I migliori anime del decennio: da Fullmetal Alchemist a Demon Slayer

Il 2019 sta volgendo a termine: scopriamo quali sono gli anime più iconici e memorabili che hanno segnato questo decennio.

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Sono trascorsi 10 intensi anni nel corso dei quali abbiamo vissuto esperienze uniche ed indimenticabili, grazie agli anime. Storie che sono riuscite a farci riflettere sul mondo, ad emozionarci, e a commuoverci: un misto di sensazioni che ci ha permesso di alleggerire notevolmente le nostre giornate. Tra i numerosi titoli distribuiti in questi anni, noi ne abbiamo selezionati 9 che hanno segnato il decennio, più qualche extra, ma la nostra non vuole essere una classifica dei migliori o peggiori.

Ci siamo infatti lasciati guidare dalla fedeltà dell'adattamento del manga, dalla qualità artistica, e dai cambiamenti che sono riusciti ad apportare al mondo dell'animazione. Un ultimo appunto: abbiamo trattato il decennio 2010-2019 con qualche eccezione che si riferisce al massimo al 2009, in quanto i prodotti arrivati in coda durante il decennio scorso hanno avuto - a nostro parere - un forte impatto più negli anni successivi.

Fullmetal Alchemist: Brotherhood

Nel 2009 abbiamo assistito al "reboot" di una delle serie più acclamate di tutti i tempi: Fullmetal Alchemist: Brotherhood. Benché l'adattamento del 2003 sia riuscito a conquistare gli spettatori con una trama profonda, matura e attuale, seguiva solo parzialmente la storyline del capolavoro di Hiromu Arakawa, poiché il manga era ancora in fase di serializzazione quando è andato in onda. Il tutto impreziosito dall'egregio lavoro dello studio Bones, che ha realizzato un anime visivamente impeccabile.

Brotherhood è stata una svolta, surclassando il fratello maggiore, sia a livello di script, che a livello visivo. Fullmetal Alchemist: Brotherhood ha accontentato sia i fan del manga, in quanto trasposizione fedele, sia chi ha seguito l'anime del 2003, ed ha potuto vivere l'avventura più pura dei fratelli alchimisti Edward ed Alphonse Elric, alla ricerca della Pietra Filosofale per rimediare all'errore d'infanzia di aver provato a riportare in vita la madre morta.

Quello che ha reso Fullmetal Alchemist una pietra miliare dell'animazione giapponese non è solo il classico racconto di una ricerca, ma è ciò che si cela dietro.

Con l'espediente di approfondire il mondo, la trama prende tonalità mature, e cerca di analizzare la psicologia umana: vengono affrontate tematiche che pochi avevano trattato fino ad allora, come tutti gli aspetti delle atrocità di una guerra, o il razzismo e l'odio nei confronti del prossimo o di chi non si conosce, e tutto ciò che ne consegue.

La produzione si prende i giusti tempi narrativi per far riflettere lo spettatore, permettendogli di comprendere come quello che viene narrato nella finzione non sia tanto diverso dalla realtà: proprio per questo motivo Fullmetal Alchemist risulta essere un'opera sempre attuale, anche a distanza di anni. La serie affronta questi temi con cattiveria viscerale, senza mezzi termini, e in più situazioni gioca con le emozioni dello spettatore, proprio per far capire quanto a volte possa essere crudele l'uomo.

Sebbene la serializzazione di Brotherhood sia iniziata alla fine del decennio precedente, e proseguita in quello attuale, la qualità tecnica è stata all'avanguardia, aprendo le porte per il futuro. Il lato artistico è stato studiato sin nei minimi particolari: vi è un perfetto connubio tra comparto visivo e sonoro, per creare un'esperienza unica ed indimenticabile. Le soundtrack riescono ad adattarsi ad ogni singola situazione, per rendere alcuni intermezzi indimenticabili e dal forte impatto emotivo.

Il tratto certosino, senza sbavature, riesce ad essere molto fedele allo stile "spigoloso" di Arakawa, e si mantiene qualitativamente alto per tutti i 64 episodi; al contempo è malleabile per la resa degli intermezzi comici che non disturbano, ma alleggeriscono la tensione. I momenti più concitati sono messi in risalto da animazioni fluide e solide, che rispecchiano le movenze atletiche dei personaggi.

