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Tekken Bloodline recensione: la saga di Bandai Namco approda su Netflix

Arriva su Netflix Tekken: Bloodline, adattamento animato di uno dei picchiaduro più amati dai videogiocatori. Ecco la nostra recensione.

Tekken Bloodline recensione: la saga di Bandai Namco approda su Netflix
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Tra gli anime in uscita su Netflix ad agosto 2022 uno dei più attesi era senza dubbio Tekken: Bloodline, adattamento dell'omonima, apprezzatissima saga di picchiaduro di Bandai Namco che ha fatto la storia del genere. Disponibile sulla piattaforma a partire dal 18 agosto, a non troppa distanza dal teaser che potrebbe aver svelato Tekken 8, la serie permette ai fan di rivedere sul piccolo schermo personaggi amati come Jin Kazama, Heihachi Mishima, Hwoarang, Paul Phoenix e molti altri, replicando l'adrenalina e la spettacolarità dei combattimenti videoludici.

Abbiamo visto i sei episodi di cui si compone la prima stagione di Tekken: Bloodline e possiamo darvi il parere definitivo su una produzione che farà sicuramente felici gli appassionati del franchise, ma che purtroppo non riesce a sfruttare appieno l'enorme potenziale in essa racchiuso.

Passato e presente

Oltre a confermare il sempre maggior interesse nella produzione di contenuti basati su nomi di spicco del mondo videoludico, Tekken: Bloodline dimostra ancora una volta la tendenza di Netflix a internazionalizzare il mondo dell'animazione giapponese. Annunciata a sorpresa lo scorso marzo, la serie è diretta dal regista Yoshikazu Miyao, prodotta da Katsuhiro Harada e dal suo collaboratore Michael Murray, mentre alla sceneggiatura troviamo Kevin Hignight (Star Wars: Resistance, Transformers: War for Cybertron). La prima stagione di Tekken: Bloodline, costituita da sei episodi di circa 25 minuti l'uno, è prodotta da Studio Hibari in collaborazione con la sussidiaria Larx Entertainment (Kengan Ashura) per le sequenze in CGI.

La serie riprende in tutto e per tutto la trama di Tekken 3, il capitolo più importante e apprezzato del franchise, coprendo in parte anche gli eventi antecedenti. La storia segue le vicende di Jin Kazama, qui protagonista assoluto, che sin da bambino vive in una regione isolata assieme alla madre Jun, allenandosi per padroneggiare l'arte marziale che si tramanda nella famiglia. La sua vita però prende una svolta tragica quando Jun viene uccisa da Ogre, una misteriosa creatura ultraterrena attratta dal potere combattivo delle persone.

Seguendo le sue ultime parole, Jin si reca da Heihachi Mishima, presidente dell'omonima multinazionale, per diventare più forte e vendicare l'assassinio della madre. Inizia così per il giovane combattente un duro percorso di addestramento, sotto la guida dello spietato Heihachi, che lo porterà molti anni più tardi a partecipare al torneo dell'Iron Fist (Pugno di Ferro). Un evento dove Jin dovrà affrontare i migliori lottatori provenienti da tutto il mondo nella speranza di far apparire nuovamente Ogre e ottenere così la sua vendetta.

Il re dell'Iron Fist

Il genere dei picchiaduro non è certamente il primo a cui si pensa quando si cercano titoli con trame avvincenti e mondi ben sviluppati, eppure la saga di Tekken si è sempre distinta anche sotto questo punto di vista.

In particolare, tra le ragioni dell'incredibile successo di Tekken 3 è impossibile non citare il comparto narrativo, che sfrutta la sua collocazione temporale - sedici anni dopo gli eventi del predecessore - per rinnovare il cast introducendo numerosi nuovi personaggi entrati subito nel cuore degli appassionati. Non stupisce perciò la scelta di Netflix di basarsi sul contenuto del suddetto capitolo per dare vita a Tekken: Bloodline, e questo ci consente di rispondere a una domanda che molti di voi si saranno fatti. Tekken: Bloodline è accessibile anche per i completi neofiti della saga? La risposta è: assolutamente sì. Grazie alle sue premesse e al focus sul personaggio di Jin, anche chi non ha mai toccato con mano un videogioco della serie - o non ha mai visto uno dei precedenti, e dimenticabilissimi, adattamenti per il piccolo e grande schermo - può approcciarsi a questa nuova produzione, che introduce tutti gli elementi necessari per poter comprendere appieno il suo contesto. Nel corso dei sei episodi assistiamo a quella che potremo definire tranquillamente come la modalità storia di Jin Kazama, trasposta in modo abbastanza fedele al netto di alcuni cambiamenti che ci sono parsi giustificabili. Quello a cui va incontro il protagonista è un percorso di crescita e maturazione che non si discosta troppo dal canovaccio tipico di uno shonen manga di genere action, e non a caso sono proprio le sequenze di combattimento il punto forte del titolo.

