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La vetta degli dei: su Netflix il film tratto dal manga di Taniguchi

La nuova pellicola d'animazione presentata al Festival di Cannes è una scalata mozzafiato per raggiungere la vetta.

La vetta degli dei: su Netflix il film tratto dal manga di Taniguchi
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È da poco disponibile su Netflix (a proposito, ecco tutto il catalogo anime Netflix di dicembre 2021) La vetta degli dei, film d'animazione tratto dall'omonimo manga di Jiro Taniguchi e diretto dal regista francese Patrick Imbert. Una coproduzione franco-lussemburghese (Folivari, Julianne Films, Mélusine Productiones, France 3 Cinéma e Rhone Alps Cinéma le case di produzione coinvolte nel progetto) presentato alla 74esima edizione del Festival di Cannes. Il film è stato un successo di critica in occasione del suo debutto ed è adesso pronto a ricevere consensi da parte degli utenti della piattaforma streaming.

La ricostruzione di Makato Fukamachi

Makamoto Fukamachi non scala montagne, si arrampica sulle notizie, fotografa alpinisti per una rivista specializzata, incappa in uno scoop che diventa la sua vetta personale: Habu Joji, famoso scalatore giapponese presunto disperso riemerge in quel di Khatmandu in possesso di una macchina fotografica che potrebbe appartenere allo storico alpinista George Mallory. La revisione della pellicola all'interno della macchina potrebbe rivelare la verità sulla fatale spedizione che vide Mallory e il suo compagno Andrew Irvine tentare l'impresa di raggiungere la vetta dell'Everest

La dinamica da detection fornisce al lungometraggio diretto da Imbert un coinvolgente schema narrativo procede per ricostruzione. Le ricerche di Fukamachi sul conto di Habu permettono di inframezzare alla scalata del reporter verso la verità. L'ascesa e la caduta di un mito tra gli scalatori giapponesi negli anni 80' raccontata attraverso gli eventi che lo hanno visto salire alla ribalta e quelli che ne hanno decretato il lento declino, tutti analizzati attraverso la lente d'ingrandimento del giornalista che vuole conoscerne la storia per saperne le intenzioni, che vuole conoscerne il passato per capirne le motivazioni.

Taniguchi all'ennesima potenza

È un film scritto ottimamente La vetta degli dei, equilibrato nel dosare le due narrazioni parallele (la storia del fotoreporter e il passato di Habu Joji) e perfetto nel graduale avvicinamento alla loro collisione, anch'essa magistralmente preparata per rendere atteso e ricco di suspence l'incontro con il misterioso Habu. Gli sceneggiatori Pouzol e Ostorero (affiancati nella scrittura dal regista stesso) sono abili nel mantenere alta l'attenzione e nel distribuire la tensione e la curiosità. Imbert è poi perfetto nell'imprimere alla pellicola lo spirito delle opere di Jiro Taniguchi, riproponendone la delicatezza e la spietatezza, elementi che nelle opere del mangaka vanno paradossalmente a braccetto, e onorando la bellezza estetica e statica delle tavole di Taniguchi con inquadrature di altrettanta bellezza compositiva, privilegiando degli esprissivissimi campi lunghissimi, esaltando paesaggi e rimpicciolendo uomini, promuovendo una visione romantica che sublima la natura, che determina l'insignificanza dell'uomo di fronte ad essa, dello scalatore di fronte alla montagna e ricordando in ogni momento la pericolosità delle imprese tentate da Habu Joji.

È Taniguchi all'ennesima potenza: intimista, sensibile, naturalista. È Taniguchi che narra la vita e ci mette la morte. È Taniguchi con il suo "realismo poetico", per un film sulle mete e sui ritorni, sulla vita come serie continua di vette da conquistare, un film sul processo e sulla scalata metaforica dell'esistenza intera, sulla meta finale, la morte come parte integrante, sulla non necessarietà di un senso come significato ma il bisogno di un senso come direzione: in avanti o in alto per continuare a vivere, per procedere per mete ma senza scopo, per raggiungere il traguardo senza chiedersi il perché.

Un realismo stordente

Di Taniguchi viene poi ripreso lo stile dei disegni, depurato per l'occasione e quasi minimalizzato nella resa dei personaggi, con disegni che prediligono linee nette, dure, marcate soprattutto per la rappresentazione dei volti dei protagonisti, sempre molto espressivi e "vivi". Realismo su tutti i fronti, dunque, nel film diretto da Imbert, con un'animazione 2D che viene accompagnata da una massiccia dose di CG per la realizzazione delle montagne, ricostruite con un 3D che non le rende irrealistiche o "scollate" dal contesto visivo, ma le "protagonizza" nella loro rigidità e mutevolezza, le fissa all'interno dell'inquadratura con la loro solidità tangibile, con una reale presenza scenica che ne esalta l'importanza e le ricrea nella maestosità viva che le contraddistingue.

La vetta degli dei ha una forza visiva non indifferente, e se è difficile non lasciarsi trascinare dalla narrazione coinvolgente di un intreccio ben congegnato, ancor di più lo è sfuggire agli scorci mozzafiato che il film regala, capaci in ogni momento di restituire una potenza evocativa che appartiene solo ai paesaggi naturali che atterriscono, che proporzionano gli affanni e le ossessioni tutte umane e ne fanno conseguenza.

Speciale Taniguchi La vetta degli dei riesce nell'impresa di trasporre al meglio il manga di Jiro Taniguchi e di valorizzare le caratteristiche del mangaka con un'impalcatura visiva dalla straordinaria forza evocativa che non lascia indifferenti. Stupisce la scalata finale di Habu Joji, che respira a fatica in cima agli 8000 metri dell'Everest e mozza il fiato allo spettatore per la tensione magistralmente costruita e per la natura che si staglia imponente grazie ad inquadrature che ne esaltano la maestosità e un'animazione che la concretizza, la rende tangibile. Una forza visiva accompagnata da una narrazione con elementi da giallo che sorprende per delicatezza e profondità, colpendo con la leggerezza poetica che narra la vita e la morte e l'ossessione per il raggiungimento di una vetta sempre più in alto o sempre meno raggiungibile.

9

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