Sword Art Online

Negli ultimi tempi stanno spopolando gli isekai: un sottogenere di manga e anime fantasy in cui il protagonista viene catapultato in un altro mondo. Spesso le opere sono ambientate in una realtà virtuale che ricorda molto i videogiochi GDR, o, in alternativa, in universi paralleli in cui vi sono elementi tipici dei giochi di ruolo.

È possibile risalire alla grande diffusione degli isekai a "tema videoludico" fino al 2009, quando debuttò la light novel di Reki Kawahara e ABEC, Sword Art Online; ma il successo a livello globale arriva solo nel 2012 con l'adattamento animato a cura dello studio A-1 Pictures.

Sebbene Sword Art Online non sia il primo del genere (o addirittura non venga attribuito al genere isekai dal suo stesso autore), è sicuramente il prodotto più iconico, capace di portare alla ribalta le storie ambientate in mondi virtuali, fantasy o paralleli al nostro. Sono due le peculiarità che hanno garantito il successo a Sword Art Online: da un lato offre allo spettatore un immersivo mondo videoludico, che appare come un luogo tranquillo dove trascorrere il tempo libero, per poi rivelarsi un incubo popolato da feroci creature che cercano di uccidere i malcapitati - e, se si muore a Sword Art Online, si muore anche nella realtà.

Il secondo punto a favore è l'analisi psicologica dei personaggi, i quali non riescono ad accettare la situazione e cercano di sopravvivere in tutti i modi.

Nell'adattamento animato è stato di aiuto il lavoro di A-1 Pictures, che è riuscito a dare vita all'universo di Sword Art Online, con un buon comparto grafico: i disegni non sono molto elaborati, ma sono ben curati, e la loro gestione permette di rendere ancora più affascinante il mondo digitale; il tutto è impreziosito da ottime animazioni che mettono in rilievo i combattimenti a fil di spada o a suon di magia, che sono il vero cuore della produzione.

Nel corso delle incarnazioni successive dell'universo di Sword Art Online, il comparto grafico è cambiato veramente poco, ma riesce comunque ad entusiasmare ancora. Il risultato migliore lo si vede nelle ultime trasposizioni di Sword Art Online: Alicization, a detta dei fan l'arco narrativo migliore dell'opera di Kawahara e ABEC, perché dosa saggiamente momenti ambientati nel mondo di Underworld e nella realtà.

Le Bizzarre Avventure di JoJo

Sebbene tra gli anni ‘90 e i primi del 2000 abbiamo avuto modo di vedere varie trasposizioni de Le Bizzarre Avventure di JoJo, tra OVA e film, solo nel 2012 è stata portata alla luce una versione animata del fumetto cult di Hirohiko Araki, prodotta da David Production. Lo staff si è prefissato l'arduo obiettivo di adattare l'intera epopea di JoJo; al momento l'anime è arrivato alla quinta serie, Vento Aureo.

L'impresa più difficile nel realizzare l'anime era rispettare il tratto di Araki, cercando di accontentare sia i lettori accaniti, che un pubblico di neofiti: David Production è riuscito nell'intento, anche se con qualche compromesso. Il tratto del mangaka, almeno nei primi periodi, era molto simile a quello di Ken il guerriero, con nerboruti personaggi, dalle forme sproporzionate: nelle prime tavole Jonathan Joestar aveva un design molto simile a Kenshiro.

Questo potrebbe essere dovuto alla pubblicazione de Le Bizzarre Avventure di JoJo pochi anni dopo l'uscita di Hokuto no Ken; ma con gli anni i disegni di Araki sono cambiati, offrendo figure più snelle e delineate.

Probabilmente, vedere nel 2012 un anime con un character design eccessivamente muscoloso sarebbe stato strano, per questo David Production ha voluto ridimensionare le figure, rendendole più "realistiche", benché Jonathan, Dio Brando, e gli altri siano comunque più muscolosi rispetto la media.

