I Cavalieri dello Zodiaco compie 33 anni: storia di un successo leggendario

Dopo oltre tre decenni, il perno principale dell'universo di Saint Seiya continua ad essere la storica serie TV animata da Shingo Araki e Michi Himeno.

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Data la sorprendente rapidità con cui i "fenomeni" moderni tendono a esplodere, consumarsi e infine cedere il testimone a qualcos'altro, è quasi incredibile che siano già trascorsi ben trentatré anni dall'esordio televisivo di Saint Seiya. Un'opera che, tra alti e bassi, è riuscita a restare in auge per oltre tre decenni, conservando la simpatia e il puntuale supporto dei fan storici.

Meglio nota nel Bel Paese col titolo de "I Cavalieri dello Zodiaco", la serie d'animazione prodotta da Toei Animation esordì infatti sul circuito televisivo nipponico l'11 ottobre 1986, permettendo al fruttuoso brand nato dalle matite di Masami Kurumada di raggiungere e ammaliare una fetta pubblico sempre più vasta, e che ancora oggi continua a espandersi fino ai confini dell'universo.

Una scommessa senza precedenti

Lanciato anch'esso nel 1986, il manga originale di Saint Seiya si rivelò un immediato successo, proiettando il proprio autore nell'Olimpo dei mangaka contemporanei. Probabilmente nemmeno lo stesso Kurumada - che fino a quel momento aveva scritto opere interessanti, ma non altrettanto fascinose, e dunque "premiate" con un'accoglienza tutto sommato tiepida - si sarebbe mai aspettato di firmare uno dei pochi fumetti al tempo in grado di viaggiare al fianco di un altro campione del calibro di Dragon Ball. Dopotutto, in mezzo a tanti shonen sportivi o comunque improntati sull'umorismo (come appunto l'epopea di Akira Toriyama, all'epoca ancora molto acerba e spensierata), Saint Seiya seppe far leva su tre peculiarità irrinunciabili e inimitabili: i drammatici e spesso apocalittici toni della narrazione, i costanti riferimenti alla mitologia greca e, non per ultime, le innumerevoli e sfavillanti armature in metallo indossate tanto dai protagonisti quanto dai molteplici antagonisti della vicenda.

Proprio queste, del resto, rappresentavano per Toei e Bandai - uno storico e proficuo sodalizio giunto fino ai giorni nostri - un'imperdibile occasione per sbarcare il lunario e immettere sul mercato una sconfinata linea di modellini colorati e collezionabili. Probabilmente al fine di accelerare i tempi e avviare la produzione in massa del merchandise, Toei Animation e la rete nipponica TV Asashi lanciarono quindi l'anime di Saint Seiya a distanza di soli dieci mesi dall'esordio dell'omonimo manga, scomodando per l'occasione due mostri sacri quali Shingo Araki e Michi Himeno. La formula alchemica per sintetizzare una fortuna smodata era praticamente pronta.

L'ottimo lavoro compiuto dalla coppia leggendaria, che in passato aveva già curato il character design di Lady Oscar, unito alla maestosa colonna sonora composta da Seiji Yokoyama (Capitan Harlock), consentì infatti alla trasposizione animata di Saint Seiya di eclissare persino le conquiste del manga di Masami Kurumada, il cui tratto non è mai stato preciso e dettagliato quanto quello di Araki.

Le modifiche apportate alla narrativa e soprattutto alle armature iniziali dei Bronze Saint protagonisti, che grazie al tocco di Araki e Himeno divennero più dettagliate e possenti, giocarono invero un ruolo preponderante nel delicato processo di fidelizzazione dello spettatore, donando all'opera gli strumenti che ancora le mancavano per potersi distinguere fra i molti capolavori lanciati nella seconda metà degli anni '80 e i vari "cloni" (come Yoroiden Samurai Troopers e Tenkuu Senki Shurato) proposti dalle case di produzione concorrenti.

Come accaduto per molte altre opere, è dunque imperativo riconoscere all'adattamento animato di Saint Seiya il merito di aver consacrato a capolavoro l'immaginario di Kurumada, garantendo al franchise la fama di cui gode tuttora ed un retaggio a dir poco invidiabile. Decisioni discutibili da parte dello staff, come quella di non trasporre in animazione anche il capitolo di Hades e i romanzi della Gigantomachia pubblicati qualche anno più tardi, avrebbero di lì a poco minato la permanenza del brand sul mercato, ma Seiya e compagni, che ormai erano entrati di diritto nei cuori degli appassionati di shonen (e non solo), avrebbero sempre trovato la forza per risollevarsi e bruciare il Cosmo oltre i propri limiti.

Il miracoloso ritorno in auge

Avendo ormai raggiunto il manga di Kurumada, che al tempo stava ancora delineando le fondamenta della Guerra Sacra contro il Dio dei Morti, Hades, il leggendario anime di Saint Seiya si interruppe infatti il primo aprile 1989, con la conclusione della saga di Poseidon.

