Dragon Ball Super 130: dall'Ultra Istinto a Jiren, un'analisi alternativa

L'episodio 130 di Dragon Ball Super ci prepara al finale di serie con una serie di colpi di scena: discutiamone insieme.

speciale Dragon Ball Super 130: dall'Ultra Istinto a Jiren, un'analisi alternativa
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Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

Quando la fine di un anime si avvicina, solitamente si avverte una duplice, antitetica sensazione: tristezza ed esaltazione. Da una parte l'amarezza per la conclusione di una serie tanto amata, e dall'altra l'adrenalina di assistere a quello che, almeno in teoria, dovrebbe incarnare il climax di un'intera stagione, il punto più alto raggiunto dal coinvolgimento emotivo. È per questo che, per certi versi, la penultima puntata di una saga è forse ancora più importante di quella definitiva: perché rappresenta lo sprint finale prima di tagliare il traguardo, il momento clou che tiene incollati allo schermo, in attesa che tutto volga al termine. Avrei dovuto provare questa caterva di emozioni assistendo all'episodio 130 di Dragon Ball Super, soprattutto se consideriamo l'imperituro amore che mi lega da sempre al capolavoro di Toriyama, ma così non è stato. Anzi, nel mio cuore di fan hanno preso il sopravvento perplessità, fastidio, ed anche un pizzico di delusione. La mia opinione va controcorrente, me ne rendo conto: eppure, nonostante la qualità del disegno decisamente sopra la media ed un combattimento tanto breve quanto spettacolare, alcune infelici scelte di sceneggiatura, di minutaggio e di design mi hanno lasciato dubbioso, irritato ed assai poco speranzoso per l'ultimo atto del Torneo del Potere. Il motivo? Ve lo spiego subito.

L'Ultra Istinto: da power-up a trasformazione

Partiamo dal tasto più dolente di tutti: il tanto famigerato Migatte No Gokui, altrimenti noto come Ultra Istinto, l'abilità padroneggiata da Son Goku che fa invidia persino agli dei della distruzione. Ebbene, nel suo stadio iniziale, simile capacità mi era sembrata l'intuizione più indovinata tra quelle proposte all'interno di Dragon Ball Super: nulla di eclatante, sia chiaro, eppure un potenziamento elegante, enfatico, caratterizzato da tocchi artistici che esulavano - finalmente! - da mutazioni multicolori. Nonostante le premesse, tuttavia, nella sua forma perfetta, l'Ultra Istinto, a mio personalissimo avviso, rientra tristemente nei canoni a cui questa nuova serie ci ha ormai abituato: l'esasperazione del cambiamento, la necessità di inventare costantemente qualcosa di nuovo per tenere desta l'attenzione del pubblico. È come se Super si sentisse in obbligo di riempire lo svolgersi degli eventi con colpi di coda sempre inediti, al fine di sopperire alla mancanza di spessore. È vero che Dragon Ball è uno shonen che fa delle continue evoluzioni il suo marchio di fabbrica, ma in Z tutto era più equilibrato, più diluito e coerente. In Super, di contro, predomina l'eccesso indiscriminato. Nell'arco di 131 puntate abbiamo assistito a ben 6 stadi diversi del Super Saiyan: dal God al Blu, passando per il Rosé, il Beyond Ssj Blu (raggiunto nell'anime solo da Vegeta), l'Ikari (di Mirai Trunks) ed il Berserk (ottenuto da Kale). Fino ad ora, avevo apprezzato particolarmente il Migatte No Gokui perché si distingueva dai predecessori: non proponeva infatti una vera trasformazione, bensì una sorta di power-up, una capacità esterna alle cellule saiyan, una prerogativa di natura divina. Ne era testimonianza proprio Goku che, con il controllo dell'Ultra Istinto, agiva nella sua forma "base". In fondo, come sostenuto dal Sommo Kaiohshin quando ha risvegliato il potere sopito di Son Gohan, permettendogli di raggiungere la forma denominata Saikyou no Senshi ("guerriero definitivo"), "trasformarsi non è l'unico modo per acquisire la forza". Sembrava quindi che ci fosse una sorta di rigore "filologico" nella scelta estetica che contraddistingueva l'Ultra Istinto, capace di riallacciarsi a quanto teorizzato verso la fine di Z dalla vecchia e pervertita divinità. Nella sua versione "perfetta", simile abilità ha però assunto le sembianze di un'altra, ennesima trasformazione, perdendo, in poche parole, l'elemento che la differenziava dal marasma cromatico in cui sguazzano i saiyan di Super.

