Dragon Ball Super, odi et amo: Le confessioni di un fan

Al termine di Dragon Ball Super, vi spieghiamo perché - secondo la nostra personale opinione - si tratta di un anime da odiare ed amare allo stesso tempo.

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Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

Al termine dell'episodio 131 di Dragon Ball Super, hanno iniziato - dentro di me - a darsi battaglia sentimenti assai contrastanti, di difficile definizione. In generale, si sono fronteggiati la delusione per una conclusione alquanto insipida, la soddisfazione per aver predetto - mesi prima - quale sarebbe stato il desiderio finale, la rabbia per una chiusura troppo frettolosa e la voglia, matta e disperatissima, di rivedere al più presto, ancora una volta, i miei compagni di una vita. Questo cumulo di emozioni eterogenee e - apparentemente - inconciliabili può dirsi quasi paradossale.
Nessuna opera, né audiovisiva, né letteraria, è mai riuscita a mescolare in me "ragione" e "sentimento" come ha fatto Dragon Ball Super. Da una parte c'era la repulsione per una serie visibilmente imperfetta, piena di (impercettibili) alti e (tantissimi) bassi, incoerente e - a tratti - persino irrispettosa della mitologia originale; ma, dall'altra, trovava spazio la goduria di poter tornare a parlare nuovamente, dopo molti anni, di Dragon Ball, discutere dei livelli di potenza, elaborare teorie sugli eventi futuri, far tornare con prepotenza l'universo di Toriyama nella mia vita, come se neppure un giorno fosse trascorso dal nostro ultimo saluto. Ora che anche la saga del Torneo del Potere è giunta alla fine, posso confessarlo a me stesso, con un pizzico di rammarico: io odio Dragon Ball Super. E lo amo.

Odi...

Bisogna essere onesti con se stessi, anche se si è difensori "estremisti" e "radicali" di Super: il Super Saiyan God è stata una pessima intuizione. Un rituale antico, cinque saiyan puri di cuore che riversano il proprio potere in un sesto guerriero, Pan ancora in fase embrionale che già possiede un suo specifico Ki: sembrano elementi estrapolati da una fan story mal riuscita. Ed invece è canonica. Talmente affascinante che Toyotaro, nelle pagine del manga, l'ha ridotta a due vignette, e che nel corso dell'anime viene totalmente soppiantata dalla versione "blu". Ops, pardon: il Super Saiyan di un saiyan con il potere del Super Saiyan God. "Un rebus", per dirla con le parole di Freezer. Sfido chiunque, appartenente alla "vecchia guardia", ad eccitarsi dinanzi ad una trasformazione così scialba. In Z ogni "salto di grado" era un evento, un momento dal pathos sublime e mai eguagliato. La morte di Crilin, la disperazione di Gohan, la manifestazione di tracotanza di Goku contro Bu: attimi indelebili ed iconici, sostituiti da un insensato scioglilingua tragicomico. Ma va bene: si sentiva evidentemente la necessità di una svecchiata, di variazioni un po' più leggere e disimpegnate. Facciamo finta di crederci. Ho letto e sentito molti commenti trancianti parlare di Super come di un'opera smaccatamente votata al fan service più selvaggio. Ma poi mi sono chiesto: di quale servizio stiamo parlando? E per quali fan? Quelli della "prima ora"? Ne dubito. Non voglio generalizzare, ma non credo che i trentennali estimatori di Dragon Ball abbiano gioito nel vedere Freezer (aka "il più grande villain di tutti i tempi") assumere un delizioso colorito dorato, dopo quattro mesi di bicipiti in palestra, e bypassare in un lampo tre livelli di Super Saiyan. È vero: questo "midquel" contiene un manipolo di riferimenti volti a stuzzicare i fan delle prime serie, ma il citazionismo non basta di certo.
Ecco che Super perde buona parte dell'epicità che contraddistingueva l'indimenticabile Z per abbracciare una nuova fascia di pubblico, accelera il ritmo delle mutazioni, diminuisce il carico di violenza e calca la mano sui sipartietti comici (perché, Vegeta? Perché il balletto del Bingo?) come nella primissima saga con Goku ancora bambino. Un ritorno alle origini? Un ripescaggio delle atmosfere più allegre e scanzonate che rappresentavano l'anima del Dragon Ball "primigenio"? Nossignore: è solo un tono del racconto alquanto fuori luogo. I tempi di "Viaggio in Occidente" sono finiti, la saga si è evoluta con un linguaggio diverso, e l'abbandono dei toni apocalittici, delle battaglie su larga scala, lunghe e sofferte, danneggia solo il senso di pathos e partecipazione.