Quello che oggi potremmo scherzosamente considerare un crudele pesce d'aprile orchestrato dalla stessa Toei Animation rappresentò, invece, un durissimo colpo per il franchise dei Sacri Guerrieri, i quali dovettero attendere la bellezza di tredici anni per tornare a combattere sulle televisioni di tutto il mondo. Nonostante le incessanti richieste dei fan, che addirittura ne presentarono un trailer amatoriale alla Fiera dell'Animazione di Lione, il cosiddetto "The Hades Chapter" vide la luce soltanto sul finire del 2002, ossia un anno prima che Bandai commercializzasse sotto l'etichetta Tamashii Nation una linea di modellini destinata a collezionisti adulti: i Saint Cloth Myth, comunemente noti anche come Myth Cloth. Un caso anche stavolta? Assolutamente no, anche perché i primi modellini ad approdare sul mercato furono proprio i Bronze Saint con armature "V2" - quelle appunto utilizzate nella prima parte di Hades - e i Gold Saint, seguiti a distanza di poco dalle versioni "V3" (i Bronze Cloth rinati col sangue di Athena) e dai potentissimi Specter.

Tra modellini in scala sempre più curati e costosi, spin-off anche non canonici come Episode G e The Lost Canvas, serie d'animazione commemorative come Soul of Gold, e veri e propri remake, Saint Seiya ha insomma goduto di una seconda giovinezza persino più florida e fortunata della prima, che tuttavia sembra non solo mancare di una direzione chiara e concisa, ma che soprattutto continua ancora oggi ad essere basata quasi unicamente sul successo dei già menzionati Myth Cloth.

Mentre Masami Kurumada ha ideato innumerevoli prequel e midquel a fumetti della sua opera magna, generando tuttavia incongruenze narrative che ne hanno precluso la canonicità, Toei Animation ha più volte tentato di rilanciare il brand e ampliarne il target con esperimenti spesso mediocri o comunque non all'altezza dell'originale, al solo scopo di giustificare la prosecuzione della linea Saint Cloth Myth (ad un certo punto affiancata e infine sostituita dalla più elaborata linea Saint Cloth Myth EX).

Nel 2014, ad esempio, abbiamo assistito alla nascita di Saint Seiya Omega e del disastroso lungometraggio in CGI intitolato Saint Seiya: Legend of Sanctuary. Se il primo di questi, ambientato a più di dieci anni dalla disfatta di Hades, riusciva di tanto in tanto a emulare l'epicità dell'originale, il secondo, essendo destinato più alle famiglie che ai fan storici, ha invece alterato determinati passaggi del racconto, decretando il flop del progetto con ingenti perdite economiche.

Evidentemente non soddisfatta, Toei Animation ha poi rincarato la dose nel 2015 con Saint Seiya: Soul of Gold, una serie di ONA molto breve, ma che puntava tutto su quella che, sin dagli albori del franchise, è sempre stata la schiera di personaggi più amata dai fan: i dodici Sacri Guerrieri d'Oro. Nonostante un comparto tecnico deludente, affetto da visi deformi, sproporzionati o addirittura appena abbozzati, la sapiente manovra commerciale escogitata da Toei ha saputo raggiungere lo scopo prefissato dal colosso: fornire un pretesto narrativo per avviare la produzione della nuova linea dedicata ai Gold Saint, stavolta muniti dei potentissimi (e tutto sommato affascinanti) God Cloth.

L'eredità di Pegasus

A distanza di oltre trent'anni dall'esordio, il retaggio del Pegasus originale continua dunque ad essere un tesoro ambitissimo e introvabile per chiunque, tant'è che la stessa Toei Animation, dopo vari fallimenti, ha infine tentato la via del remake. Prodotto in contemporanea col discreto adattamento animato di Saintia Sho, il rifacimento in chiave moderna tanto voluto da Netflix avrebbe potuto (e dovuto) limitarsi a rinnovare il comparto tecnico dell'altrimenti perfetta serie televisiva di Saint Seiya, ormai logorata dal gravoso peso degli anni.

Sfortunatamente lo sceneggiatore Eugene Son e gli altri vertici del progetto hanno invece stravolto la mitologia e il cast principale della serie, generando un racconto frettoloso e troppo incentrato sulla comicità. Tra scelte stilistiche discutibili e un rovinoso abuso del politically correct, il risultato finale è un prodotto estremamente lontano dalla sontuosità del Saint Seiya di Kurumada e Araki, nonché l'ennesima occasione mancata per tirare a lucido un immortale classico del genere shonen.

Con i suoi 114 episodi, il leggendario anime de "I Cavalieri dello Zodiaco" rimane quindi l'iterazione più rappresentativa, coerente e incantevole del franchise, nonché un chiaro esempio di come qualsiasi rifacimento o derivato non potrà mai oscurare l'ardente Cosmo dell'originale. Anziché rivolgere lo sguardo alle più recenti e scadenti incarnazioni del longevo brand nipponico, scegliamo dunque di ricordare ed elogiare ancora una volta l'eroico racconto imbastito da Kurumada, le commoventi melodie del maestro Yokoyama e non per ultimo il frutto della creatività di Himeno e del compianto Araki. Una miscela incomparabile che, nonostante le storpiature inflitte dall'incessante e impietoso passare del tempo, oggi come allora continua a inebriare i nostri sensi come se fosse la prima volta.