Non è ancora chiaro il motivo per cui i capelli di Son Kun debbano tingersi d'argento: c'è chi ne ha visto un riferimento all'evoluzione delle stelle (gialla, nana rossa, nana blu e nana bianca), oppure chi, ironicamente, ne ha scorto un omaggio ai Power Rangers (in effetti, nell'elenco mancava solo il White Rangers). Non è da escludere che la chioma di Kakaroth abbia assunto un colorito argenteo per rimarcare la sua vicinanza all'essenza angelica, tutti dalla capigliatura canuta, ossia coloro che, sulla carta, dovrebbero controllare maggiormente l'Ultra Istinto. A prescindere dalle ragioni alla base del design, si nota chiaramente un'ispirazione molto pigra: del resto sono anni - dall'avvento del Ssj 4 - che in rete il fandom si è sbizzarrito nell'immaginare un Saiyan dai capelli bianco-argento (presente anche in Dragon Ball AF, manga apocrifo - ed incompiuto - di Toyotaro). In questa corsa sfrenata alla sorpresa continua, in aggiunta, sembra che si sia dimenticato l'aspetto più significativo di tutti: il pathos, ossia quel senso di potenza sconfinata, trasmessa non soltanto dall'impeto dei colpi o dalla coreografia virtuosistica dei duelli, ma anche dalla durata dello scontro, dalla fatica, dalla sofferenza e dal dolore dei partecipanti, provati da una battaglia interminabile. La medesima stanchezza fisica e psicologica di eroi ed antagonisti che, di riflesso, viene inculcata negli spettatori. Come cancellare dalla memoria l'infinito testa a testa contro Freezer, oppure ancora gli innumerevoli tentativi di abbattere Majin Bu? In Super non c'è nulla di tutto questo: ogni grande evento si esaurisce con troppa approssimazione. Forse i tempi non erano maturi per inserire un settimo "stadio": a pochissime puntate dal termine, non ci sono sufficienti minuti per darci l'opportunità di ammirare, osannare, o anche solo abituarci a questa nuova versione. Tutto scorre con una rapidità tale da lasciare esterrefatti. Come Vegeth Super Saiyan Blu prima di lui, anche Goku in Ultra Istinto Perfetto dura poco più di mezzo episodio.

Le tempistiche tipiche dell'epica vengono insomma completamente trascurate: laddove i minuti del Torneo del Potere si dilatano in modo esponenziale (come se ci trovassimo in una puntata di Holly & Benji) le trasformazioni occupano, paradossalmente, uno screen time troppo esiguo per essere davvero rimarchevoli. Da un eccesso ad un altro, in sostanza. È per questo motivo che Super mi ha dato l'impressione di essere incline alla bulimia creativa, ad un'ingordigia che antepone la quantità alla qualità. Considerato, col senno del poi, come si sono svolti i fatti, non sarebbe stato meglio se questa versione "argentea" del nostro scimmione preferito avesse fatto il suo esordio nella prossima (scontatissima) serie di Dragon Ball?

Jiren il Grigio o Jiren il Malvagio?

Vi faccio una confessione: a me Jiren non è mai piaciuto, nemmeno per un istante. Anzitutto, il suo design è l'emblema assoluto della vacuità e dell'anonimato più totale, in ex aequo con la sua scialba personalità.