"Ma per questo c'è l'arco narrativo di Black" - potreste obiettare. Sì, peccato che si tratti di un antagonista sprecato, e che la storia sia piena zeppa di buchi e squilibri temporali (ai quali mette una - piccola - pezza il manga, per fortuna). La versione "cattiva" di Goku - oltre ad essere un riciclo del design di Turles nel film La grande battaglia per il destino del mondo - è un'idea che veniva in mente a me e ai miei amici quando ci divertivamo a giocare coi pupazzetti da bambini. Con l'avvento del Torneo del Potere, le cose hanno iniziato a farsi un po' più interessanti: ma poi è stato arruolato Freezer, è stata miracolosamente accresciuta la potenza di un Muten guarito (sigh!) dalla sua amabile depravazione, hanno rincitrullito Gohan e reso Numero 17 il messia del mondo. Sarà stata la noia a farmi percepire il tempo in modo diverso, ma ho inoltre avuto l'impressione che la battaglia contro l'odiosa Ribrianne sia durata di più di quella con Jiren...
L'essere più forte che i Guerrieri Z abbiano mai affrontato è un manichino grigiastro senza personalità, con un passato ridicolo e a malapena accennato: forse il personaggio scritto con più superficialità all'interno della mitologia di Dragon Ball, al confronto del quale Spopovich e Yamu erano degni di Shakespeare. Per non parlare, poi, sull'Ultra Istinto, o meglio, della sua versione "perfetta". La fase in cui il Migatte no Gokui è ancora "acerbo" incarna a mio avviso la migliore intuizione di tutto Super, un power up di un certo pregio sia dal punto di vista visivo che combattivo. Ma poi è arrivata la trasformazione definitiva, con i capelli bianchi, durata poco più di mezzo episodio, utile soltanto per completare la lista dei colori dei Power Rangers. Ho visto e letto gente esaltarsi, inebriarsi di profondissimo hype, inneggiare a Super come un anime capace di "superare" persino Z (blasfemia, sacrilegio, lesa maestà), e ho rabbrividito. Quando Freezer e Goku si sono alleati momentaneamente nell'ultimo episodio, un boato di adrenalina ha scosso il web, ed uno di disgusto ha attraversato la mia pelle: una scelta ruffiana, buona soltanto per strizzare l'occhio a coloro che nell'Imperatore del Male vorrebbero vedere un altro Vegeta.

E ho osservato con perplessità un video in rete che ritraeva un enorme manipolo di persone radunarsi, esultare, gridare, condividere la propria foga guardando la puntata 131. Mi sono chiesto cosa avessero da strillare, da emozionarsi dinanzi ad un finale altamente piatto e prevedibile. Super è un anime odioso, debolissimo sul piano della sceneggiatura, altalenante nel ritmo e visivamente molto instabile. Mentre scrutavo quella folla, però, un minuscolo sorrisino ha iniziato a prendere il posto di un ghigno crucciato. E allora, forse, ho capito.

