Da Holly e Benji a Inazuma Eleven: i migliori anime sul calcio

Dalle origini fino ad oggi, ripercorriamo i più grandi successi d'animazione nipponica ambientati sui campi da gioco.

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Negli anni Sessanta si diffuse in Giappone un genere che attualmente risulta essere uno dei più longevi nella produzione di manga e anime: parliamo dello spokon, ossia il raccontare storie e vicende ambientate in un universo completamente focalizzato sullo sport e che, di conseguenza, ha come protagonista degli atleti, concentrati sull'unico obiettivo possibile, la vittoria. Negli anni le produzioni spokon si sono alternate con grandissimo successo, tant'è che in Italia un prodotto come Holly e Benji viene ricordato con estrema gioia e felicità, ma le avventure dei due calciatori sono molto più giovani di quelle prime storie che raccontavano tanto della cultura giapponese e che hanno creato quella base per lo spokon che ha proliferato tantissimo in questi quasi sessant'anni di storia.

Il mattatore degli spokon: Ikki Kajiwara

L'archetipo del genere è un anime di ben 181 episodi trasmesso in tv nel 1966: si tratta di Kyojin no hoshi, in Italia noto come Tommy, la stella dei Giants. È fondamentale sapere che in Giappone, negli anni Sessanta come oggi, lo sport più praticato era il baseball, che al pari dell'America è ritenuto un fondamento importante per la cultura sportiva del paese, più di quanto si possa pensare.

Se noi in Italia scambiamo tra di noi le figurine dei calciatori, in Giappone esistono innumerevoli raccolte di carte basate sui giocatori di baseball, che permettono ai vari tifosi di mettere in piedi quasi un Fifa Ultimate Team, ma con figurine reali. Il successo di Tommy, pertanto, era abbastanza scontato e dai 19 Tankobon disegnati da Ikki Kajiwara si arrivò ad avere un anime dalla lunghezza inattesa.

Protagonista della storia raccontata era un lanciatore di baseball che, come in tutte le più facili e immaginabili vicende sportive, sognava di diventare la star della sua squadra e del suo intero paese, così come lo era stato suo padre. Da questo antefatto, che riteniamo opportuno accennare per sottolineare come Tommy rappresenti il vero archetipo del genere, parte la storia di Arthur Young, un uomo che ha abbandonato il sogno del baseball ma che non manca di riversare nel secondogenito Tommy il sogno di diventare il più forte del suo paese e di giocare nei Giants. Da qui parte la scalata del giovanissimo lanciatore verso il sogno del padre, che diventa gradualmente anche il suo.

Il primo spokon calcistico: Soccer Boy

Negli anni successivi in Giappone prolifera il fenomeno degli spokon grazie alle storie sull'automobilismo, il pugilato (Rocky Joe), la pallavolo (Mimì e la nazionale di pallavolo), il judo (Judo Boy) fino ad arrivare ai successi ben più noti come L'Uomo Tigre e Tutti in campo con Lotti, fino a quello che rappresenta (di fatto) l'esordio del calcio nel mondo manga e anime, scoprendo uno sport che in Giappone non era popolare come lo è adesso.

Era il 1970, nel periodo di piena espansione del genere, e Ikki Kajiwara, vero mattatore degli spokon arrivato alla sua quarta produzione, realizzava Soccer Boy, in Italia noto come Arrivano i Superboys. 52 episodi da 24 minuti, nati dall'omonimo manga (Akakichi No Eleven). In Italia arrivò dieci anni dopo, nel 1980, su Antenna Nord e successivamente su Canale 21 e Super 3. Soccer Boy si concentrava sulle vicende di Shingo Tamai, un alunno del sesto anno con diversi problemi caratteriali, un Mark Lenders ante litteram.

L'arrivo di un nuovo docente di educazione fisica, Tempei Matsuki, ex portiere della nazionale giapponese di calcio e medaglia di bronzo ai giochi olimpici del Messico, spinge Shingo a sposare una nuova disciplina, che lo porterà gradualmente a essere la star della squadra messa in piedi dall'istituto Shinsei Senior High School, per guidarla verso il successo. Il format, insomma, non varia e lo spokon continua a regalare vicende che inevitabilmente conducono a una sola strada: quella della vittoria, partendo dal basso. Nonostante il successo ottenuto dall'esordio del calcio nel campo dell'animazione, il Giappone preferì continuare su altre strade, battendo sentieri tracciati da sport molto più seguiti nel Sol Levante: il ritorno dell'Uomo Tigre, la forza del baseball, il pugilato, il softball e l'automobilismo continuavano ad avere la meglio, fino ai primi anni del 1980, dieci anni dopo il Soccer Boy di Ikki Kajiwara.

