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Tokyo Ghoul √A: Recensione della seconda stagione dell'anime su Netflix

Studio Pierrot, nella seconda stagione ispirata al manga di Sui Ishida, sceglie di prendere le distanze dal materiale originale con scarsi risultati.

recensione Tokyo Ghoul √A: Recensione della seconda stagione dell'anime su Netflix
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Recentemente, su Netflix, il catalogo anime si è arricchito con Tokyo Ghoul, adattamento televisivo del popolare manga di Sui Ishida, che nel corso degli anni ha fatto incetta di vendite sia con la sua opera prima che con il sequel, Tokyo Ghoul:re, del quale ci apprestiamo a guardare la nuova trasposizione anime in arrivo nei prossimi giorni. La versione animata di Tokyo Ghoul si divide in due stagioni, distinte e separate anche a causa del titolo: l'omonima Tokyo Ghoul, che ripercorre fedelmente le prime vicende che colpiscono la storia di Ken Kaneki, e il controverso Tokyo Ghoul A, sequel diretto dei primi 12 episodi - dei quali rappresenta una sorta di seconda stagione - e produzione altamente controversa a causa della sua narrazione. Una seconda metà che, purtroppo, non ci ha soddisfatto e che - nel corso del tempo - lasciato l'amaro in bocca a tutti i fan dell'opera cartacea. Cerchiamo di capire perché.

La natura di un Ghoul

Tokyo Ghoul A è stato realizzato, come sempre, da Studio Pierrot - la stessa compagnia che ha prodotto gli adattamenti animati, tutto sommato buoni, di Naruto, Naruto Shippuden e Bleach, seppur anche con questi prodotti rimase, a suo tempo, qualche perplessità. E, purtroppo, neanche l'adattamento animato del manga di Sui Ishida ha potuto sottrarsi a diversi elementi controversi: la seconda stagione dell'anime di Tokyo Ghoul, infatti, prosegue sulla scia dell'opera originale solo fino a un certo punto, distaccandosene poi per prendere una strada propria, sia nella narrazione delle vicende che nello sviluppo dei personaggi. E il risultato, purtroppo, si è rivelato essere ampiamente al di sotto delle aspettative: la trama riprende esattamente da dove ci aveva lasciato il finale - clamoroso sotto il profilo artistico, specchio riflesso di una prima stagione altalenante ma in fondo poco più che discreta - con il giovane Ken Kaneki che infine è riuscito ad accettare la sua natura di mezzo ghoul. Le vicende iniziali della sua avventura l'avevano visto coinvolto in un incidente, prima del quale stava per essere divorato da una ghoul di nome Rize: morta la ragazza e trovandosi lui in fin di vita, i chirurghi che l'hanno operato hanno dovuto operare una trasfusione del sangue di lei nel corpo di lui, rendendolo un ibrido a metà tra l'essere umano e il ghoul, demone famelico costantemente bisognoso di divorare carne umana.

Al termine di una tortura tremenda, durata svariati giorni, braccato da un aguzzino sadico e crudele - una sequenza che, sul finire di Tokyo Ghoul, ci ha regalato dei momenti di puro dramma, scene disturbanti e una regia di altissimo spessore - Kaneki ha infine abbracciato la sua vera natura, sconfitto il suo nemico e deciso cosa fare della sua vita: su queste premesse prende il via la trama di Tokyo Ghoul A, con il protagonista che - segnato profondamente sia nel fisico che nello spirito - decide sorprendentemente di unirsi all'organizzazione dell'Albero di Aogiri, abbandonando le amicizie e gli affetti che si era costruito durante la sua permanenza presso l'Anteiku. Il protagonista, che cerca in qualche modo di incarnare i valori di un controverso anti-eroe, si ritrova coinvolto in una guerra contro la CCG, determinata a estirpare uno dei clan di ghoul più problematici delle varie Circoscrizioni, e i cui membri covano dei forti risentimenti personali contro i demoni: ciò è dovuto a passati dolorosi, storie trasversali che vengono accennate solo per alcuni dei comprimari, ma poco approfondite sul piano dell'introspezione. Anzi, diversi flashback ci vengono regalati più nella prima stagione che nella seconda, lasciando a Tokyo Ghoul A il compito di sviluppare fino in fondo gli eventi nel presente distopico che ci mette di fronte. Ma, sullo sfondo, ci saranno anche altri gruppi determinati a togliere di mezzo l'ordine di polizia predisposto a cacciare i ghoul, dando vita a un calderone di eventi e battaglie che ci è sembrato più confusionario che altro.