...et amo

Erano secoli che non parlavo di Dragon Ball con i miei amici. Anzi, che non ne parlavo in generale. Non mi sono mai allontanato dal capolavoro di Toriyama, sia ben chiaro: a intervalli irregolari rileggevo (e rileggo) il manga, rivedevo (e rivedo) le puntate di Z (specialmente nella versione Kai), e masticavo praticamente qualsiasi nuova incarnazione del brand, dai videogiochi alle fan stories (è così, con Dragon Ball AF, che ho conosciuto Toyotaro, al tempo noto come Toyble).

Super, però, mi ha dato l'opportunità di fare qualcosa di diverso: tornare a discutere del mio amore più grande con chi nutre la mia stessa passione. La nuova serie ha riportato in auge il fenomeno "Dragon Ball", sebbene non certo nel migliore dei modi. Ha distrutto la barriera temporale in cui molti estimatori come me erano intrappolati, permettendoci di esternare la nostra passione come facevamo anni e anni fa tra i banchi di scuola. Quella classe delle elementari, delle medie e delle superiori che si radunava in circolo durante l'ora di ricreazione per ciarlare dell'ultima puntata vista sulle reti Mediaset o per scambiarsi i volumi del manga, adesso si è tramutata in una pagina Facebook, o in un forum, o nello spazio commenti sotto una recensione, dove innumerevoli persone esprimono la propria opinione. Quando avevo 13 anni, e la mia valvola di sfogo erano solo quei 4 amici con cui mi incontravo nel doposcuola pomeridiano, mai avrei immaginato di poter parlare di Dragon Ball con migliaia e migliaia di fan. Super ha fatto sì che tutto questo fosse possibile.

Nel contrasto, nella comunione di giudizio, nello sfogo e nella gioia collettiva si annida lo spirito primario dello shonen di Toriyama: la coralità, la stessa che si respira dalla prima all'ultima pagina del manga. Quella che ci ha fatto istintivamente alzare le mani al cielo quando Goku chiedeva energia per la sua Genkidama contro Kid Bu. E come Trunks, con Super, ho compiuto un viaggio a ritroso nel tempo. Ho raccontato ai miei compagni increduli le anticipazioni sulle nuove trasformazioni, abbiamo ridacchiato assieme per alcune ridicolaggini, ci siamo infuriati per certe incongruenze. E per la prima volta, dopo un lunghissimo periodo, come fossi un ragazzino, ho "giocato" di nuovo a Dragon Ball. E non solo coi videogames. Insieme a mio nipote di otto anni, bombardato dalla campagna mediatica di Super, ho simulato le Kamehameha, i Final Flash, le Genkidama, ed i Kaioken. Abbiamo finto di trasformarci, di teletrasportarci e di fare la Fusion. Gli ho insegnato a dire "sàiyan" e non "saiyàn", l'ho sgridato quando mi ha ingenuamente detto che "quello coi capelli blu è più bello di quello coi capelli lunghi gialli", e gli ho persino prestato (con cautela) i volumi della mia sacra collezione perché si approcciasse ai manga con il più grande tra i capolavori del genere. E giocando con lui, mi sono ricordato di quando, da piccolino, alla sua età, avevo le stesse identiche fantasie: nei suoi occhi si è aperto un mondo, da scoprire poco alla volta, con un'innocenza ed uno stupore meravigliosi. Lo stesso che, ora come ora, illumina il mio sguardo nell'attesa del nuovo film di Super, il cui tratto grafico ricorda il medesimo stile delle prime puntate di Z. Riprovando queste emozioni, ho compreso perché la folla di fan era in estasi davanti all'episodio 131: è un sentimento che prescinde dall'effettiva qualità e sfocia nella voglia di vivere tutti insieme l'epica di Dragon Ball. Perché basta solo il suo nome ad unire intere generazioni. Sono questi i motivi per cui, in fondo, Super devo ringraziarlo. E sono questi i motivi per cui, in fondo, vorrei rivederlo. E insomma, come ha detto Son Goku poco prima di annientare Kid Bu con la Genkidama, caro Dragon Ball Super, "matane": ci vediamo!