Nonostante l'impegno, la serie iniziata nel 2012 non è tra le migliori per quanto riguarda la qualità tecnica, a causa di un disegno poco curato, a tratti anche superficiale, e ad animazioni poco convincenti, ma riesce comunque ad essere fedele alla natura "bizzarra" di JoJo: oltre le numerose citazioni alla cultura pop, vengono proposte le immancabile pose assurde, marchio di fabbrica dell'opera, le scene dalla vivace colorazione, e le onomatopee a tutto schermo. In pochi anni l'universo di Araki, così eclettico e complesso, ha convinto così tanto i fan da diventare un vero e proprio culto per tutti gli appassionati di anime.

L'attacco dei giganti

Nel 2013 l'anime de L'attacco dei giganti è riuscito a reinventare il genere di appartenenza, grazie ad un trama coinvolgente e criptica, e ad una notevole tecnica. Lo studio d'animazione Production I.G ha mostrato i muscoli nell'adattare il manga originale, riuscendo a dare vita al fumetto, sfoggiando un comparto grafico senza eguali: sin dalla prima stagione il tratto è risultato pulito e chiaro, sia per quanto riguarda la resa degli esseri umani, sia per quella dei giganti, su cui si può notare un'attenzione maggiore, sia per le suggestive ambientazioni.

Inoltre, hanno ben dosato l'utilizzo dell'illuminazione, in modo da rendere più ansiogeni gli intermezzi cupi e simil-horror. Con il passare degli anni, il comparto tecnico è migliorato sempre più, raggiungendo vette elevate, in modo da rendere ancora più immersive e coinvolgenti le scene; purtroppo, spesso viene utilizzata una CGI non molto apprezzabile, che il più delle volte stride un po' con il sopraffino disegno tradizionale. L'attacco dei giganti ha però introdotto delle inaspettate novità per quanto riguarda le animazioni, grazie al movimento in 3D.

Come ben sappiamo, i protagonisti utilizzano un dispositivo di manovra dimensionale, che permette loro di ricoprire lunghe distanza in breve tempo; i soldati usano il dispositivo per compiere rapidi movimenti, come se volassero tra i palazzi o tra gli alberi, o per agganciarsi al solido corpo dei titani, per poi fiondarsi con la stessa abilità sulla loro nuca, pronti ad eliminarli.

Mentre la versione cartacea di questi intermezzi offre immagini statiche, giocando sulla fantasia del lettore, ben diversa è la controparte animata: gli autori hanno capito che per una migliore resa è necessario offrire allo spettatore un'immagine nitida e pulita, con animazioni fluide, che riuscissero a far comprendere allo spettatore quanto i guerrieri potessero essere veloci con il movimento in 3D.

Il tutto è impreziosito da repentini movimenti di camera, che riescono ad inquadrare sempre il personaggio in azione, senza creare confusione, con l'intento di non spezzare il ritmo del momento. Spesso, in questi intermezzi si notano delle gradevoli prodezze registiche, come brevi piani sequenza, gestiti in modo tale da trasmettere ancora più fluidità dei movimenti.

Dragon Ball Super

Facciamo una doverosa premessa: Dragon Ball Super non è tra gli anime qualitativamente migliori del decennio (anche se gli ultimi episodi hanno messo in scena tutte le reali potenzialità del progetto), ma è stato senza dubbio tra i più importanti per svariati motivi. Dopo Dragon Ball GT vi fu un lungo periodo di magra, colmato da pellicole, special TV, OVA, e videogiochi.

Finché nel 2012 venne mostrato il trailer del nuovo film Dragon Ball Z: La battaglia degli dei: tutti aspettavano trepidanti il ritorno di Goku. Il Super Saiyan God, il dio della distruzione Lord Beerus e Whis arricchivano l'universo di Toriyama: questo bastò a convincere i fan che qualcosa di più grande fosse in lavorazione.

Visto il successo, Toei Animation volle rincarare la dose: nel 2015 venne distribuito nelle sale cinematografiche Dragon Ball Z: La Resurrezione di F, in cui viene introdotto il Super Saiyan Blue, e il ritorno di Freezer. Toei Animation in quel periodo aveva annunciato l'arrivo delle nuove peripezie di Goku e dei Guerrieri Z: a giugno del 2015 debuttò Dragon Ball Super.

