Da Boruto a Tokyo Ghoul, i sequel anime più deludenti di sempre

È difficile dire addio a certi anime, ma dopo aver visto i rispettivi sequel, possiamo dire che sono degni del resto della storia? Ecco la nostra risposta

Da Boruto a Tokyo Ghoul, i sequel anime più deludenti di sempre
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Quando voli troppo vicino al sole, rischi di bruciarti. Lo sa bene un certo Icaro e lo sanno bene anche molti fan o critici, quando si son ritrovati a dover giudicare il sequel di un anime obiettivamente non all'altezza del resto della serie.

Questa domanda ha diviso fan e consumato campi di battaglia (online): com'è stato il sequel del mio anime preferito? C'è chi ha apprezzato, tutto sommato, Boruto, Tokyo Ghoul, ma anche Yashahime: Princess Half-Demon, il sequel di Inuyasha, o ancora la seconda stagione di Death Note. C'è, invece, chi proprio non può sopportare quel lavoro approssimativo, in certi casi sconclusionato, a livello visivo o narrativo, che non rende giustizia alla grandezza della storia raccontata sino a quel momento. In questo nostro articolo vi presenteremo tutti quei casi che riteniamo degni di nota, spiegando e analizzando i motivi per cui, in modo imparziale e oggettivo, non sono in realtà degni di nota.

La promessa non mantenuta

The Promised Neverland aveva scosso la critica per la sua storia spiazzante e originale, un racconto di formazione con lo scopo di "nutrire" le nostre coscienze. Un anime che c'era piaciuto, come potete leggere nella nostra recensione di The Promised Neverland. Poi è arrivata la seconda stagione.

Il cupo manga disegnato da Posuka Demizu e scritto da Kaiu Shirai è stato mutilato e servito a tavola spietatamente. Là dove ci eravamo abituati a un tempismo narrativo incalzante nella prima parte, qui abbiamo momenti dilatati, morti, per infine velocizzare proprio sui punti più salienti. Ciò che ne consegue è un anime che riduce all'osso trama, personaggi, colpi di scena, evoluzioni e conclusione. E proprio come abbiamo descritto su ciò che non ha funzionato per The Promised Neverland 2, sebbene i fan del manga già potevano aspettarsi che sarebbe stato impossibile terminare in modo appropriato la serie, rispettando i quindici tankobon rimanenti, ciò che nessuno di noi si poteva aspettare è che avrebbero fatto un lavoro così approssimativo. I bambini di Grace Field sarebbero dovuti fuggire anche da questo finale.

Bor(ed)uto

Ma a proposito di finali velocizzati: c'è una controparte di sequel che invece non sa proprio fare a meno dei tempi "lunghi". I fan di Naruto Shippuden hanno dimestichezza con i famigerati "filler", storie dentro la storia che di solito lo studio d'animazione propone per coprire tempi di produzione sballati o semplicemente per cavalcare l'onda della popolarità dell'anime; in pratica alcuni (talvolta tanti, troppi) filler non sono nient'altro che episodi che esulano dalla trama principale per affrontare saghe autonome, in certi casi autoconclusive e che non avranno influenze con il resto dell'anime. Boruto, nella maggior parte della sua sceneggiatura, sembra più un grande filler che un vero e proprio sequel.

Neppure Naruto Shippuden si può ritenere salvo da qualche difetto, ma cosa aggiunge realmente Boruto e il resto degli eredi dei personaggi principali, all'eredità del manga di Masashi Kishimoto, se non una rivisitazione della storia originaria? Non c'è nulla di sbagliato o di diverso in Boruto, rispetto agli episodi in cui suo padre, Naruto Uzumaki, era il protagonista: ma questi tempi così allungati, che mancano di mordente, questo senso di "già visto e rivisto", la caducità decadente di Naruto e Sasuke Uchiha, sembrano proiettare una misera ombra di ciò che erano, come se fossero cresciuti nelle versioni più noiose e piatte di loro stessi.

Mentre la nuova generazione di ninja promette bene e infonde speranza a un nuovo pubblico, coloro che conoscono "il prequel" si guardano inevitabilmente indietro e sanno quale meraviglia hanno lasciato. Per sempre.

Le nuove generazioni

Un destino simile pare proprio essere toccato anche ad altri pilastri dell'animazione giapponese, quali Inuyasha, Tokyo Ghoul e Death Note: Yashahime, il sequel di Inuyasha, proprio come Naruto, vede l'entrata in scena degli eredi dei personaggi principali della serie, ovvero le figlie gemelle di Sesshomaru e la figlia di Inuyasha e Kagome.

Cosa non funziona in questa serie?
In realtà tutto segue fedelmente il ritmo, le ambientazioni, le sfide e la magia del suo predecessore mezzo demone. A stonare, forse, è proprio questo: chi ha amato la lunga opera tratta dall'omonimo manga di Rumiko Takahashi, deve fare i conti con un'evoluzione dei protagonisti, che col tempo aveva imparato ad amare/odiare, che stona con tutto ciò che ha sempre visto, per non parlare del fatto che a malapena li veda. Chi invece approccia per la prima volta la serie attraverso il sequel, si trova a fare i conti con una trama che ha sconvolto gli anni ‘90. Ma siamo nel 2021. Oggi potrebbe non avere lo stesso mordente e perdersi così nel (la cicatrice del) vento.Doppia delusione per i sequel dell'anime di Tokyo Ghoul, storia scritta e disegnata dal mangaka Sui Ishida. In questo caso i problemi sono, infatti, due: la seconda stagione è una rappresentazione che si discosta dalla storia originale, causando sì qualche spunto interessante e introspettivo, ma anche qualche sconforto da parte dei fan canonici.

Poi ha seguito Tokyo Ghoul:Re, che al contrario recupera la trama del manga. Peccato che lo faccia in modo più superficiale rispetto al resto della serie, lasciando i protagonisti privi dell'umanità che, in un mondo popolato da divoratori di uomini, faceva una sensibile differenza.

E a proposito di mostri, omicidi e morte, ecco il caso di Death Note: l'impresa di realizzare un anime sull'intricata storia di Light Yagami, era già ardua, praticamente impossibile fare i conti con il seguito della trama dopo la morte di L. Ecco perché è generalmente riconosciuta (dai fan e non solo loro) una netta differenza tra i primi 25 episodi di Death Note "avanti-L" e i 12 episodi "dopo-L". Come per tutte le grandi storie: non si possono reggere, senza un degno antagonista.

Un problema non soltanto di trame

Spesso a creare disagi è anche soltanto il cambio di studio d'animazione. Dopo che The Seven Deadly Sins è passato nelle mani di Studio Deen, le scene di combattimento non sono più state all'altezza delle stagioni precedenti e i risultati finali della terza stagione sono ancora adesso oggetto di meme. Esattamente come è successo al sequel di Berserk del 2016, animato dallo studio GEMBA.

Un disastro che molti avrebbero fatto a meno di vedere, soprattutto vista la già travagliata storia di serializzazione della serie. Meno derisa ma comunque deludente la seconda stagione di One Punch Man dello studio J.C. Staff: dove la prima serie, capolavoro firmato da Madhouse, ha segnato una svolta nel mondo dell'animazione, la seconda si è dimostrata un lavoro discreto, in realtà, ma ha dovuto portare il peso di una grande responsabilità. Alla fine, lo scontro con la stagione precedente, l'ha perso.