L'Attacco dei Giganti compie 10 anni: una terribile (e necessaria) bellezza

Scopriamo insieme perché L'attacco dei Giganti è un manga così importante, celebrando i suoi dieci anni di vita.

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Alcune opere ti disintegrano lo spirito. Ti afferrano al volo, mentre stai cercando di scappare, nonostante tu, dal profondo, abbia quel sentore che è meglio farsi prendere. Quando sei tra le loro grinfie puoi provare a divincolarti, ma una volta stabilito un contatto, un legame, è impossibile sgusciarne fuori. Ecco che, inesorabilmente, capisci che devi lasciarti andare, perché farsi inghiottire da L'attacco dei giganti è una delle esperienze più importanti che si possano fare. Esperienza necessaria, terrificante e che lascia un senso di vuoto caldo, giustamente impossibile da colmare con altro. Perché ci pensa Hajime Isayama a tenerti stretto tra le sue amorevoli grinfie, mentre dipinge il mondo a tinte fosche, scattanti, artigliando la carta con quel suo nero così contorto e, al tempo stesso, così preciso e coerente. Il manga de L'attacco dei giganti ha appena compiuto dieci anni, quindi andiamo a vedere perché è una delle opere più importanti della contemporaneità mondiale. E non solo.

La montagna russa editoriale

Racconta te stesso, e racconterai tutti. Così un diciannovenne Hajime Isayama porta la sua prima versione del manga, nel 2006, a Shonen Jump, la più famosa e importante rivista giapponese del settore. Rivista che, a detta sua, gli consiglia caldamente di modificare stile e storia per adattarsi meglio alla propria linea "young adult". Isayama ringrazia dell'offerta, ma non si sposta di un millimetro. Sa che quello che vuole fare non può venire edulcorato. Così si rivolge alla Kodansha, che, entusiasta, tre anni dopo inizia la serializzazione del suo capolavoro. Da quel momento in poi una girandola brillante inarrestabile. Kodansha Award nel 2011, candidature ad altri premi e vendite alle stelle, tanto da intaccare il regno del terrore di ONE PIECE in fatto di primati di vendita (nel 2014, superando i dieci milioni di copie vendute). Per non parlare del successo oltreoceano, soprattutto negli Stati Uniti, dove L'attacco dei giganti è rimasto per 120 settimane al primo posto nella lista dei manga best seller del New York Times. Eppure il tratto di Isayama, soprattutto nei primi volumi, è grezzo, gotico, lacerato di nero, pronto a respingere lo sguardo del lettore, piuttosto che accoglierlo. La bellezza del suo successo passa anche da questo: uno stile di disegno che rispecchia al massimo i temi trattati e la storia del manga. Inospitale, perché così deve essere. Ma con l'anime tutto cambia.

L'esplosione totale della controparte animata

Con l'anime, L'attacco dei giganti ha capitalizzato tutto il suo potenziale. Come? Cambiando lo stile di Isayama e adattandolo (soprattutto nei volti dei personaggi) a un pubblico più mainstream, senza perdere mai l'embrione del manga, senza snaturarlo o tradirlo. L'anime rende epico tutto ciò che vibra su carta, costringendoci a saltare con il cuore che si spacca quando un Gigante rincorre uno dei protagonisti, facendoci volare con le animazioni del Dispositivo per la manovra tridimensionale, mentre una colonna sonora da Guerra di Troia ci esalta i timpani. Epica cavalleresca mischiata alla brutalità del conflitto, dove nulla viene vietato agli occhi dello spettatore, che vengono inondati di urla e arti mozzati, di disperazione e flebili speranze di vittoria, mentre un rosso liquoroso si spande in ogni via, tra gli alberi e nelle pietre, elettrizzando pochi eletti che quella battaglia, quella vera, dovranno combatterla anche dentro loro stessi.