Dragon Ball Super ha gettato le basi per l'esistenza di 12 Universi Paralleli, governati da un dio della distruzione ed uno della creazione; in questo modo sono state introdotte nuove figure come il dio Champa, Hit, Jiren, e Zamasu.

Il ritorno di Dragon Ball, purtroppo, non è stato ben accolto da tutti, dividendo i fan, non solo per quello che offriva a livello narrativo, ma anche per il lavoro svolto dalla Toei Animation: alcuni disegni sono risultati poco curati, non degni di Dragon Ball, e molte critiche si sono concentrate soprattutto sulla prima parte della storia, in cui salta all'occhio uno stile grafico troppo imperfetto, quasi abbozzato, ma compensato da animazioni coinvolgenti, tipiche dello stile di Dragon Ball.

Fortunatamente, lo staff creativo, con il tempo, è riuscito ad aggiustare il tiro, migliorando il tratto e la qualità visiva della produzione.
Parallelamente al debutto sulle emittenti televisive di Dragon Ball Super, è arrivato il manga realizzato da Toyotaro, pubblicato in Italia da Edizioni Star Comics. Il fumetto si distacca dall'anime e al momento le vicende sono proseguite ben oltre il Torneo del Potere: ciò ha spinto i fan a pensare che sia in lavorazione un eventuale Dragon Ball Super 2.

Questo desiderio è stato rafforzato sia dall'uscita del film Dragon Ball Super: Broly, che rende canonico il nerboruto Saiyan, sia da un recente tweet criptico del doppiatore originale di Vegeta. L'ultima pellicola ha conquistato il pubblico non solo perché fornisce informazioni sul passato dei Saiyan protagonisti, ma anche per il comparto tecnico: al netto di alcune sequenze che sfoggiano un eccesso di CGI, lo stile adoperato è manuale e può essere considerato come una versione moderna di quello utilizzato in Dragon Ball Z.

One-Punch Man


Se si parla di qualità tecnica e di cambiamenti apportati nel mondo dell'animazione, non possiamo non citare One-Punch Man. In principio nato come webcomic ideato da One, è riuscito a conquistare sin da subito una cospicua fetta di lettori, ma il successo è sopraggiunto quando One ha collaborato con il mangaka Yusuke Murata, portando alla luce il manga di One-Punch Man.

Sin da subito si comprende come il titolo voglia essere una parodia dei canoni degli shonen più classici, e non vuole far leva su una trama convincente o intricata, proponendo uno stile narrativo a tratti ripetitivo, ma sulla risata assicurata. Lo studio Madhouse ha visto un grande potenziale nell'opera, e ne ha realizzato un anime.

Se sul lato narrativo, la prima stagione di One-Punch Man può risultare sottotono, ma non si può dire lo stesso del comparto tecnico. Il lavoro svolto da Madhouse con One-Punch Man denota una particolare cura nei dettagli del character design e delle varie ambientazioni.

Questa attenzione la si nota soprattutto nella resa di Saitama, il protagonista: al di là dell'accurata muscolatura, il disegno minuzioso riesce a trasmettere la "vacuità" dello sguardo di un eroe che è stanco di vincere sempre e che vorrebbe affrontare un nemico del suo stesso livello, se non più forte. L'impressionante lavoro svolto dallo studio di animazione è impreziosito da animazioni degne dei migliori battle shonen, senza rallentamenti di alcun tipo, che caricano ancora di più di adrenalina le scazzottate.

Ancora oggi One-Punch Man è uno degli anime visivamente migliori finora usciti. Non possiamo dire lo stesso della seconda stagione: a causa di alcuni problemi di produzione, il testimone è passato alla J.C. Staff, che non è riuscito ad eguagliare i livelli qualitativi della prima season, e ciò ha deluso non poco i fan.

My Hero Academia


Alcuni considerano My Hero Academia l'erede spirituale di Naruto, ma noi crediamo che l'opera di Kohei Horikoshi, così come il suo adattamento animato, voglia rinnovare i battle shonen di stampo classico. L'anime dello studio Bones è forse uno degli adattamenti manga-anime più fedeli in circolazione, con pochi episodi filler, se non i classici pilot recap.