Il successo del calcio: Captain Tsubasa

Yoichi Takahashi, mangaka appassionato di calcio, nel 1979 iniziò a disegnare alcune breve storie a fumetti per Shonen Jump, la più famosa rivista di manga del Giappone: tra queste figurava un fumetto breve intitolato Captain Tsubasa, della lunghezza di appena 30 pagine. Takahashi riuscì a ottenere il premio mensile nuove proposte della rivista con gli altri due fumetti (Yujo no eleven e Bancho Keeper), ma soprattutto il premio mensile opera scelta con Captain Tsubasa, che dopo il successo riscosso divenne qualcosa di più imponente. Takahashi decise di espandere le avventure calcistiche di Tsubasa Ozora e nel 1981 venne pubblicato il primo tankobon di quella serie che in Italia prese poi il nome di Holly e Benji.

Il successo è storia del fumetto, non solo giapponese ma internazionale: le vicende di Oliver Hutton, il nome che venne dato in Italia a Tsubasa Ozora, hanno fatto la storia, anche del merchandising. Diversamente da tutti i precedenti spokon, stavolta non c'era spirito di rivalsa, non c'era nulla da riscattare: c'era solo la passione per il calcio, proprio quella che già Takahashi aveva palesato. Captain Tsubasa riuscì a toccare, però, nella sua longeva produzione, tantissime tematiche forti, rendendo così l'intera narrazione un insieme di elementi toccanti e profondi: il tentato suicidio di Roberto Hongo, che si lega fortemente a Tsubasa per il legame con il padre, la malattia al cuore di Jun Misugi, che nonostante le evidenti problematiche decide di giocare la fondamentale partita Nankatsu - Musashi rischiando la morte sul campo, o anche il sacrificio dello stesso Holly che scende in campo contro la Toho nonostante una spalla e una gamba malmessa.

C'è l'amicizia, c'è il rispetto, c'è la devozione e l'altruismo, in una vicenda che non lascia mai indietro nessuno. Accanto a tutte queste vicende che resero Holly e Benji unici, Takahashi aggiunse anche una forte dose di irrealtà, con Captain Tsubasa che si lasciò caratterizzare da potentissimi tiri, corse infinite su campi che sembravano più collinari che pianeggianti, acrobazie più irreali che altro, con salti sui legni delle porte o anche catapulte umani e così via. Un aspetto che non mancò di rendere Captain Tsubasa un fenomeno mediatico e pop di grandissima portata, creando un precedente davvero unico per gli spokon. Di Holly e Benji vennero realizzati lungometraggi, l'ovvio anime, ma anche dei videogiochi (un totale di 18 titoli, da NES a GameCube), senza dimenticare che, nella serie nota come Road to 2002, il manga arrivò a raccontare l'approdo dei protagonisti in squadre reali come la Sampdoria e l'Inter, il che sottolineò anche la vera passione di Takahashi per uno sport che il Giappone doveva ancora scoprire a fondo.

Il peso dell'imitazione: il calcio che prolifera

Il successo di Captain Tsubasa fece credere al Giappone di poter quindi effettivamente puntare anche sul calcio, nonostante il numero degli appassionati fosse comunque inferiore a molti altri sport. Nel 1986 arrivò quindi Ganbare, Kickers!, noto in Italia come Palla al centro per Rudy, anime che Italia 1 e Fininvest decisero di collegare a Holly e Benji quasi come se fosse uno spin-off: nella serie italiana, infatti, Rudy era un ex compagno di squadra di Benjamin Price, un'invenzione totale della produzione italiana pensata solo per dare più visibilità a un prodotto che rischiava di nascere già male.

Diversamente dalle vicende più mature di Captain Tsubasa, Rudy è un ragazzino delle scuole elementari che si integra in una nuova città rivelandosi un ottimo attaccante, quasi sulle stesse orme di Oliver Hutton. La produzione non ebbe un enorme successo, tanto da esaurirsi dopo appena 26 episodi dell'anime e 20 tankobon del manga: il personaggio di Rudy provò eccessivamente a emulare il successo di Oliver, invece di provare a essere qualcosa di nuovo e di esclusivo. Purtroppo tutte le produzioni successive seguirono il medesimo archetipo impostato da Holly e Benji, finendo per dar vita a storie che non riuscivano a offrire nulla di particolare o di più di quanto non avessero già raccontato in Captain Tsubasa.

Nel 1991 fu il turno di A Tutto Gol, un anime ambientato addirittura a Genova con protagonista Hikaru Yoshikawa, un giapponese protagonista nel calcio italiano in grado di farsi largo nei settori giovanili grazie alle sue origini brasiliane. La produzione, che vedeva anche la partecipazione dell'animazione francese, ebbe ancor meno successo di quanto si potesse sperare inizialmente, ma riuscì comunque a durare 49 episodi, più di quanto avesse fatto Rudy cinque anni prima.

Due anni dopo, poi, toccò a Yu Yamamoto, protagonista di Forza Campioni, l'ennesimo spokon che divenne anime in pochissimo tempo, arrivato in Italia nel 1994: il protagonista, stavolta, scopre il calcio soltanto all'università, rendendosi conto di avere un talento innato che gli permette di diventare in breve tempo una stella dello sport del calcio, mentre, a fargli da contraltare, c'era suo cugino Roberto, in grado di dimostrarsi un grande architetto. Due mondi messi a confronto che provarono a raccontare con una vena ancora diversa il calcio, distaccandosi da Holly e Benji, ma soffrendo ancora quel predominio davvero troppo incontrastabile.