Meglio non focalizzarci sulle motivazioni che lo hanno indotto a fare della "potenza assoluta" la propria ragione di vita: non solo l'uccisione dei suoi genitori da parte di un nemico sconosciuto è un pretesto di una banalità disarmante, ma il modo in cui è approfondito il background del Pride Trooper nell'anime (il manga, per fortuna, risulta un po' più esaustivo) è degno di una fan story di serie B. Ciò detto, l'improvviso temperamento aggressivo del Grigio, che divampa in tutta la sua ferocia quando Goku comincia a metterlo alle strette, stava quasi per farmi rivalutare in parte questo personaggio. Finché, disgraziatamente, non è accaduto il fattaccio: in preda ad un raptus di follia, Jiren - consapevole che la forza di Kakaroth derivi dall'affetto che nutre verso i suoi cari amici - decide di rimuovere il problema alla radice, scagliando una sfera di energia contro gli spalti, nel tentativo di annientare la combriccola dell'Universo 7. La conseguente ira funesta del saiyan è tanto prevedibile quanto inevitabile. Questo gesto del Pride Trooper è del tutto fuori contesto. Fino a questo punto, Jiren non è mai stato un vero villain: era solo un altro guerriero che combatteva per la salvezza del proprio mondo, un giocattolo nelle mani dei due capricciosi Zeno. Il tentativo di eliminare degli "innocenti" - sebbene sembri un'azione guidata dalla furia più nera - è invece un puerile escamotage narrativo utile a connotare negativamente il Grigio, per dargli quell'oncia di malvagità ingiustificata tale da indurci - come se ce ne fosse bisogno - a patteggiare ulteriormente per Son Goku. Sebbene sia legittimo essere sopraffatti dalla rabbia e dalla frustrazione, una simile vigliaccheria poco si addice ad un personaggio che, fino ad ora, aveva mostrato un rigoroso senso di giustizia. Anche quest'ultima, frettolosa soluzione, insomma, mette ancor più in evidenza il principale problema di Super, già citato nel precedente paragrafo: l'accelerazione incontrollata degli avvenimenti, i repentini cambi di prospettiva, la "fame" insaziabile di novità, tutto in nome della varietà e a scapito - sfortunatamente - della coerenza.

La girandola dei colpi di scena

Ed eccoci giunti all'ultimo punto della disamina, quello che racchiude in sé quanto espresso fino a questo punto: per compensare la mancanza di una solida ispirazione di base, Super ha bisogno dell'effetto sorpresa.

Allestisce un circo di comprimari dall'estetica assai discutibile (per l'amor di Kaioh: Ribrianne era davvero agghiacciante!), si concentra su molteplici (e noiosi) scontri secondari sottraendo tempo prezioso alle battaglie davvero interessanti, accavalla trasformazioni su trasformazioni, e fa compiere ad alcuni personaggi delle scelte decontestualizzate e fortemente opinabili. In un singolo episodio, in breve, può accadere di tutto. Non contenti di averci mostrato il Migatte No Gokui nella sua forma completa solo per un breve lasso di tempo, né di aver fatto dondolare Goku su un'altalena di vantaggio/svantaggio contro Jiren nell'arco di pochissimi minuti, né di aver indotto il Pride Trooper a compiere azioni scellerate, la puntata 130 si congeda con un grosso colpo di scena: il ritorno (miracoloso) di Numero 17. E, a margine, anche la ricomparsa di Freezer, che salva l'eterno rivale dal baratro della sconfitta. Ma andiamo con ordine. È quasi risibile che nessuno, tra dei, angeli, saiyan e mortali, accenni al fatto che l'Imperatore del Male, tecnicamente, sia ancora in gara, nascosto da qualche parte nel ring. È vero che a Goku spetta, per contratto, il ruolo dell'eroe, ma con il ticchettio dell'orologio a martellare nelle orecchie, in un Torneo che si basa sulla strategia di gruppo, avere un membro in più del team sull'arena è un vantaggio da non sottovalutare. Peccato che non venga in mente a nessuno. A chiosa, la sopravvivenza di 17 è di quanto più anticlimatico potessi immaginare: il suo sacrificio lo aveva visto protagonista di una scena dignitosa, del tutto spazzata via dalla patologica necessità di inserire un plot twist a tutti i costi.

Tra sospensioni dell'incredulità, banalizzazioni ed esuberanza contenutistica, il penultimo episodio funge da apripista per un saluto finale che, personalmente, mi fa temere il peggio. Almeno, forse, i colpi di scena sono finiti.
A patto che il Grande Sacerdote, il cui sguardo torvo non la conta giusta sin dall'inizio del Torneo, non abbia in serbo qualche altra sorpresina...