Purtroppo, è in tutto il resto che il comparto narrativo di Tekken: Bloodline fa abbastanza cilecca, rivelandosi un adattamento pigro del materiale di partenza che non osa più di tanto e che risente della durata troppo esigua. Sei episodi, equivalenti a un lungometraggio di poco più di due ore, sono infatti insufficienti per approfondire tutte le sfaccettature della storia e soprattutto il nutrito cast, che vede la partecipazione di molti nomi noti della saga.

Se da un lato Jin ed Heihachi sono gli unici a essere tratteggiati come si deve vista la loro centralità negli eventi narrati, dall'altro abbiamo personaggi come Hwoarang, Ling Xiaoyu e Paul Phoenix che si limitano a interagire con il protagonista seguendo una caratterizzazione abbastanza stereotipata. Ma ancora peggio va a vere proprie figure storiche come Nina Williams e King, che senza fare troppi spoiler sono assimilabili a delle scialbe comparse.

A conti fatti, la sceneggiatura di Tekken: Bloodline non va oltre il compito senza infamia e senza lode tipico di molte produzioni simili dal minutaggio ridotto, e anche solo qualche episodio in più avrebbe certamente giovato al risultato finale, consentendo alla serie di sfruttare al meglio il medium animato e di raggiungere il suo pieno potenziale.

Combattimenti a profusione

Dove Tekken: Bloodline se la cava sicuramente meglio è, come abbiamo anticipato, nel suo comparto tecnico, che vede protagonista un riuscitissimo mix di animazione tradizionale e animazione in 3D-CGI (la parte preponderante) che fa prendere vita ai personaggi con un cel shading molto piacevole.

Le animazioni si caratterizzano per una fluidità superiore a quella di altre produzioni analoghe e toccano il loro apice durante gli spettacolari combattimenti, senza dubbio l'aspetto più riuscito di tutta la serie. Le numerose battaglie che scandiscono ogni episodio sono riprodotte con una fedeltà quasi maniacale, seguendo le mosse che i fan della saga conoscono bene. Non è perciò un caso che lo stesso Harada abbia confermato che gran parte degli animatori di Tekken: Bloodline proviene dai videogiochi. Fedeltà che si riscontra anche nel character design, in linea con lo stile esagerato e sopra le righe che ha sempre contraddistinto la saga, mentre l'ottima regia è il tocco finale che impreziosisce ulteriormente il risultato. Tekken: Bloodline è dunque un titolo che manderà in brodo di giuggiole gli appassionati del franchise, che in ogni episodio potranno ammirare su schermo le tecniche dei loro personaggi preferiti, mentre i neofiti si troveranno di fronte a una serie d'azione godibile che scorre senza particolari intoppi fino alla conclusione. Ma anche qui, sfortunatamente, non è tutto rose e fiori.

La pecca più evidente del comparto grafico è senza dubbio lo stucchevole self-shadowing presente su tutti i modelli poligonali dei personaggi, che vede costantemente proiettata su di essi una zona d'ombra atta a creare un effetto di illuminazione e di profondità, ma che assume una fastidiosa forma piramidale sui volti, evidente soprattutto nei primi piani e nelle inquadrature ravvicinate. Si tratta di una scelta molto discutibile che ha scatenato (non a torto) l'ironia della community e che, a conti fatti, rovina in parte quanto di buono è stato fatto con i modelli poligonali e le animazioni.

Un altro aspetto che lascia l'amaro in bocca, anche se è a tutti gli effetti una diretta conseguenza dei limiti esposti nel paragrafo precedente, è la durata esigua (se non addirittura inesistente) di molti combattimenti del torneo Iron Fist, che impedisce di apprezzare appieno l'ottimo lavoro svolto dagli staff di Studio Hibari e Larx Entertainment.

Discreto l'accompagnamento musicale del compositore Rei Kondoh (Bayonetta 1 & 2), che enfatizza nel modo giusto l'adrenalina delle battaglie, mentre le sigle di apertura e di chiusura sono anonime e dimenticabili. Come tutte le serie in esclusiva su Netflix, anche Tekken: Bloodline è disponibile con il doppiaggio in lingua italiana, sul quale tuttavia abbiamo alcune riserve: Luca Graziani, voce di Heihachi Mishima, non riesce a rendere in modo efficace il carattere spietato e manipolatore del personaggio, e anche la performance di Ezio Vivolo (Jin Kazama) ci è parsa abbastanza sottotono in molti frangenti.

Tekken Bloodline Partito con ottime premesse, Tekken: Bloodline rappresenta purtroppo un altro potenziale sprecato del connubio anime-Netflix. La durata esigua di questa prima stagione impedisce infatti alla serie di approfondire come si deve il contesto, i personaggi e i risvolti narrativi, restituendo in più punti la sgradevole sensazione di trovarsi di fronte a una banale trasposizione dello story mode di un capitolo videoludico senza la possibilità di vivere in prima persona i combattimenti. E non basta l’ottima resa visiva di questi ultimi, per altro penalizzata da alcune scelte grafiche discutibili, per risollevare la situazione. Godibile, ma era lecito aspettarsi qualcosa di più.

6.3