Il ritorno di Takahashi: la squadra del cuore

Per poter trovare un nuovo prodotto di successo nel mondo del calcio bisogna quindi attendere nuovamente Yoichi Takahashi, il creatore di Captain Tsubasa: stavolta il mangaka realizza Hungry Heart, un'opera formata da appena sei tankobon e pubblicati nel 2002, in concomitanza dei mondiali di Corea e Giappone. Stavolta il protagonista è un teppista, quasi come Soccer Boy, capostipite degli spokon sul calcio. Sebbene lo stile di Takahashi lo avesse portato a realizzare un prodotto molto vicino e prossimo a Holly e Benji, l'autore impara una lezione importate e racconta in maniera molto più stringata e asciutta le partite di calcio dei protagonisti.

Ancora una volta le vicende raccontate puntano molto sull'amicizia, sul rispetto reciproco e sui rapporti anche con le protagoniste. Se da un lato, però, Holly era un ragazzo in via di formazione, un adolescente alla ricerca della sua maturità, stavolta Toichi ha un carattere più maturo dalla sua, con una storia indirizzata a un pubblico più adulto, lasciando quasi il calcio sullo sfondo e portando sul palcoscenico le vicende umane che girano intorno al protagonista. Negli anni successivi, poi, The Knight in the Area e Giant Killing continuano la tradizione degli spokon calcistici, fino ad arrivare alle ultime due declinazioni dello sport più seguito al mondo, con da un lato Inazuma Eleven e dall'altro Victory Kickoff. Se quest'ultimo, arrivato nel 2012, in Italia ebbe ben poco successo con l'interruzione dell'anime appena cinque episodi dopo il suo inizio su Rai 2, storia ben diversa è quella del primo, che invece di essere nato come uno spokon arrivava da una direzione completamente diversa, pronto a essere declinato poi in tantissimi altri media: dal videogioco al manga e all'anime.

Gli undici del fulmine

La sapiente firma su Inazuma Eleven è quella di Nintendo, che emulando il successo ottenuto da Holly e Benji in passato decise di ricreare l'ambientazione calcistica giapponese in una versione completamente nuova, che Captain Tsubasa aveva sì calpestato, ma esclusivamente come derivazione. Far nascere un prodotto direttamente con una vena interattiva, e soprattutto con elementi ruolistici, diede una ventava di novità alle vicende ambientate negli universi sportivi: era quel qualcosa che era stato completamente perso da tutte le storie narrate da Captain Tsubasa in avanti.

Dal videogioco si arrivò, quindi, a un manga e successivamente a un anime: un percorso atipico, che però servì, dieci anni fa oramai, a Inazuma Eleven a presentarsi come un prodotto significativo e di maggior successo rispetto a chi l'aveva preceduto con scarsi risultati. Le serie anime fino a oggi sono ben sei, tutte prodotte da OLM e trasmesse su Tv Tokyo, arrivate gradualmente anche in Italia: la prima ha avuto una durata di 127 episodi, dal 2010 al 2012 su Disney XD, così come la seconda, che è arrivata nel nostro paese esattamente un anno dopo, nel novembre del 2013.

Seguì poi Inazuma Eleven Go: Chrono Stone, la terza serie, alla quale fece immediatamente dopo seguito Go: Galaxy, con appena un paio di settimane di riposo, sempre su Disney XD. Un susseguirsi di vicende che in Giappone è attualmente arrivato alla sesta serie, ancora inedita in Italia come la quarta, iniziata e terminata nel 2018. La capacità di ergersi a nuovo punto di riferimento delle generazioni odierne per il suo genere, si ritrova nell'aver saputo ricalcare quelli che furono i punti cardine di Holly e Benji: Tsubasa era un personaggio che, come abbiamo già visto, era esclusivamente mosso dalla passione per il calcio, non aveva dalla sua nessuno spirito di rivalsa, non era guidato da quella necessità di prevalere e di primeggiare, ma semplicemente la voglia di credere nei sentimenti positivi che la cultura giapponese insegna a tutti i suoi abitanti e figli.

Inazuma vive allo stesso modo, in maniera genuina, il calcio. E nonostante le generazioni siano diverse e Mark Evans possa sommariamente permettersi qualsiasi lusso e sfreno tecnologico, il giovane protagonista di Inazuma Eleven continua a credere passionalmente nel calcio, sognando il Brasile e dando vita a quei tiri pirotecnici che avevano caratterizzato tutti i protagonisti di Captain Tsubasa. Ovviamente il target di riferimento era diverso rispetto a Tsubasa, il ritmo era molto scanzonato, ma a oggi, al di là del suo aver raggiunto una longevità che soltanto Holly aveva saputo toccare, Inazuma Eleven è il prodotto di maggior successo nel vasto marasma degli spokon, che ha provato malamente a replicare quanto realizzato da Takahashi, al quale il calcio, in Giappone, deve davvero tanto. E viceversa.