Sicuramente, al successo delle avventure di Izuku Midoriya e dell'intera classe 1-A ha contribuito l'egregio lavoro svolto dallo studio Bones: i disegni cercano di rispettare lo stile squadrato e arrotondato di Horikoshi, a discapito di infinitesimali errori grafici. Ultimamente sono però sorte delle critiche sul lavoro dello studio d'animazione, a causa delle forme troppo prorompenti dei personaggi femminili, non in sintonia con il manga.

Lo studio è riuscito a trasmettere la passione di Horikoshi per i supereroi americani, non solo riproponendo fedelmente il character design variegato, ma anche con animazioni ben curate e certosine, così da rendere gli scontri roboanti, e da trasmettere allo spettatore la stessa imponenza che il lettore ha scorto sfogliando le pagine del manga.

Il successo di My Hero Academia è sempre più incalzante, tanto che, oltre a due spin-off, sono stati realizzati due film: Two Heroes e Heroes Rising, il secondo dei quali debutterà nei cinema giapponesi il 20 dicembre.
Forse, però, l'aria di novità che potrebbe portare My Hero Academia si nasconde dietro la gestione delle saghe. I battle shonen con cui siamo cresciuti (tra cui Dragon Ball, ONE PIECE, e Naruto) ci hanno abituati a lunghi archi narrativi, con un climax sempre più incalzante, fino a giungere ad un imponente scontro finale.

My Hero Academia sdogana questa abitudine, e riduce notevolmente la durata delle saghe, rendendole più rapide e fruibili alleggerendone la visione, e condensando in poche battute scontri maestosi. È palese come My Hero Academia sia un titolo giovane, rivolto ad un pubblico prevalentemente moderno, che vorrebbe storie rapide, ma senza rinunciare all'imponenza dei battle shonen.

Devilman: Crybaby


L'ultimo decennio ha decretato il ritorno in versione animata del capolavoro indiscusso di Go Nagai, Devilman, con Devilman: Crybaby. I fan a lungo hanno atteso che il manga avesse una trasposizione animata fedele: dopo una prima serie e due OVA incompleti, Devilman: Crybaby è il primo adattamento completo dell'opera di Go Nagai.

La produzione Netflix si distacca dal manga, realizzando un prodotto che si avvicina ad un pubblico moderno, ed adatta la storia di Akira Fudo ai giorni nostri. La versione del colosso americano, però, non è riuscita ad accontentare tutti. La causa principale è una sceneggiatura a tratti troppo frettolosa, che avrebbe dovuto prendersi i giusti tempi narrativi, ma che riesce comunque a proporre le riflessioni e le critiche di Go Nagai.

Ha fatto discutere lo stile minimal dei lavori di Masaaki Yuasa: il tratto sembra essere prevalentemente manuale, ma in alcune sequenze risulta quasi deforme, innaturale, stilizzato.

Al netto di animazioni non sempre esaltanti, la messinscena è impreziosita da colori psichedelici e non pochi virtuosismi registici. D'altro canto, la resa visiva distorta riesce a trovare il proprio spazio per una migliore rappresentazione delle creature demoniache e dei momenti più splatter della produzione.

Su questo versante, Devilman: Crybaby riesce a mettere in scena il lato esoterico e demoniaco del manga di Go Nagai, con scene di sesso e splatter, quasi a voler mostrare un dualismo tra esseri umani e demoni, facendo capire quanto sia sottile il confine tra le due specie. Nonostante le critiche mosse, Devilman: Crybaby ha vinto il premio Anime of the Year, ai Crunchyroll Anime Awards 2019.

Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba


Nel nostro speciale sugli anime più influenti degli ultimi 10 anni, non potevamo non menzionare la rivelazione di questo 2019, che potrebbe essere un nuovo metro di paragone per le future produzioni, almeno per quanto riguarda il comparto tecnico: Demon Slayer. Il manga di Koyoharu Gotoge sta dominando le classifiche giapponesi, tallonando e superando le vendite di ONE PIECE. Al successo di Demon Slayer non ha contribuito solo una trama che affonda le radice nella cultura giapponese, ma anche la trasposizione animata.

