nel corso del 2017, Netflix annunciò finalmente che avrebbe distribuito l'anime nella primavera dell'anno seguente. A partire dal 23 marzo è dunque disponibile sulla piattaforma streaming Sword Gai: The Animation, prodotto dalla Production I.G. (B: The Beginning), che consolida in tal modo la collaborazione con il colosso americano. Dopo aver visionato e analizzato il primo episodio, ora è il turno dell'intera stagione di passare sotto i nostri microscopi.

Il prescelto

Sword Gai: The Animation ci proietta in un mondo contemporaneo alternativo, in cui le armi possono controllare gli uomini, prendendo vita quando l'ira delle vittime uccise si insinua dentro di esse: quanto più la lama si macchia di sangue, essa prende una volontà propria, al punto che il possessore diventa il posseduto. Quando ciò accade, il proprietario perde coscienza di sé ed è pervaso da un irrefrenabile istinto omicida, che lo porta a trasformarsi in uno strumento di morte, chiamato Busoma, creature che dominano l'ospite in cui risiedono. L'organizzazione Shoshidai cerca di recuperare le cosiddette Armi Leggendarie e di reclutare tra le proprie schiere le Crisalide, ovvero individui che non sono completamente succubi degli spiriti maligni.
In questo universo vive Gai, un ragazzo segnato dalla sfortuna ancor prima dalla nascita: il padre è stato brutalmente ucciso da un criminale soggiogato dalla katana Shiryu; la madre incinta, affranta per la morte del compagno, approfitta del momento in cui l'aggressore è rinsavito e ha lasciato la spada per trafiggerlo con la stessa. La donna riesce inizialmente a contenere il malefico influsso della katana. Tuttavia, consapevole di non potervi riuscire a lungo, prende una decisione drastica: si toglie la vita subito dopo aver dato alla luce Gai, al quale lascia l'artefatto. Il neonato viene trovato dal fabbro Amon Ogata, che lo prende con sé, crescendolo insieme alla figlia Sayaka e insegnandogli l'antica arte dell'artigiano di spade. Gai è freddo è introverso, probabilmente a causa del suo passato maledetto: non fa trasparire alcuna emozione, rendendo impossibile capire quali siano i suoi veri sentimenti; sebbene abbia un'amorevole famiglia adottiva, si è sempre sentito estraneo. Un legame particolare esiste tra Shiryu e il ragazzo, che non può fare a meno di desiderare la spada. Un giorno, durante un rito di purificazione, Sayaka è vittima dell'influsso dell'arma e cerca di uccidere uno dei partecipanti della funzione. Gai, nel tentativo d salvare i presenti, perde un braccio. Per rimediare all'errore, il maestro Amon fonde Shiryu e forgia una protesi per l'apprendista, convinto che questa lo proteggerà. In breve tempo il braccio artificiale brama sangue e cerca di prendere il controllo del padrone, ma Gai non si lascia sottomettere tanto facilmente. Poiché l'adolescente è un Busoma dormiente, la Shoshidai invia la Crisalide Seiya Ichijou, per portarlo al quartier generale e tenerlo in osservazione.

Demoni

Dei 12 episodi che compongono l'intera serie, ciò che ci è rimasto particolarmente impresso è un comparto tecnico ben ideato e curato sotto ogni aspetto. Immagini e inquadrature cupe infondono al prodotto finale, un'atmosfera dark e orrorifica, in cui la violenza, che sfocia anche nello splatter, la fa da padrona. Anche il sonoro ricopre un ruolo chiave, riuscendo ad entrare in sintonia con le scene, sfruttando musiche non invadenti e non imponenti, ma che trasmettono le giuste emozioni, nei momenti desiderati, intervallando più pacate melodie nei momenti di quiete con alcuni incalzanti e coinvolgenti arrangiamenti nelle scarne battaglie, su cui ritorneremo più avanti. Tra gli elementi artistici, ciò che si distingue notevolmente è il character design, in cui riconosciamo gli anni di esperienza di Keita Amemiya. In particolare una scelta stilistica ci è balzata subito agli occhi: la grande differenza nella realizzazione dei personaggi e di armi e demoni. I comprimari non appaiono particolarmente originali nel design, sebbene non di scarsa qualità. Grande cura viene però dedicata ai demoni, per i quali gli animatori hanno scelto uno stile grafico in CGI, calibrato ottimamente per non risultare eccessivo accanto al tratto più semplice degli "umani". Questa scelta grafica risulta coerente con il manga, in cui ritroviamo la stessa alternanza di livello stilistico. Inoltre, così facendo Amemiya sposta l'attenzione dello spettatore da Gai e gli altri "umani" ai demoni, quasi a dire che i veri protagonisti della storia non sono gli uomini, ma le loro emozioni e i loro vizi, con il loro desiderio di controllarsi e soggiogarsi l'un l'altro, fino al punto di decidere della vita e della morte degli altri. Questi componenti estetici, purtroppo, sono una mera cornice a una trama e una narrazione poco innovativi e mal sviluppati: infatti nel corso dell'intera stagione ci siamo ritrovati davanti a una lunga analisi dei meccanismi che regolano il mondo in cui è ambientato, senza, approfondire ulteriormente il background dell'eroe e dei comprimari, limitandosi a dare appena qualche accenno, e non accrescendo in tal modo l'affinità empatica con lo spettatore, che quindi non riesce a sentirsi coinvolto nelle gioie e tragedie affrontate dai protagonisti.

La situazione si risolleva blandamente a metà stagione: si evidenzia un tentativo di indagare più a fondo sul passato e sulla psicologia di alcuni membri del cast. Purtroppo, il risultato finale non è forse quello sperato: questi frangenti analitici sono fini a se stessi e inducono a compassione solo momentanea, senza grosse ripercussioni sull'intero intreccio. In compenso, abbiamo constatato un notevole approfondimento sull'origine delle armi, creando anche una mitologia di base su di esse: una storia che ci è risultata addirittura meglio strutturata di quella dei personaggi stessi, che cela una velata e impercettibile critica sull'uso incondizionato che spesso si fa delle armi. Come avevamo preannunciato, un'altra grave pecca sono i combattimenti: una serie che si prospettava essere ricca di avvincenti scontri, in realtà ci è sembrata assai scarna in tal senso, con battaglie brevi e per niente avvincenti, che gli autori tentano di salvare (inutilmente) con ricchezza di dettagli e stile particolareggiato. Questi scontri sono spesso e malvolentieri inframmezzati da momenti di vita quotidiana, che vorrebbero esaminare più alcuni personaggi, ma in realtà smorzano troppo la tensione che si era creata, rovinando quelle che avrebbero potute essere valorizzate meglio.

Sword Gai The Animation Sword Gai: The Animation avrebbe potuto essere notevolmente migliore. Purtroppo la produzione ha preferito concentrare l’attenzione prevalentemente sull'ottimo stile artistico, soprattutto per quanto riguarda il character design; così facendo lo staff ha messo in secondo piano una sceneggiatura che, seppur non originale, ha notevoli spunti narrativi, che se sviluppati avrebbero migliorato la serie. Il tutto è ulteriormente aggravato da personaggi mal gestiti, che sono poco rimarchevoli e rovinano il prodotto finale. Considerate le premesse, la nuova serie Netflix avrebbe potuto dare tanto; invece ci ha lasciato soltanto con l’amaro in bocca.

6.5