La metafora del mondo

L'importanza apicale de L'attacco dei giganti è tutta qui: parla del mondo intero, dell'umanità, racchiudendo nella sua storia la nostra Storia. Quella che abbiamo raccontato e che continuerà, inesorabilmente, a proseguire. Isayama compie lo stesso miracolo di Blade Runner: srotola un prodotto che ha innumerevoli chiavi di lettura, dalla semplice trama fantasy fino a tutti i temi, profondi e tristemente contemporanei, che vengono affrontati.

Segregazione razziale, xenofobia, guerre ingiuste, bambini-soldato, storia scritta (o riscritta) dai vincitori, patrizi e plebei. L'attacco dei giganti raccoglie tutto il marcio putrescente che l'umanità ha saputo produrre e lo trasforma in una storia orchestrata al millimetro, capace di colpi di scena improvvisi, virate, sterzate nel fango e cambi di genere repentini. Perché per poter raccontare tutto, bisogna usare ogni strumento narrativo possibile. Ecco allora che Isayama passa dal classico shonen a tematiche al limite del seinen, dal fantasy steampunk al thriller politico, dalla guerra di logoramento alle rivoluzioni zapatiane. Così l'umanità viene fuori, sfaccettata in un gioco degli specchi pronto a lasciare una scia di vetri sotto i piedi. Perché gli esseri umani avanzano sui cadaveri dei propri simili, da sempre, e Isayama lo mette in scena con terribile realismo, metaforizzando un prodotto che, arrivati a dieci anni dalla sua nascita, si spoglia della semplice (si fa per dire) trama che lo contraddistingue, elevandosi a "bibbia" contemporanea che guarda sia al passato che al futuro, traendo ispirazione dalle più grandi tragedie storiche e riportandole lì, in un mondo tanto lontano eppure così tristemente vicino. Perché se noi ci trovassimo racchiusi da mura alte decine di metri, con giganti dall'altra parte pronti a divorarci, beh, ci comporteremmo esattamente come i personaggi di Isayama.

Restare aggrappati all'abisso

Il genio di Hajime Isayama sta proprio qui: guardarci dal bordo del precipizio mentre le nostre dita scivolano, una dopo l'altra. Perché con la sua opera ha intercettato i consensi di ogni lettore/spettatore. Come? Trovando l'aurea mediocritas tra temi e storia e nascondendola proprio fra i ricami di una trama che rapisce gli occhi di tutti, a prescindere da cosa riusciamo a leggerci. L'attacco dei giganti è costruito per veicolare ogni suo messaggio attraverso le svolte nella storia, modificando i personaggi che si evolvono in continuazione, crescono, lacerati da un mondo che amano e che, continuamente, li mastica e li sputa via. E noi siamo come loro, costretti in questa morsa terribilmente bella che si chiama vita, dalla quale non vorremo mai davvero liberarci. Basta solo restare ammaliati dalla parabola di Eren, protagonista-shonen che si spoglia dei suoi illustri antenati per trasformarsi, letteralmente, in qualcosa di altro, di oltre, quasi transumanando verso un paradiso che è normalmente precluso. Forse, per fortuna. Isayama ci ha guardati per anni, mentre annaspavamo piacevolmente nel suo mondo, cercando di andare a fondo, perché c'era molto di più dell'aria in superficie. Ora sta tirando le fila di tutto, avulso dagli schemi (ancora una volta) dello shonen, dove solitamente vince il dio denaro e, se una cosa funziona, bisogna portarla avanti e spremerla finché non spurga anche il midollo.

L'attacco dei giganti, a dieci anni dalla sua nascita, volge al termine. Tutto è stato centellinato minuziosamente per arrivare dove siamo ora. Il messaggio non verrà cambiato dal finale, la granitica mole di importanza che il manga si porta appresso è ormai andata oltre. Oltre i twist, i cliffhanger, oltre ogni viaggio dell'eroe che si rispetti. Hajime Isayama ha scritto del mondo, e lo ha fatto con tutto il violento amore possibile. Anzi, necessario. Ora, deve solo calare il sipario. Che sarà mai?