Le vere doti di Demon Slayer risiedono nel comparto tecnico: la serie è stata affidata allo studio ufotable, che, dopo essersi destreggiato con la saga di Fate/, ha superato ogni aspettativa ed ha alzato l'asticella qualitativa dell'animazione. Il lavoro svolto dai ragazzi di ufotable è sopraffino, e fa sfoggio di un'impressionante e maniacale cura dei dettagli, con animazioni senza errori, per una migliore resa dei combattimenti.

Nel corso della serie vengono offerti degli scorci visivi di una qualità tecnica magistrale: soffermandosi su alcune inquadrature, che siano primi piani, riprese di paesaggi o persino di combattimenti, si potrebbe avere l'impressione di avere davanti un film d'animazione giapponese, ma quando ci si rende conto che è un prodotto televisivo (i valori produttivi tra serie TV e lungometraggi sono molto diversi), non si può non rimanere meravigliati da quello che lo staff è riuscito a mettere in piedi.

Una qualità tecnica senza pari, che fa chiudere un occhio su una CGI non sempre apprezzabile, in cui persino la fotografia sembra essere studiata per adattarsi alle singole scene, e che farebbe sfigurare qualunque altro anime. Il tutto è accompagnato da una colonna sonora tipicamente folkloristica. Questi pregi rendono Demon Slayer una delle migliori produzioni degli ultimi anni.

Tutti gli altri

Questi ultimi 10 anni non sono stati significativi solo per le novità, ma anche perché si sono concluse serie iniziate negli anni precedenti, o anche in questo arco di tempo.
Benché l'anime di Naruto abbia debuttato nel 2002 e sia diviso in due differenti parti, l'avventura del giovane ninja del Villaggio della Foglia si è conclusa solo nel 2017.

Anche se di qualità altalenante, il comparto visivo ha conquistato lo spettatore, per la purezza e la fedeltà dei disegni, e per le animazioni che riuscivano a rendere movimentati gli spettacolari scontri; tutti pregi che hanno permesso di chiudere un occhio sugli eccessivi episodi filler.

Con il proseguire degli anni, la storia ha assunto tonalità più mature, con combattimenti sempre più maestosi, e allo stesso modo anche la grafica è cambiata, diventando più elaborata e complessa.

Nel 2004, invece ha avuto inizio la trasposizione animata, sempre per mano di Studio Pierrot, del manga di Tite Kubo: Bleach. Tutt'ora l'anime è inedito in Italia (eccezion fatta per alcuni film), forse a causa di una simbologia scomoda, ma è riuscito a farsi conoscere anche qui da noi. Ancora una volta i ragazzi di Studio Pierrot sono riusciti a realizzare un anime magistrale, adattandosi al passare degli anni e all'evoluzione tecnica, riuscendo sempre a farsi apprezzare e a restare valido.

Così come la storia prendeva pieghe differenti, con trasformazioni ed armi sgargianti, il comparto visivo migliorava e lasciava di stucco, fino al 2012, anno in cui l'adattamento animato delle peripezie dello shinigami Ichigo si sono concluse anzi tempo, senza trasporre la saga conclusiva del manga, lasciando i fan profondamente amareggiati.

Infine, citiamo una serie che ha debuttato nel 2009, per mano di A-1 Pictures: Fairy Tail, tratto dal manga di Hiro Mashima. La serie è durata circa 10 anni, divisa in tre differenti stagioni, per concludersi solo lo scorso settembre. La trasposizione di A-1 Pictures è riuscita a conquistare il pubblico grazie anche ad una buona qualità tecnica, che è migliorata in questi 10 anni di pubblicazione, passando anche all'alta definizione, rifinendo sempre più il disegno.

In questo decennio sono usciti centinaia di anime, ma noi ne abbiamo selezionati solo alcuni dei più iconici, basandoci soprattutto sulla componente tecnica, e su quanto abbiano cambiato l'animazione giapponese. Voi condividete la nostra lista? Quale titolo avreste inserito?