Una strada poco incisiva

Già dalle sue prime battute, ad esempio con i passi compiuti dal personaggio di Ken Kaneki, Tokyo Ghoul A dimostra di volersi distaccare profondamente dal manga originale di Sui Ishida, cercando di raccontare una storia originale e di assumere un'identità tutta sua. Tuttavia, ci duole affermare, al termine della visione dei 12 episodi che compongono la stagione, che il risultato è tutt'altro che convincente: gli sceneggiatori non sono riusciti a incidere con quella stessa originalità e il ritmo imposto dalle pagine del mangaka nell'opera originale, proponendo una narrazione ancora più confusa e claudicante rispetto a quanto narrato nel corso della stagione precedente.

Ogni personaggio, dai comprimari all'eroe del racconto, non riesce a incidere sul piano della caratterizzazione psicologica, e in generale la trama - a tratti - presenta addirittura dei buchi di sceneggiatura legati all'introduzione di certi personaggi o alla semplice spiegazione di eventi passati. L'operazione compiuta da Tokyo Ghoul A ci ha ricordato esattamente quanto azzardato da Studio Bones con la prima serie anime di Fullmetal Alchemist: seppur il risultato finale non ci aveva convinto appieno, pur riuscendo a strappare una sufficienza, a una produzione del genere andava il merito di aver tentato di sfruttare al meglio il pittoresco immaginario imbastito dalla creatrice originale, cercando poi di prendere una strada propria pur cadendo facilmente in ricicli narrativi e risvolti poco interessanti.

Nella seconda stagione dell'adattamento animato di Tokyo Ghoul, a cura dei ragazzi dello studio nipponico di Pierrot, quasi ogni scelta risulta purtroppo discutibile e priva di mordente, senza permettere al proprio pubblico di riuscire a empatizzare con qualcuno dei protagonisti - confuso e raffazzonato com'è lo script della serie - né tanto meno di provare alcunché, oltre che di lasciare risposte concrete in un finale eccessivamente scialbo e a tratti anche criptico. Questa volta, purtroppo, non interviene a salvare il prodotto neanche un comparto artistico che, nel complesso, potremmo reputare buono, ma che non riesce neanche a bissare le ottime idee intraviste in Tokyo Ghoul, con alcune soluzioni di regia che ci erano parse davvero ispirate. In generale, infatti, il respiro artistico della produzione era impreziosito da ottime animazioni e accompagnamenti sonori degni di questo nome: Tokyo Ghoul A, pur riuscendo a confezionare comunque una buona estetica, coadiuvata dai soliti ottimi disegni, vengono meno tutti questi valori aggiunti, consegnando ai fan dell'opera di Sui Ishida un adattamento privo di idee su ogni fronte, sia narrative che artistiche.

Tokyo Ghoul √A In generale, la trasposizione anime di Tokyo Ghoul a cura di Studio Pierrot non può soddisfare i cultori del manga di Sui Ishida, ma in realtà i problemi sono alla radice. Tokyo Ghoul √A, purtroppo, sotterra completamente le buone idee, in termini artistici e realizzativi, che un buon adattamento qual era la prima stagione aveva lasciato intravedere, pur con qualche flessione narrativa nel centro; gli episodi successivi tentano di intraprendere una strada indipendente rispetto al manga, pur cercando di mantenerne lo spirito originale. Il risultato, purtroppo, non è soltanto un adattamento mediocre rispetto alla narrazione imposta dall'autore originale, ma un anime di dubbia comprensione anche per coloro che non seguono il manga, con soluzioni narrative confuse e colme di buchi, con uno sviluppo dei personaggi pressoché nullo e con pochissime delle idee originali in fase di regia intraviste nei precedenti 12 episodi. Ci auguriamo, con tutto il cuore, che il sequel dell'opera, Tokyo Ghoul:re, sappia regalare al prodotto i fasti di un tempo.

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